PIATTAFORME DIGITALI, IL MIO CAPO NON È UN ALGORITMO da IL MANIFESTO
Piattaforme digitali, il mio capo non è un algoritmo
Antonio Loffredo 23/06/2026
Caporalato digitale Un evento di portata storica: venerdì 12 giugno è stata approvata la convenzione numero 193 dell’OIL sulla tutela dei lavoratori della “platform economy”. Non era mai accaduto prima: significa togliere il velo e ricordare che, dietro quelle piattaforme, ci sono persone che sfruttano e guadagnano sul lavoro umano
Venerdì 12 giugno è stata approvata la convenzione numero 193 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) avente ad oggetto la tutela di chi lavora tramite piattaforme digitali.
Com’è noto, si tratta di un fenomeno molto esteso ovunque e in crescita esponenziale che non riguarda solo i riders, i più “visibili” in questo settore dell’economia anche a causa delle condizioni di lavoro al limite dello sfruttamento nelle quali spesso si trovano, com’è dimostrato dalle inchieste della procura di Milano sul “caporalato digitale”. La platform economy ha un ambito ormai vastissimo e sempre più in espansione, che va dal settore bancario a quello della cura delle persone, solo per fare qualche esempio noto in Italia; tuttavia, fuori dal nostro continente, il fenomeno raggiunge livelli estremamente preoccupanti per le condizioni indecenti di lavoro alle quali sono sottoposte molte persone che svolgono mansioni, ad esempio, collegate ai social media.
Si pensi ai content moderators, obbligati per giornate intere a guardare video porno e di violenza per evitare che vengano pubblicati sulle piattaforme che usiamo quotidianamente.
La gravità di queste condizioni di lavoro ha necessitato di una regolazione urgente a livello internazionale perché le piattaforme, che spesso hanno le sedi sociali nei paesi più industrializzati, assumono direttamente o tramite intermediari persone che risiedono in continenti diversi, nei quali spesso mancano regole per limitare gli effetti distorsivi determinati dagli algoritmi, anche a causa del fatto che le piattaforme tendono ad assumere sempre con contratti di lavoro autonomo, in moltissimi casi fasulli, evitando così di applicare anche le tutele minime del diritto del lavoro.
È bene ricordare che l’OIL è l’unica agenzia delle Nazioni Unite che si caratterizza per il tripartitismo, ovvero perché sono rappresentati al suo interno sindacati, imprenditori e governi, ed essere riusciti ad approvare una Convenzione su un tema economicamente così importante per le grandi imprese transnazionali costituisce di certo una speranza per il futuro del multilateralismo, in un periodo in cui spesso le mediazioni della politica stanno lasciando spazio alla violenza delle armi.
Non si deve nascondere, ovviamente, che non si tratta di una Convenzione perfetta perché le mediazioni che si sono dovute trovare con il fronte imprenditoriale, nel quale erano presenti le più importanti piattaforme a livello globale e che avevano il chiaro obiettivo di provare a non raggiungere un accordo sul tema, sono state molto dure e si è riusciti a raggiungere l’obiettivo della Convenzione dopo molte giornate e nottate di trattative, ma soprattutto grazie alla forte determinazione del fronte sindacale unito e all’appoggio di molti governi del Sud globale, oltre che di quelli più progressisti del resto del mondo.
Le Convenzioni OIL possono essere ratificate in 187 paesi, quasi ovunque, perciò l’approvazione della Convenzione 193 sul lavoro dignitoso nella platform economy costituisce un evento di portata storica, nonostante abbia avuto scarsa copertura mediatica nel nostro paese.
Forse, una delle ragioni per cui c’è stata una ridotta attenzione da parte nostra è anche legata all’esistenza di una Direttiva europea sullo stesso tema, nel quale sono contenute migliori tutele per le persone che lavorano soggette a un algoritmo in Europa; norma che è in attesa di trasposizione entro il 2 dicembre di quest’anno. Eppure, la Convenzione assume un valore particolarmente significativo ovunque e non solo in quei paesi nei quali si lavora con scarsissime regole e con diritti ridotti al minimo.
In queste zone del mondo, infatti, le tutele e i diritti contenuti nella Convenzione costituiscono il primo strumento che le persone e le organizzazioni sindacali possono utilizzare per mobilitarsi al fine di ottenere migliori condizioni di lavoro e limiti all’utilizzo degli algoritmi nella gestione dei rapporti di lavoro.
Tuttavia, come si diceva, la norma può essere molto funzionale anche altrove perché, tra le altre regole, essa per la prima volta estende a tutti i lavoratori che operano attraverso piattaforme digitali, quindi anche a quelli autonomi, i diritti fondamentali che l’OIL riconosce, ovvero libertà sindacale (compreso lo sciopero), la contrattazione collettiva, il divieto di discriminazione, il divieto di lavoro forzato, il divieto di lavoro infantile e le fondamentali regole in materia di salute e sicurezza.
