1914-2022: UN NUOVO “SPIRITO DELLA GUERRA”? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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1914-2022: UN NUOVO “SPIRITO DELLA GUERRA”? da IL MANIFESTO

Un viaggio di rotture epocali tra il vecchio e il nuovo secolo

SCAFFALE. «L’alba del Novecento. Alle radici della nostra cultura», di Fabio Fabbri, pubblicato da Laterza

Paolo Favilli  13/12/2022

Il Novecento è stato davvero l’«età degli estremi» come lo ha definito Hobsbawm. Orrore, emancipazione utopica, emancipazione reale, rivoluzioni e controrivoluzioni, rivoluzioni del pensiero e regressioni profonde, si sono mescolate in un insieme di relazioni dove gli aspetti estremi di tale età non sono facilmente separabili.

UN RECENTE LIBRO di Fabio Fabbri (L’alba del Novecento. Alle radici della nostra cultura, Laterza, pp. 320, euro 24) ci fa riflettere sul fatto che il panorama delle contraddizioni, orrori compresi se alziamo lo guardo verso l’Europa considerata periferica e, soprattutto, fuori dall’Europa, era già presente nell’«apparente spensieratezza della Belle époque». Quello di Fabbri è un viaggio all’interno di un tempo in cui il passaggio tra il vecchio ed il nuovo secolo veniva vissuto, mentre era in atto, come luogo di rotture epocali con il passato. «Dalla mentalità, liscia come un olio, degli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo era insorta improvvisamente in tutta l’Europa una febbre vivificante. Nessuno sapeva bene cosa stesse nascendo, una nuova arte, un uomo nuovo, una nuova morale o magari un nuovo ordinamento della società. Ma dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato». Queste le considerazioni di Robert Musil quando, molti anni dopo, ne L’uomo senza qualità, ripercorrerà un clima culturale di cui era stato protagonista. Di questo clima coglierà anche «contraddizioni e gridi di guerra molto antitetici» che però si erano «amalgamati in un afflato comune», in «un senso baluginante». Metterà in evidenza, però, anche l’«illusione materializzata nella magica data della svolta del secolo».

IL LIBRO DI FABBRI fornisce importanti elementi di orientamento in un contesto in cui «c’era un po’ troppo di cattivo mescolato col buono, di errori con verità, di accomodamenti con convinzioni», ma nel contempo era cominciata «veramente un nuova èra» (Musil). Un contesto che fu, certamente, di frammentazione culturale, ma sulla base di un comune afflato. Perciò Fabbri ha scelto di iniziare il suo percorso «come il boscaiolo che esamina l’evolversi della foresta non dalle radici alle foglie, ma con l’attenta analisi dei cerchi concentrici sulla sezione orizzontale del fusto». I cerchi sono molti, riguardano sfere diverse della dimensione culturale, e così il fusto che ne deriva, nonostante le radici affondino nel terreno del suddetto «comune afflato», risulta essere piuttosto contorto.
Il libro affronta il problema dei rapporti tra i mutamenti avvenuti quasi in contemporanea nei campi delle arti figurative, della letteratura creativa, della scienza e della tecnica. Esemplare a questo proposito l’annotazione di Kandinskij dopo i Nobel assegnati nel 1903 ai coniugi Curie per le loro scoperte di fisica atomica: «Per me la disintegrazione atomica equivaleva a quella del mondo e di colpo dei muri spessi crollavano. Tutto era vago, incerto, vacillante».
Analoghe connessioni con le svolte nel linguaggio musicale e in quello teatrale. Così come nel rapporto tra le ricerche freudiane e l’introspezione psichica che caratterizza le opere di Musil, Proust, Svevo, Mann.

UNA PROSPETTIVA complessiva di rinnovamento culturale che avanza mentre nello stesso tempo crescono e si rafforzano i motivi profondi dell’imminente crollo di civiltà: gli orrori della colonizzazione, la conflittualità dei rapporti internazionali in quella specifica fase imperialista, la nazionalizzazione delle masse, necessariamente connessa alla crescente temperie conflittuale.
Ancora Musil, nella sua riflessione sulla «rivoluzione intellettuale», afferma che il «movimento si svolse solo nello strato sottile e incostante degli intellettuali e non influì sulla massa». Un’ulteriore contraddizione? È un fatto, anche se chi scrive libri non lo accetta volentieri, che i processi storici, le guerre, le rivoluzioni sociali, non hanno nella letteratura creativa, nel cambio di paradigma dei linguaggi artistici, le ragioni dei loro svolgimenti.
Tuttavia, nota lo stesso Musil nei suoi Scritti sulla stupidità degli anni Venti, il 1914 ha dimostrato che la «massa» è molto «malleabile». Contemporaneamente quanto muove le masse non lascia indenne la «vacillante» sfera culturale. Il 1914 vide l’adesione di gran parte della cultura europea allo «spirito della guerra». In questo nostro presente, quando per molti versi stiamo vivendo una situazione internazionale che ha analogie con quella che ha preceduto il 1914, il libro di Fabbri è un invito a riflettere sull’intreccio delle temporalità multiple nei processi storici.

