UN MONDO DIVISO TRA “INCLUSI” ED “ESCLUSI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UN MONDO DIVISO TRA “INCLUSI” ED “ESCLUSI” da IL MANIFESTO

La sfida contro la destra fascista è persa in partenza

ELEZIONI. Con elezioni convocate precipitosamente e una sinistra frammentata non è credibile richiamare il voto utile come se nulla fosse successo in questi decenni. Un’analisi siffatta dovrebbe fondarsi su una sinistra protagonista che, forte di un capitale politico autonomo e di una proposta articolata su alcuni punti chiave, potrebbe contribuire a spostare il baricentro del sistema politico, come in Spagna, o unire, come in Francia

Piergiorgio Ardeni, Filippo Barbera  04/07/2022

L’editoriale di Norma Rangeri, pubblicato su questo giornale il 31 luglio, evoca fin dal titolo la necessità di un fronte capace di inglobare da Calenda a Fratoianni, inclusi Di Maio, Letta e Conte, come unica possibilità per impedire il «cappotto» e bloccare così la possibilità che le destre possano manomettere la Costituzione. Ma perché perorare in questo modo e proprio ora un’ipotesi che è di pura scuola?

Un fronte siffatto richiede condizioni reali e rapporti di forza che ora sono totalmente assenti: quel poco che è rimasto del «campo largo» a guida Pd si è trasformato in un cartello elettorale, i veti incrociati impediscono la convergenza. L’ipotesi, quindi, è astratta e non considera ciò che è sotto gli occhi di tutti: il richiamo all’antifascismo ha un puro valore comunicativo, ma nessuno lavora davvero per realizzarne le condizioni. Perché richiamare qui e ora un’ipotesi di puro spirito avulsa dagli interessi e dalle scelte che stanno andando in direzione opposta?

Perché, invece, non analizzare con piglio critico e analitico come siamo giunti a questo punto? Se qui siamo è perché sono decenni che l’appello al voto utile è diventato il mantra del centro-sinistra. Prima contro Berlusconi e il suo «conflitto di interessi», poi contro la Lega, per poi avere il Presidente della regione Emilia-Romagna lavorare fianco a fianco a Zaia per l’autonomia differenziata e contro la coesione nazionale.

Con elezioni convocate precipitosamente e una sinistra frammentata non è credibile richiamare il voto utile come se nulla fosse successo in questi decenni. Un’analisi siffatta dovrebbe fondarsi su una sinistra protagonista che, forte di un capitale politico autonomo e di una proposta articolata su alcuni punti chiave, potrebbe contribuire a spostare il baricentro del sistema politico, come in Spagna, o unire, come in Francia.

Se il prossimo 28 ottobre, centenario della marcia su Roma di Mussolini e dei suoi squadristi, ci troveremo al governo gli eredi diretti di quel movimento, quei «Fratelli d’Italia» post-fascisti, non sarà per via di quell’ «eterno fascismo» di cui alcuni hanno parlato e contro cui l’editoriale di Norma Rangeri richiama un fronte politico unito. Perché il fascismo in Italia non è eterno: semplicemente non è mai morto. Perché il nostro paese non ha mai fatto i conti con il suo passato, che già a suo tempo non fu capace di chiudere con il regime deposto, perché troppi vi avevano trovato una collocazione accettabile e troppi vi erano compromessi. Se per cinquant’anni la destra fu relegata nell’angolo, il fascismo vi rimase imbricato, mentre il conservatorismo democristiano sapeva chiamare a sé, pur con qualche ammiccamento, le tendenze del corpo sociale più retrive.

Con il signor B., è storia nota, queste vennero «sdoganate», mentre anche a sinistra si celebrava il nuovo mondo post-ideologico della democrazia «compiuta». Anche il conservatorismo contemporaneo, in Italia come in molte democrazie, aveva perso il polso. E però, di fronte all’evidenza che il capitalismo globalizzato non può che favorire élite ristrette, emarginando tanto le classi popolari che i ceti medi proletarizzati, ha capito che coltivando una prospettiva nazionalista («sovranista») e accarezzando quella autoritaria, può farsi, spregiudicatamente, paladino degli esclusi (mettendo i poveri gli uni contro gli altri) in nome della prosperità perduta. Le classi popolari non guardano più a sinistra? A destra trovano il conforto della promessa di protezione, forte con i deboli e debole con i forti, mentre nel centro-sinistra si parla di «diritti», di «giovani» e di «donne».

I conservatori non si turano più il naso: ben vengano i red-neck degli hinterland, i coatti delle periferie, i «perdenti della globalizzazione» delle aree marginalizzate, se ci faranno restare al potere. Una destra «forte», che unisce una politica identitaria e classista, concessioni all’evasione fiscale e protezionismi. Con buona pace del centro-sinistra, oggi a difesa dei ceti medi, senza più le perdute classi popolari e bloccato dai veti incrociati.

