BACCARO: “IN GIOCO LA LIBERTÀ ACCADEMICA: DANNO PER LA DEMOCRAZIA” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BACCARO: “IN GIOCO LA LIBERTÀ ACCADEMICA: DANNO PER LA DEMOCRAZIA” da IL FATTO

Clima pesante in Europa, Lucio Baccaro: “In gioco la libertà accademica: danno per la democrazia”

MAX PLANCK DI COLONIA – “Trend partito in pandemia e già visto con la Russia”

 CARLO DI FOGGIA  16 APRILE 2024

“Quanto accaduto a Varoufakis è grave, ma è solo l’ultimo di una serie di episodi che restituiscono un clima pesante”. Lucio Baccaro ha un punto d’osservazione privilegiato sulla Germania: nel 2018 è succeduto a Wolfgang Streeck come direttore del Max Planck Institute per la Ricerca sociale di Colonia, uno dei più prestigiosi del Paese.

A cosa si riferisce professore?

Da mesi assistiamo a una minaccia alla libertà di pensiero e alla libertà accademica, cioè alla possibilità di esercitare un pensiero critico, qualcosa di impensabile per la tradizione accademica tedesca, se solo pensiamo a Humboldt o Kant.

Perché avviene?

Per la relazione controversa che c’è tra la Germania postbellica, con il suo pesante bagaglio storico, e Israele. Nel 2019, Merkel disse al Parlamento israeliano che il sostegno al Paese era “ragion di Stato” per la Germania. Questa si è trasformata in sostegno incondizionato, quindi nell’incapacità di distinguere tra la critica alle politiche israeliane e l’antisemitismo. Le posizioni critiche rischiano di essere bollate come antisemitismo e perseguite.

Non esagera?

Niente affatto, gli ultimi episodi sono indicativi. Nei giorni scorsi la filosofa Nancy Fraser avrebbe dovuto tenere la cattedra Albertus Magnus all’Università di Colonia: le è stato ritirato l’invito dopo che aveva firmato un appello pro Palestina che parlava di genocidio a Gaza e invitava al boicottaggio delle istituzioni israeliane. Si rischia anche il posto di lavoro. È accaduto a un professore invitato del Max Plank, accusato di “discorsi d’odio” per alcuni suoi post sui social sulla guerra a Gaza.

Anche nel resto d’Europa i segnali non sono positivi: manifestazioni vietate, studenti criticati per le proteste…

Vero, ma qui, per ovvi motivi storici, sono a un livello estremo. Qui è impensabile che un’Università decida di boicottare le autorità israeliane. Fraser è ebrea: si vuole insegnare a un’intellettuale di origine ebraica come non si deve essere antisemiti.

Queste vicende non sembrano scuotere la politica e i media tedeschi.

È questo il punto. C’è un consenso di fondo su questo atteggiamento: dei partiti, dell’intellighenzia e quindi in generale delle élite. Non è assoluto, ma sufficiente a rendere difficile il levarsi di voci critiche. Quel che avviene nel più importante Paese europeo può però influenzare molto anche il dibattito negli altri Paesi.

Non c’è speranza di cambiare la situazione?

Sarebbe fondamentale. Forse una spinta può arrivare dal fatto che questi atteggiamenti esasperati stanno danneggiando le università e i centri di ricerca tedeschi, che stanno perdendo autorevolezza nel mondo. Questo rende difficile attrarre talenti, uno dei punti di forza e vanto del sistema tedesco. E poi, fino a che punto ci si può spingere nel supporto al governo israeliano a ‘tutti i costi’? Non credo si faccia un buon servizio nemmeno al popolo israeliano con questa posizione acritica.

Questo atteggiamento è una novità nata con l’offensiva a Gaza?

No, è la prosecuzione di un trend partito tempo fa. Sempre più le differenze di opinione sono trasformate in posizioni morali e in quanto tali possono essere rigettate a priori. Un atteggiamento visto già con la pandemia, con posizioni estremamente intolleranti e scarsa propensione ad avere atteggiamenti dialoganti con l’altro. Per esempio, bisognava imporre con forza l’idea che i vaccini bloccavano il contagio anche se i dati mostravano il contrario e chi lo sosteneva veniva pesantemente attaccato. È successo anche con la guerra in Ucraina.

