TERRASANTA È CENTRO DEL MONDO da IL FATTO e LA FIONDA
La Terrasanta è centro del mondo
Franco Cardini 23 Giugno 2026
L’importanza di un luogo abitato da grandi civiltà tre millenni prima di Cristo e culla dei tre monoteismi abramitici: così la Palestina è fulcro della nostra storia, mediterranea e universale
Fu un militare statunitense, il capitano di marina Alfred Mahan, a coniare per primo, nel 1902, l’espressione “Medio Oriente” per un’area in origine avvertita come complementare all’“Estremo Oriente”, che comprende la Cina, il Giappone e il Sud-est asiatico. Ma la sua definizione geoculturale non ha mai cessato di variare nei contenuti ed è stata oggetto di numerose polemiche.
Oggi, la più diffusa accezione tende a distinguerlo dal “Vicino Oriente”, ch’è quel che un tempo si usava definire “Levante”, i paesi della fascia costiera mediterraneo-orientale dai Balcani sino al Golfo della Sirte. Il Vicino Oriente, le coste del quale sono propriamente quelle “levantine” greco-balcaniche, turche e siro-libanesi con le immediate pertinenze israeliana e giordana, comprende a est dell’Egitto la penisola arabica e più ancora verso est e verso nord la Siria; già “mediorientali” possono esser definiti Iraq, vale a dire la storica Mesopotamia, e Iran, a nord-est del quale si estende l’immensa Asia centrale. I confini sono sempre incerti e variabili, culturali più che storici: e di Medio Oriente come prodotto di un immaginario geopolitico ha potuto parlare Hamit Bozarslan, mentre in quanto espressione usata per indicare un’area geografica essa resta mal definibile. Nel mondo arabo si indica con Ash-Sham l’area della “Grande Siria”, inclusa la Palestina, e con Mashriq la zona compresa fra il Mediterraneo e la Persia.
Gli americani considerano tendenzialmente Near East o Middle East tutta la fascia afroasiatica prevalentemente musulmana dal Maghreb all’Afghanistan, mentre in Europa si tende a utilizzare talvolta ancora la cara, vecchia lezione di “Levante” per l’area compresa fra Turchia, Siria-Libano, Emirati Arabi, Israele ed Egitto: non senza tuttavia molte incertezze.
Quella regione è stata oggetto di popolamento e di diffusione di grandi civiltà da almeno tre millenni circa prima del Cristo; ed è la culla dei tre monoteismi abramitici – ebraismo, cristianesimo, Islam – che sia pure in misura diversa si sono poi diffusi e radicati in tutto il mondo. Ciò costituisce la ragione principale per cui tale area è da considerarsi sotto molti aspetti un vero e proprio “centro del mondo”, sede di alcune fra le più note Città Sante e i più venerati santuari del genere umano.
La storia del Vicino-Medio Oriente è pertanto unitaria nei suoi tratti di fondo e caratterizzata da una sua forte continuità, nonostante la mobilità di molte genti che l’hanno popolata e attraversata e altresì le fratture epocali che l’hanno caratterizzata. Fucina di cultura di popoli diversi eppure affini, di stirpe soprattutto ora semitica ora indoeuropea, centro di elaborazione di poteri che si sono immaginati e pretesi universali e luogo di permanenza di culture fieramente gelose della loro specificità, laboratorio d’irradiazione di proposte universalistiche, l’area ha in gran parte determinato per secoli l’assetto delle dinamiche culturali dei tre continenti che su di essa convergono. In effetti, le piste tracciate sulla sabbia e sulla roccia che coprono gran parte di quest’immenso territorio (…) si ordinano da millenni in due linee direttrici, in rispettiva direzione nord-sud dalla costa meridionale del mar Nero e ovest-est dalla costa turco-siro-palestinese e dall’area nilotica fino allo Shatt el-Arab e al Golfo Persico, incontrandosi nell’emporio mercantile damasceno. (…)
Questo libro non è stato affatto pensato per proporsi come un ennesimo titolo sull’attuale crisi di Gaza, che ormai offre un mercato del tutto saturo. Si tratta invece, nelle mie intenzioni, di una riflessione globale sulla centralità della Palestina-Terra santa-Eretz Israel nella nostra storia, mediterranea e universale.
Quanto al sionismo in sé, accanto al riconoscimento del suo successo e del suo diritto alla pacifica vita d’Israele dopo la tragedia della Shoah, è opportuno insistere sui suoi caratteri nazionalistici e colonialistici, in rapporto anche con le ultime tendenze della più aggiornata critica storica israeliana (sebbene ormai esule in Inghilterra: da Ilan Pappé ad Avi Shlaim), tutt’altro che simpatizzante con la linea perseguita da Netanyahu, nonché con la grande opera dell’americano d’origine palestinese Rashid Khalidi (Columbia University), che nell’ultimo quarto di secolo ha contribuito in modo determinante a un chiarimento – che sarà forse considerato in prospettiva definitivo – sui rapporti israelo-palestinesi tra la prima guerra mondiale e l’età odierna.