Bonus di classe e “mini naja” per i giovani

IN UNA PAROLA. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  13/12/2022

La discussione sulla «manovra» del governo Meloni si è aggrovigliata sulla faccenda del Pos, e ora irrompe il dilemma che si sperava sopito del Mes (ahimè, quei perfettini dei giudici costituzionali tedeschi hanno sciolto il quesito a loro sottoposto più rapidamente del previsto: il meccanismo finanziario europeo cosiddetto “Salva Stati” va bene così), e siccome Meloni e Salvini, e in parte Forza Italia, sono sempre stati ferocemente contrari, mentre l’Italia è rimasta ultima e sola in questa non molto comprensibile resistenza, la maggioranza non sa bene che pesci prendere.

Si sente intanto il bisogno di non fare dimenticare del tutto le promesse rivolte in campagna elettorale non tanto a utilizzatori sospetti di denaro contante, partite iva più agiate, appassionati della competizione sul «merito» fin dalle più tenere età, cultori dell’«umiliazione» come strumento pedagogico, nemici del reddito di cittadinanza, ecc. ma a quanti se la passano peggio e sarebbero i naturali destinatari delle scelte di una «destra sociale» come si deve.

Ieri Giorgia Meloni, parlando on line dei suoi «appunti», ha ribadito che il cosiddetto “bonus cultura” destinato a diciottenni non sarà abolito – come cronache faziose avevano insinuato – ma rimodellato per i giovani che ne hanno veramente bisogno: «Penso sinceramente – ha raccontato ai suoi follower – che non ci sia ragione per la quale il bonus vada per esempio ai figli dei milionari, dei parlamentari o a mia figlia. Io potrei rinunciare ai 500 euro per comprarle dei libri…». Un sano classismo, per di più auto-anti-casta.
Però, c’è un però. La brava mamma Giorgia non lesinerà certo spese per la formazione culturale di sua figlia, ma altri genitori milionari potrebbero avere idee sulla cultura non collimanti, se non opposte, a quella dei figli, quindi non accordare finanziamenti per consumi letterari, musicali, spettacolari, filosofici ecc. a loro sgraditi.

Quello che sfugge alle persone di destra è che il provvedimento, non tra i più costosi, e uno dei non molti apprezzabili del governo Renzi, ha – per quanto ne capisco – l’obiettivo di stimolare anche una forma di autonomia nei ragazzi e nelle ragazze, oltre a incoraggiare spese che fanno bene a chi produce cultura.

La cosa temo, poi, che si complichi non poco se per acquistare libri o andare a teatro si deve aprire una sessione buro-familiare per capire se il reddito è sufficientemente basso.

D’altra parte il rapporto con i giovani è un termometro sensibile per misurare la temperatura ideologica di chi affronta il tema.

La nostra «seconda carica dello Stato» Ignazio La Russa, parlando agli Alpini, ha ritirato fuori una sua vecchia idea: istituire una «mini naja», «purtroppo» per ora solo volontaria, per giovani tra i 16 e i 25 anni. Il senatore aveva già presentato un disegno di legge, per periodi di tre settimane, e ora promette che altri suoi colleghi (il ruolo istituzionale sconsiglia l’iniziativa diretta) torneranno alla carica aumentando a 40 giorni (gli stessi del CAR – Centro addestramento reclute – del vecchio servizio obbligatorio) questa breve ma intensa esperienza «vestendo le divise dei militari» e così potendo provare il dovere e l’amore di «servire la Patria».

Fin in qui ci può stare che a giovani persone possa interessare questa prova, e che sia richiesta dalle associazioni d’arma, anche per infoltire i candidati alla professione di soldato.

Ciò che sembra discutibile è che secondo La Russa – che sogna il ritorno di una leva non mini e almeno «quasi obbligatoria» – questa scelta darebbe speciali crediti per vincere concorsi e migliorare i voti di laurea. Una sorta di “merito” giovanile armato.

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