“CRIA CUERVOS” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“CRIA CUERVOS” da IL FATTO

Baby gang, inutile punire sotto i 14

Misure sbagliate – I reati commessi da minorenni sono aumentati nel dopo-Covid (con il picco nel 2022). Ma uno studio del professor De Vita smonta l’utilità della repressione prevista dal decreto Caivano

 Giovanni Valentini  11 Febbraio 2025

Ottomila euro al mese per fare lo spacciatore: la confessione del baby killer di 16 anni che qualche mese fa – su mandato del boss del clan a cui apparteneva – aveva ucciso con un colpo di pistola l’amico d’infanzia, il ventenne Giuliano Ramondino, ha aperto uno squarcio di orrore sul fenomeno terrificante della delinquenza minorile.

Ma la cronaca continua purtroppo a registrare, con una quotidiana e terribile puntualità, i casi che si susseguono uno dietro l’altro in una spirale di violenza e di odio: dal bambino di dieci anni che a Giugliano, in Campania, ha colpito con un coltello un tredicenne durante una lite per un pallone, fino alla dodicenne che ha accoltellato un coetaneo di scuola media nel cortile di un istituto romano.

Ormai, di fronte a questo inquietante crescendo criminale, anche il termine emergenza appare inadeguato. E insufficienti risultano i tentativi e i rimedi messi in atto finora. A cominciare dal cosiddetto “decreto Caivano”, approvato il 15 settembre 2023 e convertito in legge il 13 novembre successivo, con cui il governo ha cercato di dare un giro di vite alle misure per la sicurezza dei minori in chiave nettamente repressiva.

Rieducazione e recupero. Al di là delle sanzioni da applicare ai responsabili di questi reati, è necessario combinare il principio della rieducazione e quello del recupero. E qui si riapre il tema della punibilità del minore in base all’età: 18 anni, 14 anni o ancora meno? In un ampio dossier del professor Roberto De Vita, avvocato penalista e docente alla Scuola di Polizia economica della Guardia di Finanza, con la collaborazione degli avvocati Giada Caprini e Marco Della Bruna, si analizzano le cause e le possibili soluzioni di questo problema, anche in rapporto agli altri paesi europei. “Alla ricerca di un difficile equilibrio fra educazione e punizione, si tratta di conciliare le istanze di sicurezza sociale e la responsabilità dei giovani con la tutela della loro effettiva condizione di maturità, delle loro esigenze di crescita e del sano inserimento nella società”, si legge nello studio. La questione, insomma, non si risolve abbassando ancora il livello dell’età per stabilire la punibilità dei minorenni che delinquono. E così assistiamo, da una parte, all’impotenza di genitori e di educatori; dall’altra, a misure di contrasto alla criminalità che però non sembrano rispondere in modo efficace.

Povertà assoluta. Il reclutamento dei minorenni, da parte della criminalità organizzata, è agevolato dalla circostanza che i ragazzi sono sempre più colpiti dalla povertà assoluta in seguito alla pandemia da Covid: oltre il 13% dopo il 2020 e fino al 13,8% nel 2024. Da questo dato, si possono comprendere meglio le condizioni del contesto sociale e familiare che favoriscono l’ingresso precoce nel circuito criminale: soprattutto in determinate fasce della popolazione e in contesti territoriali disagiati. In Italia, dopo la progressiva flessione delle denunce contro minori avvenuta fino al 2019, già dal 2021 si è registrato un sensibile aumento. Fino al picco del 2022, anno in cui i casi sono saliti a 32.522, tornando al livello massimo raggiunto nel 2015 (35.744). Una leggera contrazione si è poi rilevata nel 2023, con 31.173 segnalazioni, confermando in ogni caso uno spaventoso ordine di grandezza.

I dati più recenti, come quelli della Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia del 2024, insieme alle segnalazioni raccolte dalle Forze dell’ordine, indicano che nell’ultimo anno sono cresciute tra i minorenni anche le violazioni in tema di stupefacenti (da 2.499 a 2.671), oltre le risse, le lesioni dolose e le rapine. Queste ultime, in particolare, non hanno registrato alcuna flessione in conseguenza al blackout del periodo pandemico: anzi, dal 2020 a oggi, sono costantemente cresciute da poco meno di 2.000 a oltre 3.400.

La soglia dei 14 anni. Sotto il fascismo, fu il Codice Rocco a innalzare da nove a 14 anni l’età di presunzione di non impunibilità assoluta per i minori (articolo 97 del Codice penale). È passato quasi un secolo, quel Codice è ancora in vigore e si studia all’Università. “Al di sotto di questa età – spiega il professor De Vita, citando il precedente storico – un minore non può essere ritenuto penalmente responsabile, poiché si presume in via assoluta che sia privo della capacità di intendere e di volere”. All’epoca tale soglia fu individuata poiché il quattordicesimo anno di età veniva fatto coincidere con lo sviluppo puberale, ritenuto decisivo per la formazione fisica e psichica. Dai 14 ai 18 anni, mentre prima esisteva una presunzione di responsabilità, adesso il minore viene ritenuto imputabile solo se ha la cosiddetta “capacità di intendere e di volere”: non più presunta, ma accertata caso per caso. Dopo i 18 anni, invece, questa è sempre presunta e non sono previste diminuzioni di pena (art. 98).