Ma il parlare di “Vicino” e/o “Medio Oriente”, il ridiscutere il concetto di “Levante”, il confrontare quel che gli antichi romani conobbero come Palaestina e che oggi continua a poter essere definito “Palestina” con quel che ormai da quasi un secolo anche i non ebrei conoscono come Eretz Israel, mentre nel mondo cristiano più o meno la stessa regione viene definita “Terrasanta” (la Terra Sancta della Bibbia latina), implica per forza di cose la necessità di prendere sia pur sinteticamente atto che anche le dinamiche interessanti le aree finitime – anatolica da una parte, iranico-afghano-pakistana dall’altra e arabo-nubiana da un’altra ancora – non sono estranee a questo mondo: il che richiede talvolta, nella nostra specifica sede, una certa elasticità concettuale a detrimento forse di un discorso che si mantenga entro confini geostorici e geoantropologici precisi. La nozione stessa di “confine”, d’altronde, è di per sé in ogni senso ambigua. E ci troviamo quindi, magari implicitamente, a dover fare i conti con le più ampie (correlative e complementari, ma sovente vissute e sentite come concorrenti, se non avversarie) categorie di “Oriente” e di “Occidente”.
Attenendoci alla prima di esse, la stessa complessità del concetto di “Vicino” e/o “Medio Oriente” è tale in una pluralità di sensi (…). Questa terra è madre di gran parte delle culture e delle contraddizioni delle quali vive il genere umano: e del resto, a modo loro e in tempi diversi, anche quelle propriamente originarie dell’India, della Cina, e almeno a partire dal XVI secolo delle Americhe e dell’Oceania, si sono collegate a essa e vivono nella sua scia. (…) Oggi, la partita si gioca tra le potenze regionali emergenti – Turchia, Egitto, Iran: tutti avversari tra loro, sia pur a un diverso grado d’intensità – cui si aggiungono Arabia Saudita ed Emirati Arabi del Golfo, e tutti, nel loro complesso, si vedono impegnati a cercare in qualche modo un’intesa e una convivenza (o a rifiutarle: con le conseguenze del caso) con un paese che per limitata estensione geografica e massa di abitanti è “piccolo”, mentre per potenza nucleare, tecnologica e militare è enorme, ben più che semplicemente regionale, e per giunta titolare di un’arma etico-storico-culturale formidabile, la memoria della Shoah con l’obiettivo ascendente che gliene deriva.
Un gran bel puzzle. E, come si prega Dio di tenerci lontani da tempi storici “troppo interessanti” (i nostri sono tali…), così dovremmo scongiurarlo di non abbandonarci alla tentazione d’impegnarci in giochi “troppo belli”: i giochi sono tanto più belli quanto più sono complicati. Ma la complessità richiede tempo: mentre, com’è noto, “ogni bel gioco dura poco”.
Yves Lacoste, il geografo che restituì il mondo alla realtà
Giuseppe Gagliano 22 Giugno 2026
Le carte come strumenti di potere
La morte di Yves Lacoste, scomparso a Bourg-la-Reine il 20 giugno 2026 all’età di 96 anni, chiude una stagione della cultura strategica francese. Non scompare soltanto un geografo. Scompare l’uomo che ha costretto la Francia accademica, diplomatica e militare a guardare di nuovo le carte non come oggetti scolastici, ma come strumenti di potere. Lacoste ha restituito alla geografia la sua funzione originaria: spiegare perché gli uomini combattono per i territori, perché gli Stati tracciano confini, perché gli imperi cercano porti, stretti, montagne, fiumi, deserti, risorse e vie di comunicazione.
Per decenni la parola geopolitica era rimasta sospetta, contaminata dal ricordo della geopolitica tedesca e dall’uso ideologico che il nazismo ne aveva fatto. Lacoste ebbe il coraggio di liberarla da quella prigione. Non per ripulirla in modo artificiale, ma per riportarla al suo significato più concreto: la rivalità di potere su uno spazio. In questo senso la sua opera è stata una ribellione contro l’illusione di un mondo governato solo dal diritto, dai mercati e dalle istituzioni internazionali. Il mondo, diceva in sostanza Lacoste, resta fatto di terre, popoli, frontiere, accessi, risorse e memorie.
Il Mediterraneo come scuola del reale
Nato a Fès nel 1929, cresciuto tra Marocco, Algeria e Francia, Lacoste imparò presto che lo spazio non è mai neutrale. Il padre geologo gli offrì il primo contatto con le mappe, i rilievi, i giacimenti, le piste e i deserti. La geografia, nella sua infanzia, non fu mai una materia astratta. Fu subito il modo in cui il potere cercava risorse e organizzava territori.
L’esperienza algerina fu decisiva. Nel 1952, primo all’aggregazione di geografia, scelse di insegnare ad Algeri, nel pieno delle tensioni coloniali. Lì vide la distanza tra il discorso ufficiale della Francia e la realtà della dominazione. Vide quartieri separati, popolazioni separate, diritti separati. Capì che la colonizzazione non era solo un fatto politico o militare, ma una costruzione spaziale: chi occupa, organizza; chi organizza, domina; chi domina, disegna carte.