In che senso?

Anche lì c’è stata una moralizzazione del discorso: se dicevi che l’invasione russa era inaccettabile, ma non era un fulmine a ciel sereno ma aveva una storia, finivi subito insultato come “putiniano”. Non ci si rende conto che queste cose danneggiano pesantemente la democrazia.

Varoufakis e gli altri: in Europa dissentire è sempre più pericoloso

CENSURE, DIVIETI E CHIUSURE – La Germania vieta all’ex ministro greco di entrare per un convegno – sciolto dalla polizia – sulla Palestina. Le lezioni cancellate alla filosofa Fraser

 GIAMPIERO CALAPÀ   16 APRILE 2024

Un vento sempre più violento sta alzando la sabbia di censura e limitazioni alle libertà in Europa, con la scusa dell’incitamento all’odio e dell’antisemitismo. Il tema è il conflitto mediorientale, la questione palestinese, la guerra in corso a Gaza e la crisi regionale. La Germania è l’epicentro di questa scossa alla credibilità delle democrazie del Vecchio continente, che si propaga anche in Francia e Italia.

“Giudicate che tipo di società sta diventando la Germania se la sua polizia mette al bando le opinioni”. A Yanis Varoufakis, ex ministro greco, è stato impedito di recarsi in Germania e partecipare al Congresso per la Palestina di Diem25 (il suo movimento nato dalla scissione di Syriza), con un betätigungsverbot: divieto di qualsiasi attività politica, nell’ambito della legge sulla libertà di movimento dentro l’Unione europea. Infatti, Varoufakis non avrebbe potuto neppure collegarsi in video da remoto. Ma non ce ne sarebbe stato modo, perché lo stesso Congresso è stato sciolto da una irruzione della polizia tedesca due ore dopo l’inizio dell’assemblea. Nel suo discorso, pubblicato poi da Jacobin, Varoufakis avrebbe sostenuto: “Un popolo orgoglioso e rispettabile, il popolo tedesco, viene condotto lungo una strada pericolosa, verso una società senza cuore, essendo costretto ad associarsi a un altro genocidio compiuto in suo nome, con la sua complicità”. E ancora avrebbe detto: “Non sono né ebreo né palestinese. Ma sono incredibilmente orgoglioso di essere qui tra ebrei e palestinesi per la pace e i diritti umani universali. Essere qui insieme oggi è la prova che la convivenza non solo è possibile, ma che esiste già”. Difficile, poi, considerare il successivo passaggio come quello di un discorso antisemita: “Se un singolo ebreo viene minacciato, ovunque, solo perché è ebreo, indosserò la Stella di David sul bavero e offrirò la mia solidarietà, qualunque sia il costo, qualunque sia il costo. Allo stesso modo, quando i palestinesi vengono massacrati perché sono palestinesi – secondo il dogma secondo cui essendo morti e palestinesi devono essere stati di Hamas – indosserò la mia kefiah e offrirò la mia solidarietà a qualunque costo, a qualunque costo”. Alla domanda “Israele sta lottando oggi per la propria esistenza?”, Varoufakis risponde deciso: “No”.

Giovanni Di Lorenzo, direttore del prestigioso settimanale Die Zeit, rivista liberale su posizioni definibili di centrosinistra, al Fatto, però, eccepisce: “I media qui in Germania non hanno coperto molto questa storia, perché si trattava di un centinaio di estremisti il cui mantra è Israele non deve esistere”. Ma non è superare un confine pericoloso vietare a Varoufakis o a chi altri la partecipazione a un evento politico? In un Paese, come la Germania, chiaramente attento alla questione dell’antisemitismo, avendo vissuto il nazismo, ma dove il partito di estrema destra Adf ora ottiene consenso elettorale ed è pienamente accettato dal “sistema”? Di Lorenzo, su questo, risponde al Fatto: “Non far entrare Varoufakis in Germania, se così è stato, è un eccesso, questo sì. Come è stato sbagliato revocare l’invito alla filosofa Nancy Fraser da parte dell’Università di Colonia: a questa vicenda abbiamo dedicato una pagina sul nostro giornale”.

