UNA DESTRA CHE VIENE DA LONTANO E COLMA IL VUOTO DELLA SINISTRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
9925
post-template-default,single,single-post,postid-9925,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

UNA DESTRA CHE VIENE DA LONTANO E COLMA IL VUOTO DELLA SINISTRA da IL MANIFESTO

Una destra che viene da lontano e colma il vuoto della sinistra

 

È un grave errore sottovalutare questa nuova/vecchia ideologia che Georgia Meloni interpreta costruendo l’immaginario epico di una nuova narrazione

Tonino Perna  29/10/2022

Alle volte nella storia umana i numeri hanno una valenza speciale, le date scandiscono momenti storici rilevanti, segnano cambiamenti radicali. Il 22 ottobre del 1922 a Perugia si riuniscono 10.000 camicie nere: è il primo segnale di quella marcia su Roma di Benito Mussolini, che avverrà sei giorni dopo, cambierà la storia d’Italia e avrà un peso non indifferente sulla storia europea. Mezzo secolo dopo, il 22 ottobre 1972, arrivano a Reggio Calabria, rischiando la vita sui binari disseminati da bombe fasciste, i cinquantamila metalmeccanici al grido “Nord e Sud uniti nella lotta”, grande dimostrazione della solidarietà della classe operaia. E ancora dopo cinquant’anni esatti, il 22 ottobre del 2022, Giorgia Meloni riceve l’incarico di formare un nuovo governo, il primo con a capo una leader proveniente dalle fila del Msi, il partito erede del fascismo, in uno dei momenti più drammatici della storia europea. Ma sarebbe un grave errore pensare che la storia si ripeta e che il fascismo possa tornare nelle forme del ventennio.

Quello che è successo nel nostro Paese fa parte di un onda lunga della politica di destra che ha avuto origine negli States degli anni ’90 del secolo scorso. Ci riferiamo al movimento Teocon che negli Stati Uniti costituì la base ideologica di Bush junior e senior, un movimento che combina un rinato sentimento religioso da crociata (che negli Usa venne chiamato “il Risveglio”) con una forte identità nazionale e imperiale. Vale la pena ricordare che Bush padre, in una famosa, intervista confessò di aver attaccato l’Iraq dopo aver consultato la Bibbia: si era aperta proprio la pagina in cui Yahveh guidava Israele alla vittoria contro i suoi nemici.

All’interno del movimento Teocon si possono collocare i presidenti della Polonia e dell’Ungheria, che si ispirano altresì al Tea Party che nacque nel 2009 negli Usa come reazione alla presidenza Obama, in nome del liberismo economico più estremo: Tea, oltre che al riferimento alla rivolta del tè del 1773, è un acronimo che sta per Taxed already enough.
In Italia ci aveva provato Salvini ad incarnare l’anima del neo-conservatorismo Usa, con un paniere che metteva insieme la flat tax con rosari, santi e madonne, l’autonomia finanziaria regionale con la difesa della cultura cattolica minacciata da quella islamica, ecc. Gli è andata male perché è entrato nel governo Draghi cedendo il testimone dei Teocon/ Tea Party in salsa italiana alla leader dei Fratelli d’Italia(che non hanno sorelle a quanto pare).

Faremmo un grave errore a sottovalutare questa nuova/vecchia ideologia che Georgia Meloni interpreta egregiamente costruendo un immaginario epico, eroico, come notava Laura Marchetti su questo giornale, che costruisce una nuova narrazione. Il neoliberismo viene coniugato con l’esaltazione del nazionalismo, non sono più gli ebrei la peste (anzi totale appoggio al governo israeliano), ma tutti quelli che non fanno parte del mondo Occidentale, ormai circondato dai barbari di pelle nere, gialla e, soprattutto, poveri disgraziati che cercano disperatamente di arrivare in Europa.
Per adesso questa visione coinvolge solo una parte minoritaria degli italiani, ma potrebbe allargarsi nel tempo perché riempie un vuoto esistenziale che la sinistra moderata e radicale, non è riuscita a riempire. Ci spieghiamo meglio.

Il capitalismo avanzato nella nostra società occidentale ha mercificato tutte le forme di relazione sociale, ha ridotto la natura a un input per la produzione o ad una discarica per gli output, l’essere umano a mero consumatore, ha tolto qualsiasi senso alla vita della maggioranza della popolazione che non fa un lavoro creativo o gratificante, ma che lavora per sopravvivere, quando ci riesce. La società liquida, secondo la felice definizione di Bauman, è una società senza punti di riferimento, senza ideali, valori, passioni che diano un senso alla vita umana ridotta a un anello del modo della catena di valorizzazione del capitale. Scomparsa la coscienza di classe, le lotte della classe operaia, si è aperto un vuoto identitario.

La Sinistra ha regalato all’estrema Destra la questione dell’identità, compresa l’identità nazionale, semplicemente ignorandola come categoria politica. Ed invece abbiamo bisogno di un senso di appartenenza, di essere orgogliosi di un Italia che dovrebbe essere un paese della cultura, arte, accoglienza, tolleranza, costruttrice di ponti di pace.
Così come abbiamo lasciato che la “sicurezza” venisse ridotta a difesa dalla microcriminalità e dagli immigrati, mentre abbiamo tanto bisogno di parlare di sicurezza ambientale rispetto agli eventi estremi, di sicurezza sul lavoro nella patria europea delle morti bianche, di sicurezza alimentare rispetto alle manipolazioni genetiche, ai pesticidi, ormoni che attaccano la nostra salute, di sicurezza rispetto alla prospettiva concreta di una guerra nucleare.

