LA SOLITUDINE È UN KILLER: ANALISI DI UN MALESSERE CONTEMPORANEO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA SOLITUDINE È UN KILLER: ANALISI DI UN MALESSERE CONTEMPORANEO da IL MANIFESTO

La solitudine è un killer come il fumo: non sbagliamo i rimedi

FRANCO ARMINIO  12 MAGGIO 2023

Leggendo un post del mio amico Andrea Di Consoli apprendo un fatto enorme: dall’America ci dicono che la solitudine è un’epidemia e uccide come uccide il fumo. Riguarda chi vive da solo, chi è povero, emarginato, ma anche il ricco, il farmacista, lo scrittore, il bello e il brutto, il giovane e il vecchio, chi mangia male e ingrassa, chi corre per non ingrassare, chi scrive queste parole e chi le leggerà.

La solitudine non è come il colesterolo, è difficile da misurare, conta la percezione soggettiva: io vent’anni fa mi sentivo meno solo, era un tempo in cui conoscevo tante persone in meno, in cui mi conoscevano tante persone in meno.

Vivek Murthy, la massima autorità sanitaria degli Stati Uniti, scrive una “Strategia nazionale per promuovere la connessione sociale”. Dunque, si sono accorti che troppa gente vive in solitudine, che il diritto a costruirsi la propria vita senza badare più di tanto a quella degli altri è diventato un dolore, il dolore di mettere acqua in un secchio rotto, di andare a dormire con la testa affollata di parole e con il cuore vuoto.

Noi siamo animali sociali, eravamo abituati a vivere insieme anche perché sapevamo che poi a un certo punto si muore da soli. Adesso ci troviamo in una nuova condizione: non ragioniamo più se ci sia la vita dopo la morte, ma della morte che dilaga dentro la vita. Se mi posso ricoverare per curarmi il diabete, dove mi posso ricoverare per curare la mia solitudine?

È evidente che abbiamo bisogno di vivere in un mondo diverso. Non si può chiedere a un funzionario governativo di trovare la soluzione, lui ha il merito di farci vedere il problema in un momento in cui ogni giorno arrivano dichiarazioni, allarmi, commenti, piccoli mulinelli dentro un vento che solleva parole da ogni parte producendo un mondo sempre più chiassoso e muto, sempre più incapace di centrare il bersaglio.

Che fine farà questo documento che di fatto è un processo al capitalismo e anche una condanna senza attenuanti? Siamo alle prese da tempo con analisi allarmate: basti pensare a quelle sullo stato dell’ambiente. Potremmo dire: ci sentiamo soli in un pianeta ammalato. Potremmo dire: se siamo tutti d’accordo che siamo messi così male allora bisogna cominciare a fare qualcosa.

Nessuno ha la soluzione, forse non è l’intelligenza artificiale e non è il ritorno alla civiltà contadina. Si è detto che il Covid era un’occasione per cambiare strada. Gli effetti sono stati devastanti ma non è bastato. Difficile che ora la denuncia di un’epidemia di solitudine possa smuovere qualcosa e qualcuno, possa produrre politiche nuove. Non era mai accaduto che la solitudine entrasse in un documento governativo. È una questione da non far cadere nel ronzio di fondo prodotto dal fatto che ogni giorno siamo in troppi a parlare e nessuno ha più tempo di ascoltare.

Si muore e si morirà sempre da soli, ma si può ancora provare a vivere in compagnia, si può dare più spazio ai beni comuni, ai destini collettivi, si può rispettare la vita di ognuno, dentro un mondo che è di tutti, in cui tutto è intrecciato, gli umani, gli animali, le piante. È un grande fallimento ritrovarsi soli in un momento in cui abbiamo scoperto che una foresta è un mormorio collettivo, che nessun gesto è isolato.

Abbiamo creduto alle città, alle industrie, abbiamo creduto di poter mettere il nostro io dove stava Dio. Ora non è tempo di tornare indietro, non si può evitare di invecchiare, nessun bene avrà mai la virulenza del male, ma è ancora possibile baciare, accarezzare, è ancora possibile invaghirsi di un futuro caldo, umanissimo, cordiale.

Hikikomori, analisi di un malessere contemporaneo

 

SOCIETÀ . Non esclusivamente circoscritto al mondo giovanile, il fenomeno va connotandosi sempre più in termini di una possibile e transgenerazionale manifestazione di difficoltà adattive sociali ed esistenziali

Anna Paola Lacatena  13/05/2023

Con il termine Hikikomori si è ormai soliti definire quanti si ritirano volontariamente dalla vita sociale, rifiutando di lasciare la propria abitazione per un periodo che supera i sei mesi – da 3 a 6 mesi grave rischio, da 1 a 3 mesi rischio più moderato.