Ma soprattutto essa impone limiti all’esercizio dei poteri nei rapporti di lavoro che queste piattaforme esercitano attraverso l’algoritmo.
Non era mai accaduto prima e ciò significa togliere il velo e ricordare che, dietro quelle piattaforme, ci sono persone che sfruttano e guadagnano sul lavoro umano e, perciò, si può affermare che, a differenza del titolo di un bel libro sul tema, il capo NON è un algoritmo.
Intelligenze artificiali, beni in Comune
Vincenzo Vita 17/06/2026
Ri-mediamo La rubrica settimanale su media e società. A cura di Vincenzo Vita
Magnifica humanitas, la lettera enciclica di Leone XIV “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” (2026), non è dedicata esclusivamente alle IA, bensì pure alla declinazione sociale e culturale dell’innovazione tecnologica. Certamente il cuore del testo ruota attorno alla disamina della rivoluzione in corso, ma il Papa di Roma ci consegna una straordinaria legittimazione della categoria del bene comune.
Fu il compianto Stefano Rodotà ad evocare un universo che può appartenere solo alla collettività e dal cui godimento nessuno può essere escluso. Ora riprendere e aggiornare quel filo di discorso diviene una vera e propria strategia. A sinistra si batta un colpo. O ci rimane solo la Chiesa?
Il quadro determinatosi nel mondo dei Poteri palesi o segreti che tira le fila del nuovo Capitalismo e suona le campane a morto della democrazia liberale impone la delineazione di una vera Alternativa. Il pericoloso Peter Thiel, per anni anonimo ideologo di una religione pagana e blasfema, divenuto uno dei capi della setta ora dominante, ha lanciato una sfida ontologica prima ancora che politica.
Le Big Tech sono le protagoniste della parabola autoritaria in atto, che non si ferma alla conquista tecnologica. Siamo al cospetto di una radicale discontinuità, di una rottura epistemologica. Parliamo dell’ordine simbolico e dell’ordine securitario, della guerra come il vero spazio della ricerca e dell’innovazione. Parliamo dei nostri dati, dei nostri profili, dei nostri corpi utilizzati come supporti delle IA, non il contrario. In tutto questo, come rientra il tema logoratissimo e sfiancato da un uso eccedente della Rai?
Rientra, eccome. Perché la ragione di un fornitore di media di servizio pubblico va rinnovata e riscritta.
Tramontate le ragioni originarie legate alla finitezza delle frequenze e alla necessità di evitare che si formasse un oligopolio privato e calata via via la forza dirompente della televisione generalista a baricentro commerciale, già l’avvento fortunato delle piattaforme ha contribuito a mutare le consuetudini della fruizione, aprendo la strada alla personalizzazione del consumo: la filosofia odierna che attiene al mercato e ai tratti esistenziali della vita quotidiana.
Qui, però, si vuole sottolineare che la funzione pubblica diviene persino di maggiore importanza oggi rispetto ai lunghi ieri che hanno trascinato un’azienda che fu di avanguardia su un poco dignitoso viale del tramonto.
La chiave della ripresa del cosiddetto servizio pubblico sta nella sfida da rilanciare: con l’idea di un bene comune capace di agire il conflitto dei e nei saperi nell’età delle Intelligenze artificiali, contrastando il predominio delle Big Tech.
Purtroppo, in Italia abbiamo una destra priva di visione e capace unicamente di occupare il tradizionale oggetto del desiderio: non riflettere sulle mediamorfosi e sulle ri-mediazioni, ma andare nei talk, da mattina a notte.
La legge del dicembre 2015 (n.220) è contraria all’articolato dell’European Media Freedom Act (EMFA) e dallo scorso 8 agosto siamo in potenziale infrazione comunitaria. La proposta di riforma della maggioranza giace da mesi presso la competente Commissione del Senato. Le opposizioni hanno depositato un corpo di emendamenti unitario, che potrebbe essere un testo compiuto da depositare alla Camera dei deputati.
La Commissione parlamentare di vigilanza è preda dell’ostruzionismo di maggioranza ed è bloccata.
Urgono iniziative di lotta adeguate, da connettere all’iniziativa generale da prendere. La Rai ha un futuro se entra da soggetto maturo nell’età dei movimenti freddi digitali e se partecipa allo scontro planetario su chi è sovrano, e di chi.
La vicenda di RaiWay (la società delle torri televisive) è un momento di verifica. Si chiuda il subalterno dialogo con l’omologa società EiTowers di Mediaset e si punti a costruire un grande polo di Data Center.
In Europa qualche soffio di novità forse si è respirato con il recente Tech soveireignty Act.
Tuttavia, è dalla capacità di leggere le moderne contraddizioni di classe che può uscire un progetto serio.
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