In breve, abbiamo bisogno di una visione culturale alternativa, credibile, e che generi passioni e impegno. Non è più sufficiente un generico appello all’antifascismo.

Calderoli corre; l’opposizione chieda trasparenza

AUTONOMIE REGIONALI. Repubblica Bologna ci informa (28 ottobre) che Letta ha incontrato i governatori di area Pd (Puglia, Campania, Lazio, Emilia-Romagna rappresentata da Baruffi). Obiettivo, concordare sull’autonomia differenziata una linea che non […]

Massimo Villone  29/10/2022

Repubblica Bologna ci informa (28 ottobre) che Letta ha incontrato i governatori di area Pd (Puglia, Campania, Lazio, Emilia-Romagna rappresentata da Baruffi). Obiettivo, concordare sull’autonomia differenziata una linea che non spacchi il paese.
Intento encomiabile. Se non fosse che il Pd ha già fatto la sua parte per spaccarlo, con la firma dei pre-accordi del 28 febbraio 2018 e la successiva sepoltura del tema sotto un fragoroso silenzio. Il problema ha sempre avuto un nome: Bonaccini. Che, ci dice Repubblica Bologna, si mostra oggi prudente. Ovvio. Aver camminato a braccetto con Zaia e Fontana per anni può creare qualche difficoltà nella corsa alla segreteria. Il neo-ministro Calderoli gli regala sul Corriere della sera (28 ottobre) un endorsement, annoverandolo con il toscano Giani tra “i più convinti sostenitori” dell’autonomia differenziata. L’avevamo sospettato.

Che impressione farebbe al Sud il Pd con un segretario sodale di ministri e governatori leghisti? Il punto è che il Pd è oggi, nella sostanza, un assemblaggio di potentati locali, largamente autoreferenziali. Nel feudalesimo di partito alla fine vincono i più forti. In Emilia-Romagna più che altrove rimangono vestigia dell’antica forza organizzata. Per questo Bonaccini mantiene, nonostante tutto, la pole position. E si vuole agevolare l’assalto alla segreteria narrando di una richiesta di autonomia soft, tale da non recar danno al paese. Un argomento contestabile e contestato. In questa chiave il Pd veneto propone – e riceve l’avallo di Letta – di ridurre a 7 le 23 materie chieste da Zaia.

Più in generale, il Pd richiama la legge-quadro e i livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Strategia debole, tecnicamente e politicamente non in grado di impedire la frammentazione del paese, o ridurre il divario Nord-Sud. A voler essere generosi, non un progetto per il futuro dell’Italia, ma un tentativo di ridurre il danno temuto da un progetto altrui. Lo stesso Letta in piena campagna elettorale ha presentato per il Sud la Carta di Taranto, in cui le parole “autonomia differenziata” nemmeno comparivano. Invero, il Pd stenta a metabolizzare la riduzione o azzeramento dei divari territoriali come strumento necessario a unire il paese.

Tutto il gruppo Pd della Camera ha firmato una interpellanza (Forattini, 2-00001, 25 ottobre) in cui si lamenta che i fondi di rigenerazione urbana sono stati assegnati tutti a comuni del Sud. Si chiede un riequilibrio territoriale. Peccato che l’assegnazione sia stata fatta in base a un indice di deprivazione sociale e materiale elaborato dall’Istat, su dati oggettivi, misurabili e misurati. Indice sul quale tutti avevano concordato. Evidentemente, solo fino a quando si è visto che portava (troppi) fondi al Sud. Chi vuole saperne di più trova un mio articolo del 28 ottobre sulla mia pagina Facebook, o su Coordinamentodemocraziacostituzionale.it.

Quanto al Movimento 5S, secondo Calderoli si oppone perché non hanno capito. È così. Che fosse per distrazione o ignoranza importa poco. Se avessero capito non avrebbero accettato senza battere ciglio – essendo forza parlamentare dominante con cassaforte elettorale nel Mezzogiorno – l’autonomia differenziata come priorità in tre successivi governi. Oggi pare che il nuovo M5S sia fermamente contrario. Vedremo.
Con le emergenze in atto, e i limiti oggettivi all’azione dell’esecutivo, le riforme possono ben essere il solo modo in cui la maggioranza riuscirà a dare segnali di esistenza in vita. L’abbinamento tra autonomia e presidenzialismo nel programma di governo evidenzia lo scambio, ma i tempi della prima sono più brevi. Non a caso, Calderoli vuole arrivare in Consiglio dei ministri entro Natale, alla Camera entro maggio, e in Senato entro il 22 ottobre. Ci dice di voler ripartire dalla legge quadro, che evidentemente ritiene non ponga ostacolo – ed è così – al disegno leghista.

Cosa potranno e vorranno fare le opposizioni? Vedremo. Intanto, potrebbero pretendere un dibattito parlamentare, in cui il ministro esponga i suoi propositi e definisca un percorso che renda in ogni momento visibile il work in progress. Basta con lo spacchettamento dello Stato a trattativa privata e occulta con singole regioni. Il ministro ci dice che da amante del maiale e dei suoi derivati non butta via niente. Ma butti via almeno le worst practices di chi lo ha preceduto. Se lo farà, possiamo per parte nostra impegnarci a buttare via non lui, ma solo le sue proposte.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.