UCCIDETE IL PORCELLUM da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UCCIDETE IL PORCELLUM da IL MANIFESTO

Uccidete il Porcellum

REGOLE DELLA DEMOCRAZIA. Compie oggi dieci anni la sentenza della Corte costituzionale che abbatté la legge elettorale Calderoli. Una storica e innovativa decisione che cancellò il vizio, ma non rimediò agli effetti

Francesco Pallante  13/01/2024

L’annullamento della legge elettorale Calderoli, operato dalla Corte costituzionale dieci anni orsono, con la sentenza numero 1 del 2014, merita di essere ricordato non soltanto perché sanò una delle più gravi violazioni mai subite dalla Costituzione, ma anche per le modalità attraverso cui fu realizzato.

Vale la pena evidenziare, anzitutto, il contenuto della legge, costruita intorno a una forzatura così marcata dell’esito elettorale da renderla incompatibile con la democrazia. Una vera e propria «porcata», come ebbe a qualificarla il suo stesso autore, il leghista Roberto Calderoli (da cui l’imperituro nomignolo di Porcellum, affibbiatole da Giovanni Sartori). Basti ricordare che la formula elettorale, pur a base proporzionale, prevedeva l’assegnazione del 54% dei parlamentari alla lista o alla coalizione che avesse ottenuto il maggior numero di voti, senza che fosse stabilita una soglia minima di consensi da raggiungere affinché “scattasse” il premio (quel che oggi vorrebbe incostituzionalmente replicare il progetto governativo sul premierato). Un sistema senza pari nel mondo democratico, perché rivolto, in ultima istanza, a produrre con matematica certezza una maggioranza parlamentare assoluta a prescindere dall’esito delle elezioni.

Si pensi a quanto accaduto nel 2013, quando le votazioni produssero tre poli dalla forza similare: il centrosinistra al 29,55 per cento, la destra al 29,18 e il M5S, un po’ più indietro, al 25,56. Ebbene: per uno scarto di appena 125.793 voti, il centrosinistra ottenne 340 seggi alla Camera, contro i 124 andati alla destra. All’interno della coalizione vincitrice, il Pd ottenne il 25,43 per cento dei consensi: eppure, nonostante le 45.372 schede in meno del M5S, conquistò 292 deputati, contro i 109 andati ai pentastellati. Difficile immaginare una manipolazione più clamorosa: di fatto, il Porcellum garantì al voto degli elettori del Pd un valore triplo rispetto a quello assegnato al voto degli elettori del M5S, in sfacciata violazione dell’articolo 48 della Costituzione, per il quale tutti i voti sono uguali.

A FRONTE di una violazione della Costituzione di tale portata (e, peraltro, già verificatasi alle elezioni del 2006 e del 2008), si ergeva il problema di come porre la questione alla Corte costituzionale. Nel nostro sistema non è previsto che i cittadini possano ricorrere direttamente al giudice delle leggi. Le regole richiedono che vi sia un previo contenzioso di merito innanzi ai giudici comuni, che veda tra loro contrapposte due parti e debba essere risolto attraverso l’applicazione di una legge di dubbia costituzionalità: un’ipotesi irrealizzabile nel caso della legge elettorale, dal momento che la trasformazione dei voti in seggi esaurisce i propri effetti all’interno dell’istituzione parlamentare. Come sosteneva la dottrina dell’epoca, la legislazione elettorale si colloca in un «cono d’ombra» che la giustizia costituzionale non è in grado di «illuminare».

Se non fosse che, oltre all’attività di risoluzione del contenzioso, spetta alla magistratura altresì il compito di risolvere giudizi di natura differente, rivolti ad accertare, su iniziativa degli interessati, la configurazione giuridica di una loro posizione soggettiva. Ed è proprio grazie all’intuizione di attivare tale attività di accertamento che un piccolo gruppo di avvocati – guidati dalla sensibilità democratica di Felice Besostri, Aldo Bozzi e Claudio Tani – è riuscito, dieci anni orsono, a forzare il sistema, inducendo infine la Corte costituzionale a «illuminare» anche la materia elettorale.

L’IDEA fu di ricorrere ai giudici ordinari chiedendo loro di accertare la compatibilità con il dettato costituzionale del diritto di voto così come configurato in capo ai ricorrenti dal Porcellum, ben sapendo che tale accertamento implicava il necessario coinvolgimento della Corte costituzionale. Gran parte dei commentatori criticò l’iniziativa, sottolineando che quello richiesto ai giudici era, di fatto, un giudizio fittizio, proposto al solo scopo di accedere alla Consulta (una sorta di accesso diretto camuffato); e su questa stessa posizione si attestarono il Tribunale e la Corte d’Appello di Milano, rifiutando di dar corso alla questione di incostituzionalità. Di segno opposto fu invece la sorprendente decisione della Corte di Cassazione, che, forte anche del sostegno della procura generale, decise coraggiosamente di attivare il giudice delle leggi.

LA SENTENZA che ne scaturì sancì l’incostituzionalità del Porcellum, in quanto strutturato in modo «tale da determinare un’alterazione del circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto», con l’importante precisazione che la legge elettorale può agevolare la formazione di una maggioranza assoluta, ma non assicurarla, pena il rischio di produrre «una diseguale valutazione del “peso” del voto “in uscita”, ai fini dell’attribuzione dei seggi».

