UNA RESPONSABILITÀ STORICA SULLE SPALLE DEL PD da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNA RESPONSABILITÀ STORICA SULLE SPALLE DEL PD da IL MANIFESTO

Una responsabilità storica sulle spalle del Pd

ELEZIONI. Il sistema sta in piedi anche senza il sostegno delle classi popolari. Il Pd si accontenterà di raccogliere gli stessi consensi, tra i ceti medi protetti

Piergiorgio Ardeni  13/08/2022

Ora che vanno schiarendosi le nebbie degli schieramenti, con la prospettiva di una vittoria schiacciante delle destre, possiamo guardare in faccia la realtà. Sono anni, ormai, che il Partito democratico ha smesso di avere a riferimento non tanto la «classe operaia», quanto le «classi lavoratrici» tout court, rivolgendosi alla società tutta «in nome dell’eguaglianza», per «non lasciare indietro nessuno». Gli slogan si sono sprecati ma la sostanza è che, sparita dall’orizzonte ideale l’idea di una qualunque trasformazione e lasciato il funzionamento dell’economia ai mercati, che sono comunque «efficienti», il Pd, come i suoi omologhi europei, si è concentrato sulla difesa dei diritti(civili). Fondamentali, certo, ma con i quali, da soli, non si può porre freno al capitalismo predatorio, che nuova linfa ha trovato con la globalizzazione e la generosa condiscendenza delle politiche neoliberiste.

Adottando una lettura distorta della società secondo la quale le classi erano superate – solo perché a ridursi era stata la classe operaia della manifattura industriale – il Pd ha fatto sua l’idea che erano i diritti che andavano difesi, nella società «liquida» senza classi. Non rendendosi conto che veniva configurandosi una ben più grave polarizzazione, non solo di reddito ma di ceto e status, con la compressione dei ceti bassi e medio-bassi e la «proletarizzazione» di alcune sue componenti.

Se fino alla crisi del 2008-09 le basi sociali del centro-sinistra e del centro-destra erano ancora, in parte, quelle «tradizionali», è con la risposta a quella crisi che prende piede una cesura. Il Pd, aderendo al rigorismo dell’austerity europea nel nome della responsabilità, scommette sui ceti medi, abbandonando di fatto le classi popolari, che se ne allontanano. Tra il 2008 e il 2013 i votanti calano da 37,9 a 35,3 milioni e sulla scena irrompe il Movimento di Beppe Grillo, che prende più del 25% dei voti, tanto che il Pd, in un centro-sinistra che pur resta appena maggioritario, perde 3,4 milioni di suffragi. È un movimento, quello dei 5 Stelle, che attrae chi non crede più al «sistema» e ai partiti, trasversale per composizione sociale.

Ma il Pd va al governo, senza modificare la sua agenda politica, anzi accentuandone alcune caratteristiche. E alle elezioni del 2018, quando i votanti calano ancora di 1,4 milioni, il Pd scende a meno di 6,2 milioni di voti, mentre i 5 Stelle trionfano con più di 10,7 milioni, raccogliendo consensi tra i ceti medi e medio-bassi delle periferie urbane e nel sud con parole d’ordine «egalitarie» e anti-sistema.

Da allora, poco è cambiato. Il Pd non ha mutato né direzione di marcia né ha allargato il suo perimetro sociale di riferimento, dimenticandosi, ancora una volta, di quelle classi popolari che ora, dopo aver visto sciogliersi come neve al sole le promesse del M5S, come non poteva non essere, guarderanno a destra, nella speranza di trovare un nuovo rifugio nelle parole d’ordine «sovraniste» e «identitarie» già della Lega e ora della destra radicale o resteranno semplicemente a casa, senza ormai alcuna fiducia che questa democrazia sia in grado di rispondere ai loro bisogni.

Perché il sistema sta in piedi anche senza il sostegno delle classi popolari. Il Pd si accontenterà di raccogliere gli stessi consensi, tra i ceti medi protetti. Così, senza più il riferimento pentastellato, si può prevedere che altri milioni di elettori si aggiungeranno agli astenuti. Se 2 su 3 di chi votò M5S si astenesse, si avrebbe un calo di 7 milioni (che porterebbe l’affluenza al minimo storico del 57%), che, però, farebbe comodo a tutti. Il M5S limiterebbe i danni (portandosi all’8%, in linea con le tendenze recenti). La destra, certo, farebbe man bassa, con un elettorato in crescita nelle percentuali ma non nei voti. E il centro-sinistra Pd-rosso-verde potrebbe anche farcela, con il Pd primo partito, al 24-25%.

Con tanti saluti a quanto servirebbe per dare risposte ai ceti popolari, aumentare i redditi da lavoro e le pensioni, ridurre disuguaglianze e povertà, eradicare lo sfruttamento sul lavoro, incidere sul disagio sociale. La destra raccoglierà i voti degli esclusi, dei rancorosi, dei sotto-proletari. «Oltre il fascio c’è solo lo sfascio» è uno slogan buono solo per chi è già «protetto», non per quelle frange che non hanno nulla da perdere. Il Pd e il centro-sinistra non hanno una proposta nuova, per gli esclusi di sempre. E portano ora sul groppo una responsabilità storica.