È stato il rettore Joybrato Mukherjee a decidere di cancellare la professoressa Fraser, ebrea, dal calendario dell’ateneo tedesco con una semplice mail inviata all’interessata. Motivo: aver firmato la lettera “Filosofia per la Palestina”, in solidarietà con il martoriato popolo palestinese della Striscia di Gaza. Fraser avrebbe dovuto passare a Colonia diversi giorni, tenendo conferenze pubbliche sul lavoro nella società capitalistica, “un argomento che non aveva nulla a che fare direttamente con Israele o Palestina”, ha affermato la docente in un’intervista a Jacobin: “È una violazione della politica dichiarata dalla stessa università: libertà accademica, libertà di opinione, libertà di parola e discussione aperta. È un segnale molto forte a tutte le persone dell’università e agli studiosi di tutto il mondo: se osi, ad esempio, esprimere determinate opinioni su determinati argomenti politici, non sarai il benvenuto in Germania. Ha un effetto agghiacciante sulla libertà di parola delle persone. È una tendenza molto ampia in Germania oggi”. Poi Fraser tocca il punto, il nervo scoperto della società tedesca: “Penso anche che sia molto importante che i tedeschi comprendano qualcosa della complessità e dell’ampiezza dell’ebraismo, della sua storia, della sua prospettiva. Stanno in un certo senso sottoscrivendo questa idea di un impegno incondizionato di fedeltà a Israele, che è responsabilità tedesca: sostegno incondizionato allo Stato di Israele. Ciò che Israele sta facendo attualmente è un tradimento di quelli che definirei gli aspetti più importanti e consistenti dell’ebraismo come storia, prospettiva e filosofia di pensiero. Sto parlando dell’ebraismo di Maimonide e di Spinoza, di Sigmund Freud, Heinrich Heine ed Ernst Bloch”. Per Fraser la cosa più preoccupante in Germania, concetto estendibile a tutta l’Europa occidentale, non è l’estrema destra, ma “quella sorta di centrismo benpensante, dove risiede il vero peso dell’opinione pubblica: è così facilmente influenzabile da quelli che per me sono argomenti palesemente fasulli; come l’unico argomento secondo cui nel revocarmi l’invito presumibilmente nessuno sta violando la libertà accademica, ma invece semplicemente lo sta facendo per le opinioni che pensa io abbia”. Sempre in Germania è stata cancellata lo scorso ottobre la premiazione della scrittrice Adania Shibli a Francoforte, solo perché palestinese, e in questi mesi è stato molto complicato esporre simboli della Palestina: nelle scuole non si può indossare la kefiah. Il politico italiano Giuliano Granato, di Potere al popolo, il 21 ottobre, di scalo a Francoforte rientrando in Italia dal Sudafrica, è stato trattenuto per un’ora dalla polizia tedesca perché indossava una sciarpa coi colori della bandiera palestinese. In Francia già il 12 ottobre, pochi giorni dopo l’eccidio di Hamas e l’inizio dei bombardamenti israeliani sulla Striscia, il ministro dell’interno Gérald Darmanin ha ordinato il divieto assoluto delle manifestazioni a favore della Palestina, perché “avrebbero potuto generare disordine pubblico”.

Anche in Italia le posizioni solidali con i palestinesi per quanto avviene a Gaza sono mal tollerate dal sistema mediatico mainstream, ma soprattutto hanno fatto scalpore le immagini del 23 febbraio scorso, quando la polizia ha caricato un corteo di studenti che sfilavano a Pisa in sostegno del popolo palestinese. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi giustificò le manganellate affermando che gli studenti volessero raggiungere la sinagoga di Pisa e “altri obiettivi sensibili”, ma la sinagoga dista da via San Frediano 600 metri mentre gli studenti erano diretti al polo didattico di San Rossore dove avrebbero dovuto tenere la loro assemblea.

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