TRADURRE È UN PO’ TRADIRE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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TRADURRE È UN PO’ TRADIRE da IL MANIFESTO

Tradurre è un po’ tradire. Ecco perché l’umano non è facilmente sostituibile

RESPIRO. Smontare l’”illusione quantitativa” con cui un certo fanatismo tecnologico guarda al linguaggio, e in particolare la traduzione, non è difficile

Guido Vetere  15/07/2023

RESPIRO è una nuova rubrica del manifesto. Un collettore di articoli che riflette sui dati e la computazione come fenomeni esistenziali, culturali e politici, per solleticare immaginari non estrattivi e un approccio ecosistemico alle nuove tecnologie. RESPIRO è la concatenazione di arte, politica, scienza, ricerca e innovazione – con pronunciate simpatie cyber.punk.eco.trans.femministe – ci convivono menti eterogenee. A cura di Oriana Persico.

 Appreso dal capo di una grande società italiana di traduzione automatica, nel corso di un recente convegno al Senato, che entro cinque anni il suo lavoro verrà svolto dall’intelligenza artificiale, Silvia Pareschi, nota traduttrice, ha reagito rilasciando un’intervista su La Stampa che nei giorni scorsi ha fatto molto discutere.

Il rischio – ha detto – è che ci si abitui gradualmente e inconsapevolmente a traduzioni automatiche a basso costo di qualità scadente, non accorgendosi dei danni che questo arrecherà al pensiero umano, così come la rana non si accorge che l’acqua in cui nuota è quella di una pentola che sta sul fuoco. Si tratta di un allarme giustificato?

Va fatta una precisazione: il capo in questione, al secolo Marco Trombetti, non ha parlato esplicitamente di traduzione letteraria, cosa di cui la sua società, di nome Translated, almeno per il momento non si occupa. Dunque forse si riferiva a testi di carattere tecnico o comunque di basso profilo estetico. Certo però che le sue parole facevano proprio pensare a quello che la traduttrice paventa. Egli infatti proponeva una classica tesi: diamo alle nuove macchine neurali più testi e più potenza di calcolo, ed esse acquisteranno un’intelligenza linguistica superiore a quella degli umani.

E chiamava “singolarità” il momento di questo sorpasso, usando proprio quella parola che circola da anni in certi ambienti del fanatismo tecnologico americano per parlare appunto di quando le macchine prenderanno fatalmente il sopravvento sul genere umano. Con un centesimo dei neuroni del nostro cervello – diceva Trombetti – già oggi GPT4 stupisce per la proprietà del suo linguaggio, e se tanto ci dà tanto … In effetti, se il problema sono solo le dimensioni e le quantità, perché dovremmo escludere che una rete neurale ancora più grande di quelle attuali possa tradurre Corman McCarthy in italiano come Silvia Pareschi o anche meglio?

Smontare l’”illusione quantitativa” con cui un certo fanatismo tecnologico guarda al linguaggio, e in particolare la traduzione, non è difficile. Ho provato a farlo anche io (ma senza successo) sulle pagine offerte con illuminata generosità dalla stessa Translated (Translating without Signs). Tuttavia, vista l’attualità del tema, vale la pena riprendere il discorso, anche perché, come spiegava Quine, logico e filosofo statunitense, qualsiasi atto di comprensione linguistica è in realtà una traduzione, cioè la trasposizione di ciò che l’altro ineffabilmente ci dice all’interno di un nostro intimo e soggettivo sistema di concetti e riferimenti. Insomma: la questione riguarda per intero il modo in cui l’intelligenza artificiale contemporanea, quella dei “grandi modelli linguistici” di OpenAI e Google, si rapporta con la facoltà più tipicamente umana che vi sia.

La traduzione è, come qualsiasi cosa semantica, un atto di interpretazione, a cui segue un atto generativo in accordo con qualche problematico, instabile, arbitrario e incompleto sistema di corrispondenze. Racconta Todorov che quando La Maliche, schiava e moglie (se c’era differenza) di Cortéz, doveva tradurre in spagnolo l’idioma degli Atzechi, ella supplisse alla carenza di tale codice in modo assai creativo.

L’idea dei nuovi tecno-linguisti è invece che, con molti dati alla mano, una mappa integrale delle corrispondenze tra le lingue emerga dalla grande somma degli atti interpretativi e creativi di cui migliaia di traduttrici e traduttori hanno lasciato traccia.

Questa visione del linguaggio come “avvenire già avvenuto” (per dirla con Fossati) è semplicemente sbagliata: da una parte le scelte linguistiche individuali sono incommensurabili e (per dirla con Condorcet) non si traducono per semplice sommatoria in scelte collettive; dall’altra l’atto linguistico, interpretativo o creativo, avviene sempre nell’istante in cui qualcuno lo compie nella contingenza irripetibile del suo esserci.

La visione del linguaggio che ci arriva oggi dalla tecnologia è dunque sciatta e deprimente. Questo non sarebbe un problema se coloro che la propugnano non avessero il potere di imporla. Invece probabilmente ce l’hanno, donde un giustificato allarme.

Né possiamo rassicurarci con l’idea che la riduzione del linguaggio ad una ripetitiva confabulazione automatica sia destinata a fallire. Il fallimento di certe smanie di profitto non lo pagano i profittatori, in genere. Dovremo combattere con tutta l’intelligenza che abbiamo per la conservazione di ciò in cui questa intelligenza appunto consiste.

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