UNA MANO SEMPRE PIÙ INVISIBILE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UNA MANO SEMPRE PIÙ INVISIBILE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Una mano sempre più invisibile

Marco Bertorello, Danilo Corradi  11/04/2026

Nuova finanza pubblica La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari

La guerra è il principale e drammatico effetto di una radicalizzazione della competizione economica che si trasforma in scontro geopolitico. A sua volta la guerra irregimenta ulteriormente la dimensione economica, mettendo al centro ruolo dello Stato e alleanze strategiche. Va, però, compresa la natura circolare di tale movimento, nato a partire dal progressivo ingolfamento economico dei paesi occidentali e che ha provocato prima un rallentamento e poi una crisi della globalizzazione, intesa sempre più come problema anziché soluzione al tendenziale ristagno. La posizione difensiva assunta soprattutto dagli Stati Uniti ha provocato un effetto domino che ha contagiato, in una complessa partita a geometrie variabili, l’intero pianeta.

Questo quadro instabile ha favorito l’inibizione dei meccanismi di mercato che sono stati la base teorica della fase post-sovietica e unipolare del capitalismo. La nuova tempesta geopolitica riporta al centro, o perlomeno a fianco del sistema economico, lo Stato. Le dinamiche di mercato e l’ipercompetizione restano in basso, in alto si affermano concentrazione e oligopoli sostenuti dal pubblico. Il successo di grandi imprese e grandi banche viene considerato sempre più strategico, il loro profitto privato muta in interesse nazionale. Di conseguenza il sostegno della sfera pubblica e le sue risorse diventano strategiche, non solo per la sicurezza.

O meglio il concetto subisce un’espansione tale da rendere possibili una moltitudine di interventi. Scelte regolatorie che impediscono di avere relazioni commerciali con paesi potenzialmente ostili e imposizioni di partnership pubblico-privato per tutelare l’indirizzo strategico di talune produzioni. È in corso poi un inasprimento dei controlli per indirizzare i commerci verso aree geografiche politicamente omogenee e allo stesso tempo ostacolare quelli con potenze concorrenti. Stati Uniti e Cina stanno imponendo una stretta nelle relazioni geoeconomiche. Le battaglie sui semiconduttori, per fare solo un esempio, sono ormai durissime, con interventi censori fino a qualche anno fa impensabili. Lo Stato prima ha salvato il capitale dalla crisi finanziaria nel biennio 2007-08, poi lo ha tutelato dalla pandemia, nel mentre si è accresciuto il suo ruolo d’indirizzo e governo fino ad arrivare ad oggi.

La retorica meritocratica resta un orpello ideologico per legittimare le diseguaglianze sociali, mentre grandi banche e grandi imprese si avvalgono del principio too big to fail e too strategic to fail. Alcuni neoliberisti nostalgici provano a denunciare «l’invasione di campo», richiamando quella che sarebbe stata l’epoca d’oro del capitalismo, rimuovendo come nell’attuale congiuntura si sia affermata una convergenza d’interessi e uno scambio espressione proprio della crisi del capitalismo mercatista.

Quella che Dario Guarascio ha recentemente chiamato «un’alleanza perversa» tra Stato e Big Tech, ma che potrebbe essere estesa alla grande impresa in genere. Un’alleanza che attraverso la crescente militarizzazione dell’industria offre un contesto in cui le grandi aziende, sfruttano investimenti pubblici in ricerca e commesse per consolidare oligopoli. In questo quadro quella che un tempo veniva chiamata la mano invisibile del mercato diventa sempre meno visibile, e lascia il passo alla mano visibile dello Stato.

Questo non significa, come temono i liberisti d’antan, la socializzazione dell’economia, quanto un uso capitalistico della sfera pubblica. Quest’ultima risulta sempre più al servizio di interessi privati e oligopolistici. Così si spiega come, anche in Italia, al crescere della pressione fiscale corrisponda la destrutturazione di un’economia pubblica, nel senso più pregnante del termine, cioè di collettivo, teso al bene comune. Ma un pubblico al servizio dell’oligopolio è accettabile? E se l’impresa ha valore strategico e funzione pubblica è accettabile che resti privata nei profitti e pubblica nelle perdite e negli investimenti?

