USA: L’INTEGRALISMO al POTERE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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USA: L’INTEGRALISMO al POTERE da IL MANIFESTO

L’integralismo al potere in America

STATI UNITI. La scorsa settimana gli Stati uniti hanno celebrato il giorno dell’indipendenza numero 245 e le esplosioni di spari si sono mescolate ai botti dei fuochi d’artificio. Non poteva esserci rappresentazione […]

Luca Celada, Los Angeles  10/07/2022

La scorsa settimana gli Stati uniti hanno celebrato il giorno dell’indipendenza numero 245 e le esplosioni di spari si sono mescolate ai botti dei fuochi d’artificio.

Non poteva esserci rappresentazione più icastica della festa nazionale tramutata in bagno di sangue.

Anche il 4 luglio, nel giorno dell’indipendenza degli Stati uniti, raffiche di proiettili hanno falciato parate di celebrazione a Chicago e Philadelphia, altre sparatorie pubbliche (una dozzina in tutto) hanno mietuto 15 morti, provocato 91 feriti e migliaia di persone traumatizzate.

Se non sono immagini da guerra civile certo fotografano un paese in profondo disagio psichico oltre che politico.

La nazione versa in una crisi costituzionale evidente nelle sentenze di una corte suprema deviata dalla maggioranza ultra conservatrice e installata come un ordigno ad orologeria vicino al cuore della democrazia.

Il primo frutto velenoso è stato l’aborto.

Abrogando la garanzia costituzionale di scelta individuale, un tribunale trasmutato in sinodo teocratico ha dato facoltà ai singoli stati di promulgare statuti diametralmente opposti in materia di aborto. L’ultima volta che gli stati si sono divisi riguardo libertà così fondamentali dell’individuo, l’unione si è spaccata in due. E oggi la federazione di stati costituita nel 1776 è in preda ad una crescente e angosciante sensazione di disgregazione.

Le sparatorie dell’Independence day hanno dato il senso palpabile che l’arsenale di 400 milioni di armi da fuoco diffuse in una popolazione parossisticamente polarizzata possa presto essere nuovamente impiegato in una conflagrazione generale.

Negli ultimi cinque anni sembra essersi estinto ogni spazio di dialogo, compromesso o manovra politica.

Uno dei due partiti politici ha abbandonato il progetto democratico e persegue una propria “restaurazione” con lo zelo di una guerra santa.

Il progetto prevede un ritorno ad un tempo “mitico”, una grandezza immaginata che è codice per antichi equilibri di potere e gerarchie sociali, razziali e di genere. Nel disegno emergono i contorni di un integralismo religioso e suprematista che è componente fondante della nazione e che, spronato dalla paranoia di un “declino bianco” attivato dalla demagogia populista, punta ora a prendere il sopravvento con le buone e lo cattive.

Nelle manifestazioni di piazza compaiono sempre più spesso milizie armate, le assemblee scolastiche sono presidiate da urlatori “anti-woke”, i seggi elettorali da scrutatori “di fiducia” con ordini di confutare a priori esiti sfavorevoli. La fazione fanatica è in minoranza, ma costituita pur sempre da decine di milioni di persone sovrarappresentate da un sistema elettorale tarato per favorire stati rurali e scarsamente popolati.

Ma le tradizionali tecniche di soppressione dell’afflusso degli avversari e di pilotaggio dei seggi uninominali potrebbero presto diventare superflue.

In autunno la Corte suprema prevede di giudicare un caso sulla facoltà dei singoli stati di selezionare in libertà i grandi elettori nelle presidenziali, a prescindere dalla volontà degli elettori (i quali – bisogna ricordare – non sono mai menzionati nell’articolo secondo della Costituzione che disciplina l’elezione del presidente).

Una tale sentenza originalista avrebbe l’effetto di dare agli stati conservatori, in minoranza popolare ma maggioranza numerica, il controllo della Casa bianca. Si profila insomma la possibilità concreta di uno stato para-democratico, controllato da un esecutivo e un potere giudiziario non popolarmente eletti e un parlamento bloccato – un governo permanente della minoranza.

