VIESTI: “AUTONOMIA DIFFERENZIATA, PD CORRESPONSABILE, SERVE UN SVOLTA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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VIESTI: “AUTONOMIA DIFFERENZIATA, PD CORRESPONSABILE, SERVE UN SVOLTA” da IL MANIFESTO

Viesti: «Autonomia differenziata: Pd corresponsabile con la Lega, serve una svolta»

INTERVISTA. Gianfranco Viesti, economista all’università di Bari, tra i principali critici della “secessione dei ricchi” e promotore della proposta di legge contro il progetto Calderoli: “Le destre creeranno un’Italia irriconoscibile: un potere statale ridotto al lumicino e città schiacciate da Regioni-stato che andrebbero ciascuna per conto proprio”

Roberto Ciccarelli  19/01/2023

Gianfranco Viesti, economista dell’Università di Bari, lei è uno dei principali critici dell’«autonomia differenziata». Sulla rivista «Il Mulino» ha scritto un articolo in cui sostiene che il Pd è responsabile quanto la Lega della «secessione dei ricchi». Perché?
Cerco di avere un atteggiamento costruttivo e auspico che il futuro sia diverso dal passato. Però se guardo al passato vedo un ruolo decisivo dell’Emilia Romagna, e del suo presidente Stefano Bonaccini, oggi candidato alla segreteria del Pd, nel fare diventare le richieste estreme del Veneto e della Lombardia, governate dai leghisti, una materia su cui discutere seriamente. Ho ricostruito nel dettaglio queste vicende dal 2017 a oggi. Da allora il Pd ha molte difficoltà a esprimersi su un tema di assoluta rilevanza politica. Sicuramente al suo interno ci sono idee anche molto diverse. Io non partecipo alle loro vicende congressuali e ho rispetto dell’importanza della discussione in corso. Ma mi auguro che prendano una posizione forte e unitaria su una questione che interessa il futuro della scuola e dell’università, della sanità e dei trasporti, delle politiche ambientali, dell’energia o dei beni culturali. Decidere chi fa queste politiche significa dire quale Italia si vuole.

In cosa si differenzia la proposta di Bonaccini da quella leghista di Calderoli?
Prendo atto con piacere che Bonaccini dichiari di non volere, al contrario di altre regioni, più risorse a danno di altri territori. E non vuole regionalizzare la scuola. Però nelle carte trovo tanti riferimenti anche per l’Emilia a fondi speciali.

Cosa sono?
Vorrei saperlo anch’io. Cosa si intende per «fondo integrativo per il personale sanitario»? La sostanza è proprio nei dettagli. E finora l’Emilia ha accettato la logica per cui si fanno intese generali e poi la definizione dei dettagli è demandata a commissioni paritetiche Stato-regioni.

E chiede per sé molte competenze…
Sì, non sono tutte, ma sono molto pesanti. L’Emilia Romagna vuole la regionalizzazione dei musei statali, ad esempio. Cosa accadrebbe se lo facesse anche il Lazio? Ci piacerebbe un paese senza una rete di istituzioni culturali nazionali?

Bonaccini le ha risposto su twitter che ha la posizione del Pd. Peppe Provenzano ha ribattuto che non è così: il Pd ha criticato le pre-intese del 2018 e il lavoro del «Conte 1». E sono d’accordo sulla definizione dei Lep. Elly Schlein, l’ex vice di Bonaccini e candidata alla segreteria Pd, ha detto che vogliono discuterne in Parlamento. Invece di un’autonomia diversamente differenziata non dovrebbero opporsi all’intero progetto?
Secondo me sì. Un conto è parlare di decentrare alcune competenze amministrative; ma allora ci si deve chiedere: perché solo ad alcune regioni? Se invece parliamo, come in questo caso, di competenze legislative, allora il discorso cambia. Davvero vogliamo dare alle regioni potere sovrano sulle politiche energetiche? O cancellare quello che resta del Servizio sanitario nazionale?

Ha capito che tipo di regionalismo vuole il Pd?
Di base, da una forza di centro-sinistra, mi aspetterei un regionalismo bene organizzato, equilibrato, e una battaglia per fare funzionare lo Stato. Prima di parlare di differenziazione, bisognerebbe mettere a posto il regionalismo varato nel 2001. Funziona malissimo. Mancano le leggi cornice che sono compito dello Stato. Tutta la parte finanziaria è inattuata. Ci vuole una riflessione sul riparto delle competenze. Penso alle grandi infrastrutture di rete e all’energia per cominciare. Le proposte sull’autonomia, e oggi il testo di Calderoli, non risolvono questi problemi e ne aggiungono altri.

Se passasse il progetto delle destre che tipo di paese avremo?
Sarà irriconoscibile, diverso da qualsiasi altro nel mondo, con un potere statale ridotto al lumicino, le città schiacciate dalle regioni e Regioni-stato che andrebbero ciascuna per conto proprio.

Ci sarà lo scambio tra Meloni che vuole il presidenzialismo, e i leghisti che si giocano tutto sull’autonomia?
Lo vedremo. Storicamente hanno visioni quasi opposte. Non dimentichiamo che nel 2014 Giorgia Meloni è stata prima firmataria di un progetto di legge di riforma costituzionale che voleva abolire le regioni.