Ora Meloni affronti la realtà combattendo il lavoro povero

Sotto sopra  11 Aprile 2026

E dire che finora c’erano stati solo record. Ogni video un successo: contratti indeterminati, occupazione femminile, impiego al Sud, lotta alle false partite Iva, fringe benefit e via discorrendo. Non ancora l’eldorado che l’abolizione del reddito di cittadinanza aveva promesso – agli imprenditori stagionali, naturalmente – ma una gloriosa marcia verso la Nazione di nuovo grande, raccontata dalla presidente del Consiglio rigorosamente in formato social. Cioè senza contraddittorio. Pare, invece, che la batosta referendaria, i dimissionati a manciate dal governo, le penose storie di malavita pubblica e di romance privato siano riusciti là dove economisti, statistiche e, soprattutto, le difficoltà dell’amato popolo non erano riusciti: convincere Giorgia Meloni che il lavoro povero è un problema da affrontare. Il governo ha fatto filtrare con la classica nota che su quello si sta concentrando, in vista del 1° maggio, e ce ne rallegriamo. Ma è utile ricordare che, in questi quattro anni di successi auto-percepiti, non una sola azione dell’esecutivo è andata davvero a difesa del lavoro, tanto meno povero; piuttosto il contrario. Ricordava qualche tempo fa uno studio su dati Inps di Michele Bavaro, coordinato da Elena Granaglia e Patrizia Luongo, che in Italia circa il 30% dei lavoratori dipendenti privati ha salari così bassi da rientrare tra gli working poor, condizione che incide maggiormente sulla popolazione giovanile e su quella femminile. Le ragioni sono essenzialmente due: retribuzioni molto basse, contro le quali il governo ha però rigettato con incomprensibile fermezza il salario minimo, e lo scarso numero di ore lavorate, legate soprattutto a part time involontari – che in Italia, in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei, restano stabilmente circa il 60% di tutti i part time – e ad altre forme di lavoro atipiche. Per esempio i voucher, che l’esecutivo ha promosso a piene mani: oggi possono arrivare a pagare “prestazioni occasionali” per 10 mila euro annui, il doppio di quanto fosse possibile precedentemente, e sono consentiti persino in aziende che hanno fino a 10 dipendenti a tempo indeterminato. Sostanzialmente, un disincentivo alle assunzioni. Non solo. Per dare un segnale sui salari, che in Italia – di nuovo unica tra i Paesi europei – sono rimasti sostanzialmente invariati negli ultimi trent’anni, tanto da essere ancora inferiori in valore reale a quelli di prima della crisi del 2008, il governo ha promosso a piene mani la decontribuzione di straordinari, fringe benefit e lavoro notturno, così da alzare effettivamente le buste paga, ma a carico del contribuente. Al posto di chiedere agli imprenditori di fare la loro parte, ha insomma imposto a tutte e tutti – lavoratrici e lavoratori poveri inclusi – di sussidiarne le imprese. Dulcis in fundo, è utile ricordare che molte di queste storture sarebbero potute essere risolte se fossero passati i referendum sul lavoro promossi l’anno scorso dalla Cgil, che l’esecutivo ha invece contrastato apertamente. E anche che l’abolizione del reddito di cittadinanza, senza adeguate misure di welfare a sostituirlo, ha come effetto secondario quello di spingere le persone ad accettare qualsiasi lavoro, condizione ideale per lo sfruttamento. Non si può allora che rallegrarsi della scelta di Giorgia Meloni e dei suoi ministri di invertire la rotta. Ma per farlo davvero, per un’azione che possa incidere realmente, le azioni e i dati da cui partire sono chiari. Il resto è puro maquillage, buono per i video su Instagram ma non certo per cambiare la vita delle persone. In tempi così difficili, con una crisi all’orizzonte che può esacerbare le difficoltà di lavoratrici e lavoratori, siamo certi che il governo saprà prendere le decisioni giuste, e promuovere miglioramenti reali. Se non per convinzione, almeno per dimostrarsi vicino al popolo che dice di voler difendere.

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