Ma ora, di fronte all’escalation della criminalità minorile, si può dire che la situazione non sia cambiata? E un adolescente di oggi non è più informato ed evoluto di un coetaneo di allora? Non sarebbe opportuno modificare la soglia di punibilità? La risposta di De Vita è netta: “L’estensione della responsabilità penale ai minori di 14 anni si tradurrebbe solo in un approccio repressivo inefficace”.

Per ribadire questa tesi, nello stesso studio si legge: “L’eventuale modifica dell’età minima di imputabilità, al contrario, dovrebbe tenere conto di numerosi aspetti di carattere sociale, biologico, giudiziario e geografico. Senza pensare che si possa intervenire con un semplice spostamento di asticella per poter perseguire i minori laddove falliscono gli adulti: genitori e educatori che, così, sarebbero ancora più deresponsabilizzati da un intervento a valle dell’autorità pubblica su patologie molto spesso prevenibili”.

Il confronto con gli altri paesi. A sostegno della propria posizione, più “garantista” che repressiva e punitiva, il professor De Vita passa in rassegna la legislazione di altri paesi. In Europa, la soglia minima per stabilire l’imputabilità è molto variabile. La maggior parte dei nostri partner, seppure con alcune differenze fra loro, applicano il modello italiano dei 14 anni.

Adottano invece il limite dei dieci anni Svizzera, Inghilterra e Galles, Irlanda del Nord; mentre sono imputabili dai 12 anni in Andorra, Belgio, Ungheria (solo per i reati più gravi, negli altri casi dai 14 anni), Irlanda (che prevede tuttavia l’imputabilità dai 10 anni per i reati più gravi), Paesi Bassi, San Marino, Slovacchia (con l’eccezione della violenza sessuale, per cui si parte dai 15 anni), Slovenia, Spagna e Scozia.

Altrove, troviamo la soglia di 13 anni in Francia e nel Principato di Monaco; 15 in Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Islanda, Norvegia, Polonia e Svezia. Si sale a 16 in Albania, Armenia, Austria, Azerbaijan, Bielorussia, Lituania, Moldavia, Russia, Ucraina (che però prevedono l’imputabilità a 14 anni per i reati più gravi) e Portogallo (con una estensione fino a 12 anni di determinate misure correzionali). Curioso è il caso del Lussemburgo, dove non è prevista un’età minima.

L’età colpevole. Conclude il professor De Vita: “Un impulsivo e non ponderato abbassamento dell’età imputabile rischia di certificare il passaggio da un processo per i minorenni a un processo contro i minorenni. Dalla presunzione di innocenza si passa così all’età colpevole”.

Fatto sta che – come sanno bene gli operatori della giustizia – recludere un minore in carcere o in un altro istituto, rischia di servire poco al recupero e alla rieducazione, come prescrive la Costituzione. Più spesso, soprattutto per gli spacciatori o per i colpevoli di reati meno gravi, la detenzione si trasforma purtroppo in una scuola di perfezionamento o di specializzazione. E quando escono tornano in società e sono anche peggiori di prima.

La fiera dove i bambini imparano le armi

 Giuseppe Pietrobelli   11 Febbraio 2025

“Stanno preparando i giovani alle prossime guerre. Hanno lasciato che i minorenni imbracciassero le armi, mentre la Polizia si dedicava a seguire noi manifestanti, con la maschera di Netanyahu o di Trump. Prima firmano i codici etici, poi consentono che nei padiglioni della Fiera di Verona i ragazzini prendano confidenza con le armi”. Giorgio Brasola, portavoce del Laboratorio Paratodos è uno degli organizzatori della manifestazione che il 9 febbraio ha portato la contestazione pacifista nell’esposizione Eos dedicata alle armi utilizzate per caccia o tiro sportivo. Ma quella è la facciata, perché a Verona sono arrivati i nomi più importanti dell’industria bellica italiana. Le foto scattate nei padiglioni fanno scalpore. Si vedono adolescenti con lo zaino in spalla che afferrano i fucili, li soppesano, li accarezzano. Accostano l’occhio al cannocchiale di precisione, prendono la mira, simulano lo sparo. Tutto avviene sotto i cartelli che intimano: “È severamente vietato toccare le armi ai minori di anni 18”. Un ammonimento inascoltato. Il fascino delle armi in tempo di guerra può essere confuso con un videogioco. L’ingresso agli stand era vietato ai ragazzini non accompagnati dai genitori, ma bastava una deroga firmata e l’affidamento a un maggiorenne per renderlo possibile, al prezzo scontato di 20 euro. Fino a 13 anni, invece, era gratis. “Avevamo chiesto controlli degli steward, in modo da impedire un contatto diretto con le armi”, spiega Jessica Cugini, consigliere di in Comune per Verona e Sinistra Italiana. “Inoltre c’è una ordinanza del questore da rispettare. Ho chiesto quali fossero le sanzioni, mi è stato risposto che ormai i ragazzi le armi le vedono dappertutto e ci giocano ai videogame”. Patrizio Carotta, presidente Eos, è invece euforico: “Abbiamo avuto il record di 40 mila presenze in tre giorni, qualcosa può essere scappato. Penso che anche chi non ha 18 anni possa sparare, in sicurezza, nei poligoni, con gli istruttori”. I controlli non hanno funzionato… “Abbiamo appeso 30 cartelli col divieto, ma 18 mila persone solo sabato sono tantissime da controllare”. Alla faccia del successo bellico, una soluzione ci sarebbe. “Il Comune di Verona, a maggioranza di centrosinistra, non rinnovi l’accordo con Eos – suggerisce Brasola – mettiamo le armi al bando da Verona, che ha aderito al coordinamento delle città di pace”.

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