Se il «populismo» del M5S aveva attratto larghe masse disilluse dalla sinistra, la prossima tornata elettorale vedrà l’epilogo di tale spostamento sotterraneo: una destra che «attrae» anche quei ceti popolari che non credono più alle prospettive riformiste e un centro-sinistra che può solo contare sull’astensione per non trovarsi di fronte al «cappotto».

Un mondo diviso tra «inclusi» ed «esclusi»

SAGGI. «Neoplebe, classe creativa, élite. La nuova Italia» di Paolo Perulli e Luciano Vettoretto (Laterza)

Francesco Antonelli  04/07/2022

Uno degli elementi più importanti alla base della costruzione del movimento operaio e della sinistra nel Novecento è stato quello dell’alleanza tra classe operaia e intellettuali. Tema tra i più strategici e problematici, al centro delle riflessioni di Antonio Gramsci come di tanti altri teorici e politici del «Secolo breve», può essere letto anche in una chiave sociopolitica più generale: quanto pesano i ceti medi (ai quali appartengono gli intellettuali) nelle dinamiche di trasformazione e di conservazione della società? Entro quali condizioni e limiti è possibile costruire un’alleanza «progressista» con questi soggetti sociali dati per spacciati dal marxismo classico e invece risultati, già a partire dalla seconda rivoluzione industriale, in continua espansione?

NELLA SOCIETÀ contemporanea che ha conosciuto la svolta post-industriale, il neoliberismo, l’ascesa e il declino della globalizzazione, queste domande continuano ad essere fondamentali. Per rispondere occorre però sviluppare un’analisi approfondita del modo in cui le disuguaglianze si strutturano, dando vita a soggettività profondamente diverse da quelle tipiche della società di classe ma certamente lontane da quell’idea diffusasi a partire dagli anni Ottanta del Novecento secondo la quale il mondo occidentale – e l’Italia – stavano andando verso la creazione di una vasta società di ceti medi, più individualizzata e via via meno diseguale. Un contributo importante in questo senso lo danno Paolo Perulli e Luciano Vettoretto con il loro ultimo libro Neoplebe, classe creativa, élite. La nuova Italia (Laterza, pp. 208, euro 19).

SECONDO I DUE STUDIOSI, tramontate le società nazionali nelle quali le disuguaglianze si strutturavano in classi sociali, il capitalismo globale avrebbe diffuso nuove tecnologie (digitalizzazione), favorito più ampi processi di mobilità internazionale e creato, in ultima analisi, un intreccio complesso tra processi di sviluppo e creazione di nuove disuguaglianze sociali. Dentro e fuori le nazioni. Tre sono le grandi fratture sociali che si sarebbero così create: quella tra «inclusi» ed «esclusi» dai benefici della globalizzazione; tra «cosmopoliti» e «locali» rispetto al proprio raggio d’azione e mentalità; tra «estesi» e «concentrati» per quanto riguarda il fenomeno dell’inurbamento.

AL POSTO DELLA SOCIETÀ di classe ci troveremmo così di fronte ad una nuova triade sociale composta da un’élite del potere (manager, politici, grandi imprenditori), una classe creativa (formata da nuovi ceti medi) e una neoplebe (costituita dai vecchi ceti popolari e dalle «classi di servizio» degli altri due soggetti). Analizzando i dati Istat e quelli di Eurostat, risulta che il nostro paese, caratterizzato dal permanere di una tarda ed ormai usurata società industriale, sarebbe caratterizzata da un’élite sempre più ristretta ma anche più localista e meno qualificata rispetto al resto d’Europa; da una classe creativa in continua espansione ma lontana dai centri reali di potere; e, soprattutto, dall’espansione – in controtendenza con l’Europa del Nord ma in linea con quella del Sud e dell’Est – di una neoplebe sempre più precaria e deprivata (tra l’altro, particolarmente presente nel Mezzogiorno d’Italia).

SE DA UNA PARTE questa composizione sociale riflette la permanente difficoltà dell’Italia a trovare una propria via d’integrazione nel mondo globale, dall’altra segnala la necessità di ricomporre una nuova alleanza tra classe creativa e neoplebe – alleanza oggi molto contrasta se non del tutto assente – in grado di produrre un rinnovamento della società e delle sue classi dirigenti. Un auspicio che ha già caratterizzato le speranze progressiste alla svolta del secolo, almeno da quando gli studi di Richard Florida introdussero la categoria di classe creativa nel dibattito pubblico anglosassone e del Nord Europa; purtroppo, senza gli esiti sperati.
Tuttavia, è sulla capacità di misurarsi con questa irrisolta contraddizione, che è quella relativa alla costruzione di più ampi percorsi di rappresentanza ed organizzazione politica a partire dalla strutturazione delle disuguaglianze sociali, e non più tramite la messa al centro del mito (ingannevole) dell’individuo-consumatore-cittadino slegato da tutto il resto, che si determinerà il futuro della democrazia e della sinistra nel decisivo tornante storico che stiamo attraversando.

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