UNA POSSIBILITÀ PER LA SINISTRA DA QUEI SÌ SUL LAVORO da IL MANIFESTO
Una possibilità per la sinistra da quei sì sul lavoro
Referendum A rischio di una lettura consolatoria, dall’analisi dell’esito del referendum ci pare possano venire anche alcune indicazioni positive
Antonio Floridia 11/06/2025
A rischio di una lettura consolatoria, dall’analisi dell’esito del referendum ci pare possano venire anche alcune indicazioni positive. Intanto, al referendum ha partecipato poco meno della metà (30,6%) dei votanti alle ultime elezioni politiche (il 64%). Poco, molto?
Considerando che oramai un terzo circa dell’elettorato italiano è strutturalmente astensionista (e sulle ragioni di ciò si potrebbe a lungo discutere) i quasi 14 milioni di votanti sono una cifra cospicua, tanto più se si considera una variabile sempre più decisiva nel motivare o meno la partecipazione al voto: la percezione sull’incertezza della competizione. E, nel nostro caso, non ha pesato solo un’esplicita campagna di boicottaggio (che toglieva ogni pathos alla gara), ma uno scetticismo oramai diffuso sulla possibilità di raggiungere il quorum.
È bene chiarire: è un errore considerare i sì sui primi quattro referendum come voti per il futuro «campo largo»; e tuttavia, ha un senso l’operazione inversa, ossia valutare se e in che misura l’attuale base elettorale della sinistra abbia mostrato una capacità di tenuta, su un terreno – è bene ricordarlo – su cui la sinistra ha molto da farsi perdonare per le sue politiche del passato. Ha senso dunque confrontare i 12 milioni e 300 mila sì (per i quesiti sul lavoro) con gli 11 milioni e 675 raccolti da Pd, Avs e M5s alle politiche del 2O22, a cui si devono aggiungere anche i 400 mila voti di Unione popolare. Tra gli italiani all’estero, 800 mila sì, rispetto al circa mezzo milione di voti della sinistra nel 2022.
Più complessa appare l’analisi della percentuale di no sul quinto quesito; solo analisi più raffinate potranno dirci se esiste una correlazione significativa tra almeno tre variabili: una specifica dimensione sociale-territoriale, il tasso di partecipazione, il livello precedente del voto al M5s. Le ipotesi che si dovranno verificare sono essenzialmente tre: quanto pesa una quota di lettori di destra (che però, in tal caso, avrebbero votato sì negli altri referendum), oppure, in modo più rilevante, a nostro parere, una quota di elettori M5s (non credo che sia stato un caso che Conte abbia lasciato «libertà di voto»: evidentemente ha intuito questi umori), e soprattutto «normali» elettori di sinistra, che sui temi dell’immigrazione non sembrano in sintonia con la visione politica e culturale che su tale questione viene loro proposta dai partiti di riferimento. È certo un fenomeno preoccupante, che solleva molti problemi; ma non per questo se ne può dedurre che, avendo votato no questi elettori non possono essere considerati di sinistra, né togliere il fatto che essi stessi si percepiscano come tali e come tali si comportino su altri terreni.
In ogni caso, per la sinistra si può parlare di una buona prova di compattezza e mobilitazione, un segnale di ritrovata sintonia politica con il proprio elettorato di riferimento, e su un terreno dall’alto valore simbolico. E si conferma, altresì, come la destra non sia maggioranza nel paese.
Il referendum su questi temi ha cercato e forse, almeno in parte, riattivato una relazione positiva con il mondo del lavoro. Non sappiamo se fosse questo, all’inizio, l’obiettivo che ha spinto la Cgil a promuovere un’iniziativa così rischiosa come un referendum: ma si può dire che uno degli effetti sia stato proprio quello di aver lanciato un messaggio unificante ad un mondo del lavoro che vive in uno stato di frammentazione, isolamento, debolezza contrattuale.
I temi al centro del referendum (la precarietà, i diritti, la sicurezza) sono temi che hanno parlato trasversalmente a tanti segmenti sociali che sono e si percepiscono come ininfluenti, non tutelati né rappresentati, e che spesso non comunicano neanche tra di loro. E non è forse un caso se le città con la più alta partecipazione (a parte Bologna e Firenze) siano state Torino (41,4%) e Genova (40,4%). E che le regioni con la più alta crescita, rispetto alla base elettorale precedente, siano il Piemonte (+16%) e la Liguria (+9%).
Anticipo un’obiezione: non può essere un referendum a rimettere la questione del lavoro al centro dell’agenda politica. E non può essere nemmeno solo il sindacato a farsene carico. Ed è certo così. La parola spetta alla politica, naturalmente. Va dato pieno merito a Elly Schlein di essersi schierata con decisione a fianco della Cgil e i dati mostrano come in questo abbia colto profondamente idee e sentimenti dell’elettorato del partito.
Con il referendum, il Pd compie una tappa importante nel processo di ridefinizione del proprio profilo politico. Tanto più importante, questo passaggio, se si considera il consueto copione recitato dalla cosiddetta «minoranza riformista» (non tutta, ad onor del vero: Bonaccini ha detto cose ragionevoli). Una «minoranza rumorosa», che gode di una copertura mediatica compiacente e che ha tutta l’intenzione di condurre una guerriglia di logoramento, garantendosi una comoda rendita di posizione.
Francamente, detto da un semplice osservatore esterno, non se può più. Né Elly Schlein può proseguire con il suo atteggiamento serafico («non ti curar di loro, ma guarda e passa»): alla lunga, e in vista delle elezioni del 2027 ne va di mezzo la coerenza dell’immagine del partito e la credibilità dell’alternativa che si vuole costruire. Dall’interno della maggioranza del Pd si sono levate alcune voci che chiedono un congresso straordinario, tematico e programmatico: non è una cattiva idea, bisognerebbe lavorarci da subito.