La Rete, dunque, assurge a viatico per esistenze parallele e alternative, che comportano chiusura e rifiuto nei confronti del mondo reale, consegnando il soggetto a tutta una serie di sintomi fisici e psicologici, sebbene il ritiro sociale volontario non costituisce ancora una sindrome specifica inserita all’interno del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth edition (DSM-5).

Il Gruppo Abele, in collaborazione con l’Università della Strada e con l’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Pisa, ha condotto nel 2021 uno studio a livello nazionale finalizzato alla valutazione dell’estensione del fenomeno in Italia tra gli studenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni. I risultati pubblicati lo scorso 6 marzo forniscono una prima quantificazione dell’isolamento volontario nella popolazione adolescente: «La stima del fenomeno del ritiro sociale che emerge dallo studio è da ritenersi indicativa. Molto più che indiziaria, ma certamente non definitiva».

Le risposte autoriferite al questionario ESPADItalia 2021 indicano che quasi un quinto (il 18,7%) degli studenti si è isolato nel corso della propria vita per un tempo significativamente lungo e che il 2,1%, pari a 54.000 ragazzi, si auto attribuisce la definizione di Hikikomori, con prevalenze del 2,7% tra i 15-17enni e dell’1,5% tra i 18-19enni. In particolare, i ragazzi riferiscono in percentuali maggiori rispetto alle coetanee di aver trascorso periodi di isolamento di 6 mesi o più (2,1% rispetto all’1,4% delle ragazze), ma anche di periodi dai 3 ai 6 mesi (2,8% ragazzi; 2,5% ragazze) e da 1 mese a 3 (4,1% ragazzi; 3,7% ragazze). Viceversa, le studentesse si riconoscono più frequentemente dei coetanei nella definizione di Hikikomori, ossia nel 2,5% dei casi rispetto all’1,7% dei ragazzi.

Una revisione sistematica di studi specifici del 2015 stimava una prevalenza del fenomeno tra Giappone, Hong Kong e Korea compreso tra l’1,2-1,9-2,3% rispetto all’intera popolazione. In Giappone sono stati contati circa 514mila hikikomori under 40. Due anni più tardi, nel 2017, è stato riportato dal governo nipponico, anche il dato relativo agli over40: circa 613mila casi.

L’Associazione nazionale “Hikikomori Italia”, sostiene che il fenomeno complessivo nel nostro Paese conti almeno 100.000 persone distribuite su tutto il territorio e su ogni fascia d’età. Non esclusivamente circoscritto al mondo giovanile, il fenomeno va connotandosi sempre più in termini di una possibile e transgenerazionale manifestazione di difficoltà adattive sociali ed esistenziali.

Nel 2001 la Conferenza Stato-Regioni fissava al 5% la quota minima del Fondo Sanitario Nazionale (FSN) da destinare alla salute mentale. Nel 2020 la stessa è stata ridotta di quasi la metà (2,75%) nonostante l’indicazione dell’Unione Europea a non scendere sotto il 10%. Se i Servizi del Sistema Sanitario Nazionale (territoriali ed ospedalieri) sono sempre più sottorganico depauperati di risorse dalla miopia politica che neppure la pandemia da Covid-19 ha saputo incrinare, appare evidente come a fronte del decremento dell’erogazione di psicoterapia e degli interventi di sostegno psico-socio-educativo cresce -e presumibilmente crescerà ancora – il ricorso agli psicofarmaci.

Secondo il rapporto dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) nel 2021 le prescrizioni di antidepressivi in Italia sono aumentate del 2,4%. Inoltre, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari nazionali (Agenas) nel documento «Metodo per la determinazione del fabbisogno di personale del Sistema sanitario nazionale» del 2022, rifacendosi al Pnrr e a i suoi tempi di attuazione (2026), ha notificato che le persone non riceveranno assistenza conforme agli standard previsti in assenza di almeno 2miliardi di euro. Più farmaci, dunque, meno prestazioni a fronte del dilagare di nuove e sempre più endemiche necessità.

Sebbene ci siano delle indubbie differenze tra Hikikomori adolescenti e analoghi adulti, in entrambi i casi è necessario lavorare sull’immagine negativa di tutto ciò che è Altro, sul senso di inadeguatezza al mondo esterno, sulla paura di non farcela, sulla fragilità psicologica e sulla resilienza. Quale sia l’interiorizzazione più difficile da intaccare non necessariamente è legata al tempo dell’isolamento o all’età dell’isolato. Per assurdo, infatti, l’adulto potrebbe aver prodotto e alimentato la propria condizione da più tempo ma, anche solo per una questione di esperienze accumulate, potrebbe avere più strumenti e ricordi di vissuti (anche) positivi.

Sofferenza, disagio, anedonia, demotivazione e tanto altro, Blaise Pascal quasi quattrocento anni fa ha affermato che «tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa: dal non saper restarsene tranquilli, in una camera». Il matematico e filosofo francese non poteva sapere che sarebbe arrivato un tempo in cui quella felicità sarebbe stata così tanto ricercata ricorrendo ad una vita da spendere quasi completamente in quella camera. Quanto alla tranquillità derivabile, se pure la stessa potrebbe essere garantita dall’essere al riparo da sinistri spettri e rischi del mondo, questo stesso mondo non sembra così estraneo alla camera.
Accedendo un computer o uno smartphone decretiamo la fine della vicinanza fisica ma non necessariamente di quella esistenziale. Anzi.