Nella rendita urbana il campo largo della precarietà

CITTÀ. Dall’incremento vertiginoso della rendita urbana e della girandola di affari miliardari, la cosa grave è che nelle casse dello Stato e dei Comuni entri poco e niente. Fondi d’investimento fanno shopping di farmacie italiane (19 mila), con un giro d’affari di 24 miliardi nel 2020. Circa il 10% è già in mano a gruppi esteri

Gaetano Lamanna  13/08/2022

C’è un’Italia che macina profitti ed extraprofitti ed un’Italia che arranca e incontra serie difficoltà. Il mondo della finanza e degli affari è in gran fermento tra fusioni miliardarie, acquisizioni e investimenti. Il mondo del lavoro e il campo largo della precarietà, invece, sono in sofferenza per il potere d’acquisto falcidiato dall’inflazione. Alcune dinamiche economiche, a volte trascurate o sapientemente sottaciute, ci aiutano a comprendere il nesso tra concentrazione della ricchezza e disuguaglianze crescenti.

Pensiamo ai processi di trasformazione urbana. Diversi fondi immobiliari stanno investendo imponenti risorse nelle città d’arte e mete di turismo. Comprano edifici di particolare valore storico e architettonico da ristrutturare e trasformare in alberghi di gran lusso. Di recente Bill Gates, tramite un fondo di cui è il maggior azionista ha acquistato due palazzi nel centro di Roma – tra cui palazzo Marino, un edificio del XVII sec. – per realizzare un hotel della catena Four Seasons, di proprietà dello stesso fondatore di Microsoft. Altre catene alberghiere (Mandarin, Marriot, Rosewood) sono pronte a sbarcare a Roma e in altre città. Significa che il turismo di alta gamma, per clienti molto ricchi, tira molto e attrae protagonisti della finanza internazionale.
Ma anche il turismo low cost va a gonfie vele. Proprietari di seconde e terze case trovano conveniente affidare i loro immobili a piattaforme digitali (Airbnb, Booking e altre) specializzate in affitti brevi, per una clientela che non vuole spendere tanti soldi.

Ora, questo modello di turismo, sia d’élite che di massa, cambia il volto delle nostre città, modifica il paesaggio urbano, allarga la distanza tra Ztl e periferie, crea disagio sociale e spezza vincoli di comunità. Operazioni di carattere speculativo, impropriamente definite «programmi di recupero», favoriscono i processi di gentrification: riqualificazione di zone centrali e conseguente spopolamento dei residenti a basso reddito. La rendita finanziaria e immobiliare vive un momento magico, ma il costo sociale che si paga è molto alto.

Nei centri urbani il mercato dell’affitto di lunga durata è praticamente scomparso. Il mutuo casa piuttosto che l’affitto di un alloggio di periferia assorbe in media il 30 per cento del reddito monetario di una famiglia e per i redditi bassi la quota sale al 40/50 per cento. Un’espansione edilizia senza limiti e senza regole crea forti squilibri nelle funzioni urbane, aggravando il pendolarismo e il traffico.

La cosa più grave e sconcertante è che, a fronte di un incremento vertiginoso della rendita urbana e della girandola di affari miliardari sul territorio, nelle casse dello Stato e dei Comuni entri poco e niente. Una destra ottusa e reazionaria, che si erge a paladina dei grandi patrimoni, si batte perché le tasse siano pagate su valori catastali del secolo scorso, fa muro contro l’introduzione di un’imposta sul capital gain immobiliare, strizza l’occhio agli evasori. In conclusione, il connubio finanza-mattone non va d’accordo con il benessere collettivo.

Ancora, e restando in argomento, alcuni fondi d’investimento fanno shopping di farmacie italiane (19 mila in tutto), un settore molto redditizio con un giro d’affari di 24 miliardi nel 2020. Circa il 10 per cento delle nostre farmacie è già in mano a gruppi esteri. Fondi e grandi catene stanno conquistando, con proposte finanziarie generose e allettanti, l’attività di una categoria che finora nessuna legge sulla concorrenza era riuscita a scalfire. La sirena dei soldi ha indotto alla capitolazione una gilda considerata intoccabile, difesa a oltranza da una destra chiusa e corporativa.
Ma chi chiederà scusa a migliaia di giovani farmacisti, titolari di parafarmacie, sacrificati oltre ogni misura da scelte illiberali, costretti a vendere solo farmaci di fascia C (quelli a totale carico dei cittadini), e a cui, perfino in piena pandemia, è stato impedito di eseguire tamponi?

Le mani degli investitori privati, italiani e stranieri, si allungano pure sulla sanità, sulle multiutility e su altri settori «protetti» che promettono facili guadagni. Il quadro che emerge è di un sistema di potere e di gruppi d’interesse che si riorganizzano intorno al capitalismo finanziario e cercano una sponda politica a destra. Sono tanti e validi, dunque, i motivi per cui diventa prioritario, con il voto, sbarrare la strada alla vittoria della destra italiana. Con un governo Meloni-Salvini-Berlusconi il territorio e l’ambiente subirebbero danni irreparabili, il lavoro sarebbe ancor più dequalificato e svilito, i servizi pubblici sarebbero definitivamente privatizzati

P.S. Dopo le dure proteste di luglio contro la legge sulla concorrenza, Loreno Bittarelli, il capo della più grande cooperativa di tassisti romani (circa 4 mila), noto per il suo orientamento di destra, ha siglato un accordo con la tanto odiata multinazionale. La potenza finanziaria di Uber ha piegato l’intransigenza di radio taxi 3570. Il processo di «proletarizzazione» della categoria, come si diceva una volta, è appena iniziato.

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