I giudici originalisti potrebbero insomma completare il disegno eversivo dei rivoltosi che il 6 gennaio chiedevano all’allora vicepresidente Mike Pence di decidere l’elezione a tavolino a favore di Donald Trump.

La preoccupante deriva della prima democrazia occidentale è promossa dal partito repubblicano teso ormai ad abbandonare il progetto di democrazia multiculturale a favore di un ritorno alle presunte origini. E si vede ormai il punto finale di un progetto quarantennale per consolidare il programma liberista usando il sostegno dell’elettorato integralista religioso ottenuto con le “guerre culturali” (e la protezione del privilegio e dell’identità bianca).

Il matrimonio di convenienza fra plutocrati e fanatici ha finito per produrre aberrazioni come il “nazionalismo cristiano bianco” e il nazional-populismo di Trump che ora minacciano di destabilizzare concretamente la superpotenza occidentale.

In gran parte l’opera è già compiuta. L’integralismo è di fatto al potere – come hanno dovuto constatare fin troppo concretamente le donne di 25 stati già riportati ad “origini” in cui bambine violentate incinte vengono costrette a portare a termine la gravidanza prodotta da incesto, un caso già registrato in Ohio.

Raccontare gli Usa oggi significa constatare una già avanzata mutazione genetica da democrazia liberale a stato ispirato da totalitarismo ideologico e religioso. Il modello è già largamente operativo in stati come il Texas e la Florida e funge da pericoloso modello per aspiranti emulatori nel mondo.

A loro volta gli estremisti americani seguono l’esempio di autocrazie europee, come ad esempio l’Ungheria di Orbán, nella fatale erosione di diritti civili, con la certezza che l’aborto sia solo l’inizio. Mentre il congresso è azzerato da una divisone paralizzante e il presidente assiste in gran parte impotente, ridotto a passare, come ha fatto ieri, un decreto che favorisce la creazione di consultatori in territorio amico vicino ai confini di stati ribelli ….il paragone che ha fatto Biden è stato quello degli interventi federali a favore della desegregazione degli stati razzisti negli anni ’60, ma francamente suggerisce una crisi del federalismo più simile semmai a quella del 1860 – il preludio della guerra civile.

Per le maggioranze liberal e intellettuali, per i giovani e le minoranze etniche ispaniche e afro americane destinate a subire in prima persona il neo autoritarismo prossimo venturo, è un brusco risveglio accompagnato da un disorientante senso di impotenza, simile a quello della rana che si accorge, forse troppo tardi, di trovarsi a bagno in una pentola sul fuoco.

I diritti dopo la sentenza Usa sull’aborto: le leggi non bastano, c’è bisogno della lotta

DIRITTI. La Costituzione, il costituzionalismo, possono essere solo degli alleati contro il dominio nelle varie forme in cui esso può manifestarsi

Alessandra Algostino  10/07/2022

La sentenza della Corte Suprema Dobbs vs. Jackson Women’s Health Organization che ha cancellato il diritto di aborto negli Stati uniti rappresenta una prepotenza dirompente che ci scaraventa indietro di decenni. Essa mostra la fragilità e insieme la forza dei diritti: ci ricorda il legame fra diritto e società e fra diritti e lotta; ci richiama al senso del costituzionalismo; ci interroga sul ruolo dei giudici; ci stimola ad agire per l’attuazione del diritto.

DIRITTI E CONFLITTI. I diritti nascono nei conflitti, dai conflitti: non sono dati per sempre, ma vivono contestualizzati nella storia, esito di rapporti di forza e di lotte. I diritti, cioè, sono calati nelle vicende umane e ne vivono le dinamiche. Questo a un tempo rappresenta una debolezza, li può rendere fragili di fronte al potere (patriarcale, coloniale, di classe…); dall’altro, ne testimonia la forza, data dal loro radicamento nello snodarsi delle esistenze nel tempo.