L’Hikikomori fissa una posizione rigida nell’infinità delle possibilità, con la falsa convinzione di poterla governare. Cerca la delizia di un’identità provvisoria e rivedibile, corrispondente alle proprie aspettative – spesso derivate da quelle del mondo – rifuggendo l’incubo del confronto reale.

Non sarebbe reale, però attribuire la responsabilità di questo alla pervasività e all’invadenza degli strumenti elettronici e delle varie reti. Forse dovremmo dire il contrario: l’essere umano nella sua perenne ricerca di individuazione e identità intende cogliere le opportunità offerte dal mondo online.

La fluidità rigida di osare dalla propria camera può essere piacevole, confortevole, estremamente dignitosa. Provocatoriamente, nel ritiro sociale andrebbe letto il più esasperato tentativo di rispondere alle aspettative del mondo moderno. L’essere umano senza legami, senza vincoli e obblighi che può, però scegliere contatti e amicizie, «l’imperatore della vita umana» (Ibsen, 1959).

Ce la farà? Persistendo nella condizione umana costretta a confrontarsi con l’ambiguità del bisogno di relazione e la possibile conseguente – inevitabile – perdita di indipendenza, credo proprio di no.

Con buona probabilità non ce la farà il singolo a fare a meno della collettività né per contro la collettività a fare a meno del singolo.

Zygmunt Bauman

Le persone che si sentono insicure, che diffidano di ciò che il futuro potrebbe loro riservare e che temono per la propria sicurezza personale, non sono veramente libere di assumersi i rischi che l’azione collettiva comporta. Non trovano il coraggio di osare né il tempo di immaginare modi alternativi di vivere insieme; sono troppo assorbite da incombenze che non possono condividere per pensare (e tanto meno per dedicare le loro energie) a quei compiti che possono essere svolti solo in comune

Massimo impatto e pronta obsolescenza unitamente al rischio di istantaneo smaltimento sono l’altra faccia della medaglia della scelta/bisogno di rapporti esili e leggeri. La paura, il senso di inadeguatezza, il sentire di non riuscire a corrispondere alle attese dell’Altro ma allo stesso tempo il piacere della libertà, della ritirata dall’impegno e dell’accomodamento dell’identità all’occorrenza rischiano davvero di immobilizzare tante persone – e di diverse età -, chiudendole in camere in cui, però, non mancheranno sensazioni di vuoto e solitudine sino al sentire il luttuoso di un abbandono perpetuato ma anche in ogni momento fungibile in prima persona.

Se i più giovani, con un bagaglio esperienziale in costruzione, ricercano identità, ruolo e rete (sociale) attraverso il wi-fi domestico, gli adulti, con un bagaglio esperienziale già costruito e non esente da passati crolli e fallimenti, fanno altrettanto. Pur da punti di partenza e con finalità apparentemente differenti, entrambi perpetuano il medesimo leitmotiv: l’esenzione dalla minaccia della discarica.

I surrogati virtuali dell’umana ricerca di radici, legami, amicizie, amori offrono identificazioni comode e sempre revocabili, istantanee ma non durevoli gratificazioni, sensazioni di controllo e ampia scelta sulla vita. Ricusando concessioni, tensioni, compromessi tipici della relazione, però, si corre il rischio di identificarsi con il bene di consumo, la merce esposta al deterioramento, l’articolo senza soggettività, il contenitore privato del suo più pregevole contenuto: l’eros come forza capace di creare vita.

Se per l’Hikikomori giovane è rinuncia al non ancora davvero conosciuto, per l’Hikikomori stagionato è rinuncia al già conosciuto e per questo magari bastante. Se per il primo è il piacere dell’illusione della governabilità di ciò che governabile non è (la vita, appunto), per il secondo è il piacere del sottrarsi all’impegno che tutto ciò potrebbe comportare.

Potrebbe essere al tramonto l’era del fare, vivere, sentire con l’Altro. Quest’ultimo c’è ma all’occorrenza, alla bisogna, senza una presenza che potrebbe risultare invadente, fastidiosa, richiedente attenzioni e rinunce. Presto il fenomeno degli Hikikomori assurgerà a sindrome, a malattia a tutti gli effetti. La nosologia stabilirà i criteri diagnostici e classificatori, la farmacologia lavorerà per offrire i giusti rimedi. Ritirit, Mibastodame o Obliox purché sia una pillola (l’ennesima)! … non aspettiamo altro.

Almeno questa ce la farà? Senza un lavoro terapeutico e socio-culturale sulla persona, credo proprio di no.

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