La distrazione delle masse è il vero pericolo
Dopo il voto La «distrazione delle masse» in fondo è un classico dei regimi autoritari che si legittimano più sulla retorica che non sul consenso attivo e ragionato
Gaetano Azzariti 11/06/2025
Abbiamo accumulato un patrimonio di idee, abbiamo richiamato la politica su temi che riguardano la vita reale delle persone, abbiamo smosso le acque stantie. Vogliamo ora rassegnarci e tornare a dormire in attesa di venir sopraffatti dai mostri generati dal sonno della ragione?
Non abbiamo convinto la maggioranza degli aventi diritto al voto. Siamo rimasti una minoranza, forse una minoranza attiva, ma pur sempre una ridotta minoranza sociale. Qualcuno si vorrà consolare pensando che, di questi tempi, l’astensione è la regola e, dunque, in fondo non è andata poi così male. In molti lo faranno. Io credo che dovremmo provare ad essere più consapevoli e, dunque, più ambiziosi. Più consapevoli delle reali difficoltà del momento, della forza di chi governa legittimamente il paese anche in ragione del disinteresse della maggioranza del corpo elettorale che non va a votare, che non protesta di fronte alla svolta securitaria, che non reagisce dinanzi al flagello della guerra e all’orrore dello sterminio. La «distrazione delle masse» in fondo è un classico dei regimi autoritari che si legittimano più sulla retorica che non sul consenso attivo e ragionato. Una tale consapevolezza indica anche e chiaramente qual è la via da percorrere senza possibili scorciatoie, tatticismi o alchimie elettorali da parte di chi pensa non ci si possa arrendere al flusso del tempo. Strada difficile e in salita, ma senza alternative: è necessario riuscire a convincere la maggioranza del popolo distratto delle nostre buone ragioni. Scuotere le coscienze, creare una comunità politica combattiva e determinata a far valere un proprio progetto di società, fondato sui valori di dignità della persona, ben diverso – opposto – rispetto a quello incentrato sulle ragioni della politica degli ultimi governi.
Questa è ora la posta in gioco. I quesiti referendari, in fondo, erano un modo per richiamare l’attenzione sul primato dei diritti dei lavoratori o dei migranti a fronte di politiche protese da tempo alla difesa di altri valori, quelli della flessibilità del lavoro e della esclusione dei residenti stranieri. Chi ha promosso il referendum ha pensato fosse giunto il tempo di una svolta culturale – antropologica mi verrebbe da dire – prima ancora che propriamente politica. Si tratta ora, in un contesto mutato, di proseguire il cammino, non di arretrare.
Diventa necessario approfondire il discorso per far percepire a chi non vuole intendere i profondi guasti delle proposte di una politica, sin qui maggioritaria, che ci ha portato a ribaltare il quadro dei valori costituzionali. Bisogna riuscire a contraddire con maggiore capacità e vigore le pratiche di governo che non si occupano più di garantire le libertà ma solo di assicurare l’ordine, non più preoccupate di perseguire l’eguaglianza tra i diversi ma solo di tutelare il privilegio e accentuare le diseguaglianze, per nulla attente ai doveri di solidarietà ma dirette esclusivamente a fomentare la paura dell’altro e preservare l’egoismo proprietario. Contrastare questa deriva è possibile, ma non basta il lamento di un giorno, c’è bisogno di una visione politica all’altezza dei problemi prospettati.
Un inizio di reazione c’è stato, le piazze sono tornate a riempirsi, ma non si sono ancora trasformate in un fronte comune di opposizione che si propone, nel rispetto delle differenze di ognuno, di unirsi in nome del superiore interesse, quello legato alla salvaguardia dei diritti costituzionali. È questo il tempo di definire un programma di governo alternativo. Una prospettiva che non va delegata in via esclusiva ai partiti, semmai essi devono essere incalzati, affinché loro tramite possano i cittadini tornare a «concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Rompere le gabbie, riunire i diversi, chiedere rigore nella salvaguardia dei principi e flessibilità nelle formule organizzative. Non sono le sigle a fare la differenza, ma i contenuti a permettere l’unità delle forze che si riconoscono in un possibile cambiamento di indirizzo politico.
Certo dovremmo essere più radicali di quanto non siamo sin qui stati. Non per ragioni tattiche (per favorire questa o quella fazione contrapposta del sistema politico attuale), ma per la semplice constatazione che oggi la posta in gioco è la più alta: è la democrazia costituzionale. Siamo nel pieno di una trasformazione di regime. Non possiamo più permetterci troppi compromessi, la strategia del male minore ci ha portato a perdere tutto il bene possibile. Ora dovremmo proseguire nella lunga marcia iniziata prima con l’autonomia differenziata e poi con un referendum che pure abbiamo perduto, ma che può essere servito ad indicare la strada. Non ci rimane che rialzarci e camminare.
Anche perché non abbiamo molto tempo per lamentarci ed indugiare. Il prossimo passo verso il peggio è già stato annunciato riguarda la riforma della magistratura, il successivo rappresenterà poi il colpo definitivo: l’elezione del Capo e l’asservimento del parlamento ad esso. Non saranno passaggi indolori e lasceranno un segno profondo nel tempo. Cominciamo allora noi a parlare un altro linguaggio e a convincere la maggior parte delle persone dei rischi che corriamo e della possibilità di un diverso destino. Non illudiamoci di poter aspettare ancora le mosse degli altri, magari confidando che la prossima volta il referendum costituzionale sarà senza quorum. Senza popolo è la democrazia che perde.
No Comments