Ragionevolmente, la Corte costituzionale si premurò di precisare che l’incostituzionalità della legge elettorale non comportava altresì l’incostituzionalità del parlamento con quella legge eletto, dal momento che non possono prodursi «vuoti» nella vigenza dei supremi organi costituzionali (secondo il principio fondamentale della continuità dello Stato); irragionevolmente, omise tuttavia di prevedere che la legge annullata non avrebbe più potuto essere applicata – oltre che, com’è ovvio, per regolare le successive elezioni – nemmeno per procedere alla convalida degli eletti in sede parlamentare.

In tal modo, sovvertendo la ratio stessa del giudizio innanzi alla Consulta, la legge incostituzionale continuò a ricevere applicazione, lasciando immutata l’assegnazione del premio al centrosinistra (lo stesso che poi, proprio approfittando del premio, provò con Renzi a cambiare la Costituzione).

Purtroppo, tra i protagonisti di questa straordinaria vicenda, Felice Besostri non potrà oggi celebrarne il decennale: coincidenza vuole che proprio questo pomeriggio riceva a Milano l’estremo saluto da parte di familiari e compagni.

Colpo di coda della storia patriarcale

PREMIERATO. Siamo in un delicatissimo passaggio in cui il “potere” si sta trasformando in dominio, annientando “i poteri” diversificati e separati tra loro; un passaggio in cui non ci sono più padri, ma leader

Luana Zanella*  13/01/2024

La proposta governativa di introdurre il premierato ‘all’italiana’, oltreché autentica anomalia nell’ambito dei sistemi democratici elettivi (nessuno elegge il premier), si caratterizza per un verticismo esasperato e definitivo, non ostacolato da nessun altro potere. Quale persona o quale ruolo, infatti, potrebbe porsi in modo oppositivo – come democraticamente accade nel bilanciamento dei poteri – ad una carica eletta a furor di popolo? Nessuno. Tantomeno quella di Presidente della Repubblica, svuotata del potere di nominare il Presidente del Consiglio (art.92 della Costituzione), pur mantenendone altri a partire dal comando delle forze armate, la presidenza del Consiglio supremo della difesa e quella del Consiglio superiore della magistratura.

La tenuta del nostro sistema costituzionale, non solo in dottrina, ma alla luce dell’esperienza storica e contemporanea, dipende fortemente dalla figura del Presidente della Repubblica.

Non solo, la sua autorevolezza e credibilità istituzionale hanno fin qui costituito un argine all’allontanamento della cittadinanza dalle istituzioni ed una risposta concreta e forte al bisogno di orientamento, di autorità di parola, di unità del Paese. La proposta della destra si muove in tutta evidenza nell’ambito della tendenza alla compressione degli spazi di democrazia per concentrare in una sola persona uno straripante potere che minaccia di diventare dominio, affievolendo gli altri poteri, generando squilibri e incoerenze nell’assetto costituzionale complessivo.

Avremo modo di confrontarci a lungo sulla materia, sviscerandone tutte le caratteristiche giuridiche e politiche, le contraddizioni e i pasticci evidenti, anche in vista del referendum che noi ci auguriamo tombale per i propositi della destra. Intanto vorremmo qui proporre un terreno di confronto alla luce del dibattito e della presa di parola pubblica anche maschile sul “Patriarcato”, evocato con forza simbolica e pregnanza politica da Elena Cecchettin, sorella di Giulia, vittima di femminicidio per mano dell’ex fidanzato.

Nel contesto attuale nel quale si muove la società occidentale da qualche decennio, il conflitto tra i sessi sta inabissandosi nel conflitto dominati-dominatori: il rapporto con le istituzioni si è fatto assai più complesso. Siamo in un delicatissimo passaggio in cui il “potere” si sta trasformando in dominio, annientando “i poteri” diversificati e separati tra loro; un passaggio in cui non ci sono più padri, ma leader. Insomma, il “padre” democratico non è più centrale, dato che gli uomini al potere non mostrano di avere più a cuore la democrazia, ma nella ambiguità di ogni orizzonte futuro, si adoperano a destabilizzare ulteriormente il fragile equilibrio della convivenza pacifica e solidale.

La esorbitante concentrazione dei poteri in una sola figura istituita (sia essa donna o uomo) segna l’ultimo tentativo misogino di far sopravvivere l’ordine maschile divenuto dominio. Sorprende la deriva misogina di Giorgia Meloni – non a caso ha scelto di chiamarsi Il Presidente – e delle donne della compagine di governo, evidentemente più attratte dalla storia maschile impositiva, quando non esplicitamente oppressiva, piuttosto di prendere coscienza di come la storia politica e filosofica delle donne abbia a cuore la cura della democrazia e la sua rigenerazione.

La proposta meloniana va compresa proprio alla luce dell’evocazione patriarcale da lei prediletta “Dio, Patria, Famiglia”, in cui è lecito leggere un tentativo disperato, e pericoloso, di restituire fiato e futuro ad un patriarcato, non più credibile agli occhi delle donne, insostenibile sempre di più per molti uomini, non più funzionante come dispositivo di ordine simbolico e sociale. Dispiace rendersi conto che vi sia tanta inconsapevolezza e molta ignoranza del pensiero delle donne, in un paese come il nostro che è considerato all’avanguardia degli studi e delle proposte femminili.

Occorre, perciò, far avanzare in ogni luogo possibile un dibattito sapiente per articolare una proposta culturale e politica delle donne in grado di contrastare questa degenerazione e di individuare la strada per rigenerare o creare nuove istituzioni democratiche.

* capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera

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