DIRITTI E COSTITUZIONI. Le costituzioni tentano di mettere al riparo dalle turbolenze della storia dignità, libertà, uguaglianza, e, nella versione più avanzata, un progetto di giustizia sociale. Costituiscono validi argini, ma il diritto è anch’esso un fenomeno sociale che ha con la realtà un rapporto allo stesso tempo conformativo e recettivo: regola la vita sociale e insieme traduce quanto si manifesta nella società. Le costituzioni sono la legge suprema, fondano i diritti e limitano il potere con la forza del diritto “più alto”: sono il terreno sul quale appoggiarsi per rivendicare diritti, denunciare violazioni, chiedere giustizia, ma possono essere oggetto di interpretazioni che ne contraddicono il senso o essere abbandonate, sovrastate da una differente egemonia. Resta tuttavia che esse presentano anche una eccedenza oltre il loro essere al vertice delle fonti: esprimono la tradizione giuridica del costituzionalismo, principi che con fortune alterne nel corso della storia sono stati affermati per limitare il potere e garantire i diritti. In questo senso le costituzioni attraversano il tempo: si fondano sul passato, garantiscono per il presente, si proiettano nel futuro.

IL RUOLO DEI GIUDICI. Nelle aule universitarie si insegna che la magistratura è strumento di garanzia dei diritti, che la Corte costituzionale è organo di tutela della Costituzione che quei diritti sancisce. Questo è vero, ma non è l’unica storia. La vicenda della Corte suprema Usa che in pochi giorni ha eliminato il diritto all’aborto, rafforzato il diritto di portare le armi, aperto il cammino ad una generalizzata regressione nella tutela dei diritti, ci ricorda che i giudici possono anche restringere i diritti, chiudere attraverso l’interpretazione spazi di libertà e uguaglianza. E il pensiero va, fra gli ahimè tanti esempi, all’accantonamento dell’utilità sociale come limite e indirizzo dell’iniziativa economica (articolo 41 della nostra Costituzione), ma anche ai molti processi oggi intentati nei confronti di chi dissente, di chi è solidale, di chi vive una situazione di disagio. Una ambiguità strutturale? Un potere che è allo stesso tempo contropotere?

EFFETTIVITÀ DEI DIRITTI. Il pericolo di ripercussioni della pronuncia statunitense in Italia è tutt’altro che remoto e già aleggia nei discorsi di questi giorni, rinvigorendo insistenti attacchi al diritto ricorrenti negli ultimi anni. Ma la questione non è solo il rischio che proviene da oltreoceano; in Italia il diritto all’aborto è già dimidiato dalle difficoltà che incontra la sua concretizzazione, a partire dalla disponibilità di medici ad eseguirlo. Non è sufficiente sancire un diritto, occorre garantirlo sul piano dell’effettività, della concretezza. La nostra Costituzione in questo è maestra, laddove considera il “fatto”, gli ostacoli, la realtà: per giungere ad una trasformazione materiale e non solo proclamata, ad una uguaglianza sostanziale e non solo formale. Occorre esigere la possibilità concreta di esercitare il diritto, su tutto il territorio, a livello di informazioni, strutture e personale. Non solo: l’effettività ci ricorda come la mancata concretizzazione di un diritto agisca da moltiplicatore delle diseguaglianze (se un servizio pubblico sul territorio non garantisce il diritto di aborto, solo chi ha gli strumenti, sociali ed economici, potrà esercitarlo rivolgendosi altrove).

La sentenza della Corte suprema genera amarezza, rabbia, anche sconforto per la perdita di quanto si pensava acquisito. La via è sempre la stessa: la lotta per i diritti, che non può che essere permanente, nella consapevolezza che la Costituzione, il costituzionalismo, possono essere degli alleati perché sono dalla stessa parte, contro il dominio, nelle varie forme in cui esso può manifestarsi.

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