ZYGMUNT BAUMAN E QUEL DIALOGO SULLA MODERNITÀ LIQUIDA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Zygmunt Bauman e quel dialogo sulla modernità liquida
Francesco Antonelli 04/08/2026
Scaffale Per le edizioni di Pensa Multimedia, un volume di saggi curato da Riccardo Mazzeo, Mauro Marcantoni e Nina Harriet Saarinen e dedicate alle idee del sociologo polacco
La figura e il pensiero di Zygmunt Bauman continuano ad esercitare una straordinaria influenza sulla cultura contemporanea: dalla sua scomparsa, avvenuta nel 2017, si moltiplicano in tutto il mondo tributi, seminari, pubblicazioni postume di sue lezioni e scritti più o meno estemporanei.
AL DI LÀ DI UN INEVITABILE epigonismo che sempre si presenta, oggi, di fronte alla scomparsa di figure intellettuali illustri – e quindi commercialmente appetibili – tutto questo movimento e dibattito intorno alla sua sociologia riflette anche un bisogno profondo: cercare di scoprire dove stanno andando le nostre società, sempre più definite da un congedo fragoroso, caotico e tragico da molte di quelle dinamiche socioculturali – ma anche politiche – che Bauman aveva definito e sintetizzato con l’espressione «modernità liquida».
Il libro curato da Riccardo Mazzeo, Marco Marcantoni, Nina Harriet Saarinen Zygmunt Bauman. In dialogo sul futuro (Pensa Multimedia, pp. 252, euro 26,00) – impreziosito da una ricca collezione di foto sul sociologo polacco, commentata da sua figlia Lydia – si colloca lungo questa traiettoria, partendo da una rilettura complessiva del senso dell’opera di Bauman: non tanto un insieme teorico perfetto e compiuto che si può, dogmaticamente, «prendere o lasciare» in blocco.
Quanto, piuttosto, una serie inesauribile di spunti e riflessioni da cui partire per scorgere cosa c’è oltre di esse – e, quindi, il mondo globale che abbiamo conosciuto sin qui.
Nonostante i temi affrontati nei diversi saggi del libro siano ovviamente molti, riflettendo la natura plurale dell’opera di Bauman, due sembrano i fili rossi che li attraversano.
Il primo concerne il destino dell’etica e della spiritualità – dunque di una parte fondamentale di ciò che ci definisce «umani» – in un mondo che oscilla tra la loro evaporazione e la radicale strumentalizzazione politica o anche commerciale delle religioni, degli stili di vita, della stessa promessa di autenticità. A questo proposito particolarmente illuminante è il dialogo che Giovanni Battista Magoni stabilisce, nel suo saggio, tra gli scritti di Bauman e l’opera cinematografica di Krzysztof Kieslowski – regista, tra l’altro, della «trilogia dei colori»: entrambi ci indicano che nichilismo ed egoismo non sono destini inevitabili poiché, a causa della tragicità e dell’imprevedibilità intrinseca della vita così come delle stesse condizioni delle società ipermoderne, ogni essere umano ha bisogno di riconoscere «l’altro concreto» per esistere e per trovare la forza di guardarsi dentro.
IL SECONDO FILONE riguarda il rapporto tra libertà, sicurezza e comunità, tre parole chiave della modernità liquida che sembrano destinate, pur nelle loro riconfigurazioni, a segnare la fisionomia anche delle società di domani: così Sabina Curti sottolinea la necessità di prendere le distanze dal comunitarismo intollerante – leggi sovranismo, nazionalismo, identitarismo – quanto dalla fredda impersonalità della tecnologia, per rilanciare, ostinatamente quanto necessariamente, l’idea di comunità aperte e umane.
Allo stesso modo Mihaela Gavrila mette al centro della sua analisi le possibilità concrete, da rintracciare nelle potenzialità delle nostre comunità, di andare oltre il triste dilemma tra apparente democratizzazione da un lato – quella sbandierata e calata dall’alto, ad esempio, dalle retoriche e dalle politiche «inclusive» dell’Unione europea – e, dall’altro, colonizzazione (economica) estrattiva, cioè turistizzazione alienante dei luoghi e tecnologie digitali invadenti. Luigi Somma, invece, in un bellissimo e denso saggio, mostra come il videogioco contemporaneo non sia solo intrattenimento o, al limite, forma mediatica. Ma il modello che ispira e che sintetizza, allo stesso tempo, quella logica performativa e de-responsabilizzante che caratterizza la declinazione della libertà nel mondo di oggi e, probabilmente, anche in quello futuro.
In conclusione, più che offrire risposte definitive, il libro curato da Mazzeo, Marcantoni, Saarinen, restituisce al lettore la responsabilità delle domande. Ed è forse proprio questa, oggi, la lezione più attuale di Bauman: ricordarci che comprendere il futuro significa anzitutto non smettere di mettere in discussione il presente.
Talk e social La verità è anche fuori: spegniamoli, cominciamo a pensare
LODICOALFATTO
MASSIMO LIOFREDI 04/08/2026
NEL 1895, GUSTAVE LE BON spiegava con lucidità disarmante come si influenza una massa. Diceva che le folle non ragionano con la logica, ragionano per immagini, per emozioni, per ripetizione. Bastano poche idee semplici, martellate e il prestigio di chi le pronuncia. Oggi quel manuale è diventato la nostra vita quotidiana. La differenza è che Le Bon aveva giornali e comizi. Noi abbiamo tutto e subito. Televisione, giornali, talk show, radio e soprattutto i social. Il problema non è che ci sia tanta informazione. Il problema è che è troppa e sempre uguale. Lo stesso fatto lo vedi al telegiornale, lo ritrovi sul sito del giornale, lo ascolti nel talk show della sera. Il risultato è l’assuefazione. E qui i talk show di parte fanno il resto. Non informano, accompagnano. Non spiegano, semplificano. Ridono, urlano, scelgono l’o s p i te giusto, mettono il titolo giusto e in mezz’ora ti convincono che quello è l’unico modo di vedere le cose. Così piano si perde il contatto con ciò che succede davvero nel quotidiano. Con la bolletta che arriva, con la classe che è piena, con l’ospedale dove mancano i medici, con lo stipendio che non basta. La realtà vera viene sostituita da una realtà raccontata e la massa, come diceva Le Bon, finisce per accettarla. E mentre questo succede, la direzione è sempre la stessa. I soldi, le energie, i titoli, vanno tutti da una parte: armi, difesa, riarmo, nuovi scenari di guerra. Intanto cosa viene lasciato indietro? La scuola. Gli stipendi. La sanità. La cultura. Il futuro sociale. Quelle sono le cose lente, quelle che non fanno audience, quelle di cui si parla poco perché non alzano l’indice di ascolto. Le Bon aveva capito una cosa fondamentale: chi controlla l’immaginazione della massa controlla anche le sue scelte. Se per mesi ti dicono solo che bisogna prepararsi alla guerra, alla fine ti sembra normale. Il futuro che ci aspetta, se continuiamo così, è già scritto. Una popolazione stanca, distratta, abituata a reagire invece di pensare. Un paese che investe sempre di più in strumenti per difendersi e sempre di meno in strumenti per crescere. Più missili e meno insegnanti. L’unico modo per uscirne è riprendere in mano il filtro. Spegnere un po’. Leggere, confrontare, parlare con chi sta vicino. Ricordarsi che la verità non arriva sempre da uno schermo. Arriverà il giorno in cui ci chiederemo se era davvero necessario spendere tutto in armi, mentre lasciavamo morire il resto. E a quel punto sarà tardi per cambiare rotta.
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