Lei è uno dei promotori della proposta di legge di iniziativa popolare di riforma degli articoli 116 e 117 della Costituzione. In cosa consiste, perché firmarla e a cosa servirà?
Ho aderito all’iniziativa di Massimo Villone. Firmarla serve per costringere il Parlamento a discuterne, animare il dibattito politico su questi temi che è sopito per intelligente scelta dei cosiddetti secessionisti. Gli italiani infatti non ne sanno niente e loro su questo ci marciano. Nel merito la proposta tende non a cancellare il terzo comma dell’articolo 116 ma a introdurre due principi importanti: ci deve essere una motivazione chiara del perché una regione chiede una competenza specifica; bisogna lasciare la parola finale agli italiani prevedendo la possibilità di un referendum. Oggi è impossibile.

Perché?
Questa legge è rinforzata. Significa che non può essere oggetto di consultazione popolare, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale. Se il Parlamento ratifica un’intesa grazie al testo Calderoli l’autonomia differenziata sarà irreversibile. Pensiamoci.

Autonomia, la Lega punta i piedi e ottiene un primo sì

VERTICE A PALAZZO CHIGI. Salvini ha bisogno di una bandiera per le regionali. Meloni non ha fretta ma teme defezioni sul Mes

Andrea Colombo  19/01/2023La Lega segna un punto sull’autonomia differenziata. Il vertice riunito ieri pomeriggio a palazzo Chigi, ha «definito il percorso tecnico e politico per arrivare, in una delle prossime sedute del consiglio dei ministri, all’approvazione preliminare del ddl sull’autonomia differenziata». È un passo che si avvicina, senza ancora centrarlo, all’obiettivo di Salvini che ha disperatamente bisogno di un risultato concreto da sbandierare nella campagna elettorale in Lombardia e punta sulla calendarizzazione dell’autonomia prima del voto. In Lazio sarebbe un boomerang e i leghisti lo sanno. Ma in quella Regione i sondaggi accreditano il Carroccio di una percentuale risibile, non oltre il 4%. Dunque lo stato maggiore di via Bellerio è prontissimo a sacrificare il poco che vanta nel Lazio pur di difendere le posizioni nella roccaforte lombarda, e poco male se si tratta di un certificato di morte per il miraggio salviniano di una Lega nazionale.

IL COMUNICATO di palazzo Chigi annuncia anche la decisione «di definire il cronoprogramma su Roma Capitale e sulla riforma presidenzialista». In realtà nel summit di ieri di presidenzialismo si è parlato poco ma la premier ci teneva a trasformare, almeno sulla carta, l’incontro sull’autonomia richiesto dalla Lega in un vertice a tutto campo sulle riforme. Con i vice Salvini e Tajani sono così arrivati a palazzo Chigi tutti i ministri coinvolti nelle due riforme, Calderoli e Fitto ma anche Casellati, che gestisce la partita sul presidenzialismo, e Lollobrigida.

«È per le elezioni che stiamo alzando il fuoco di questi giorni», confidava un paio di giorni fa il capogruppo Molinari. Solo che se alzare il fuoco vuol dire chiedere con insistenza è difficile che basti, perché la Lega di richieste rumorose ne ha avanzate tante in questi mesi e non una sola volta ha poi portato a casa risultati reali. Serve qualcosa in più di pugni impotenti sbattuti a vuoto sul tavolo. «Per lealtà abbiamo fatto molte rinunce ma anche noi siamo parte del governo», si è sfogato con gli intimi Salvini. Come «parte del governo» punta a strappare un’accelerazione nella marcia dell’autonomia e non solo a parole.

SI SA CHE GIORGIA MELONI da quell’orecchio proprio non ci sente e la rapidità con cui ha tramutato l’incontro sull’autonomia in un summit sulle riforme lo dimostra. I due capitoli vanno scritti contemporaneamente. Dunque il vertice inizia sì a discutere l’articolato della proposta depositata da Calderoli ma glissa sui tempi. L’impegno messo nero su bianco resta vago, e i ministri FdI ci tengono a sottolineare che un cronoprogramma non c’è e che comunque le riforme marceranno insieme. Del resto l’accelerazione nella maggioranza non la vuole nessuno. La premier può contare sull’appoggio di Fi, anche perché nel partito azzurro, un tempo sbilanciato a nord, le Regioni del sud sono oggi decisive. Lupi, per i centristi, non ha neppure atteso il vertice per provare a tagliar corto: «L’autonomia? Non prima delle Regionali».

I TEMPI LUNGHI e l’insistenza della premier per incatenare l’autonomia al presidenzialismo non servono solo e neppure soprattutto a evitare che la Lega riprenda fiato in Lombardia. Quello è il meno. Il punto vero è che, se FdI e in buona parte anche Fi potessero dire apertamente quel che pensano, forse non userebbero parole molto diverse da quelle del responsabile Regioni del Pd Boccia: «I Livelli essenziali delle prestazioni, i Lep, vanno normati con una legge ordinaria non nel chiuso di una cabina di regia». E quando parla di non penalizzare il sud, probabilmente l’inquilina di palazzo Chigi non si scosta molto dal riassunto dello stesso Boccia: «Trasporto pubblico locale, assistenza, scuola e sanità sono diritti essenziali che vanno garantiti a tutti».

MA PER QUANTO ISOLATA, la Lega dispone di due armi possenti: il presidenzialismo, che non passerebbe senza i suoi voti, e la ratifica del Mes, che invece verrebbe comunque approvata grazie al soccorso del Terzo Polo e del Pd ma con esiti devastanti. Una spaccatura della maggioranza demolirebbe l’immagine della premier a Bruxelles e segnerebbe l’avvio del conto alla rovescia per il governo. Dunque qualcosa la presidente e gli alleati hanno dovuto concedere. Ma limitandosi al meno possibile.

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