Da questa matrice nascerà la sua riflessione sul sottosviluppo. Nei suoi lavori degli anni Cinquanta e Sessanta, Lacoste intuì che la povertà dei Paesi del Sud non poteva essere spiegata soltanto con l’economia. Dipendeva anche dalla collocazione geografica, dall’accesso alle rotte, dalla disponibilità di risorse, dalla dipendenza dalle potenze industriali, dalla subordinazione delle economie locali a centri decisionali lontani. Era già una lettura geoeconomica del mondo, prima ancora che il termine diventasse abituale.
La geografia serve prima di tutto a fare la guerra
Nel 1976 Lacoste pubblicò il libro che avrebbe segnato un’epoca: La geografia serve prima di tutto a fare la guerra. Il titolo fu uno scandalo perché diceva ad alta voce ciò che molti preferivano tacere. Gli Stati non hanno mai commissionato carte per amore della conoscenza pura. Le hanno usate per conquistare, amministrare, tassare, sorvegliare, difendere e colpire. Una carta può essere più importante di un discorso parlamentare, perché mostra ciò che il potere vuole possedere o impedire agli altri di possedere.
Quella frase oggi appare quasi ovvia. Ma negli anni Settanta colpì come una provocazione. La geografia universitaria francese si era rifugiata in una neutralità rassicurante: paesaggi, rilievi, regioni, fiumi, agricolture. Lacoste rimise al centro la guerra, la potenza, la conquista, la rappresentazione del territorio. Non era militarismo. Era realismo. Negare il rapporto fra geografia e guerra significava consegnare quel sapere a chi lo usava comunque, ma senza controllo critico.
La fondazione della rivista Hérodote nello stesso anno completò la sua rivoluzione. Lacoste creò uno spazio intellettuale nel quale geografi, storici, militari, diplomatici, giornalisti e ricercatori potevano tornare a ragionare insieme sui rapporti di forza. Fu una rottura con l’università chiusa su sé stessa e con il commento politico disincarnato. La geopolitica tornava a essere metodo, non slogan.
Nazione, confini e sovranità
Uno dei meriti maggiori di Lacoste fu avere difeso il concetto di nazione quando quasi tutti lo consideravano superato. Alla fine della guerra fredda, l’Europa sognava la fine dei confini, la mondializzazione felice, il primato dell’economia sul territorio. Lacoste vedeva più lontano. Per lui la nazione non era un residuo folcloristico, ma il quadro dentro cui si formano solidarietà, appartenenze, obblighi collettivi e capacità di sacrificio.
Oggi la sua intuizione appare evidente. La guerra in Ucraina, il ritorno delle logiche imperiali, la competizione tra Stati Uniti e Cina, la corsa alle materie prime, le tensioni negli stretti marittimi, la militarizzazione dell’Artico e dei fondali oceanici dimostrano che la storia non ha cancellato la geografia. Al contrario, l’ha resa ancora più decisiva. Le catene produttive mondiali non sono sospese nel vuoto. Passano per porti, canali, corridoi ferroviari, gasdotti, cavi sottomarini, giacimenti e zone industriali. Ogni crisi geopolitica è anche una crisi geoeconomica.
Scenari economici e nuovo disordine mondiale
L’eredità di Lacoste diventa centrale in un’epoca in cui l’economia torna a essere territoriale. La concorrenza per le terre rare, il controllo delle rotte energetiche, la sicurezza alimentare, l’acqua, i corridoi commerciali e i cavi digitali mostrano che la globalizzazione non ha abolito lo spazio: lo ha reso più vulnerabile. Uno stretto bloccato, un porto bombardato, un gasdotto sabotato, una frontiera chiusa possono modificare prezzi, bilanci pubblici, strategie industriali e rapporti diplomatici.
Lacoste aiuta a capire che il mercato non galleggia sopra la politica. Ne dipende. Senza controllo delle rotte, non c’è commercio sicuro. Senza accesso all’energia, non c’è industria. Senza dominio dei nodi logistici, non c’è autonomia strategica. La geoeconomia contemporanea è la prosecuzione della geopolitica con altri strumenti.
Valutazione strategica militare
Dal punto di vista militare, la lezione lacostiana è ancora più chiara. Ogni guerra comincia con una carta. Prima si studiano le alture, i fiumi, le città, i ponti, le strade, le basi, le linee ferroviarie, i depositi, le zone industriali. Poi si decide dove colpire, dove resistere, dove avanzare. L’Ucraina lo dimostra ogni giorno: il fronte non è una linea astratta, ma un sistema di città, fiumi, colline, nodi logistici e profondità strategiche.
Lo stesso vale per il Medio Oriente, per il Mar Rosso, per il Golfo Persico, per la Cina meridionale. Gli stretti non sono dettagli geografici, ma interruttori del commercio mondiale. Le isole non sono solo terre emerse, ma piattaforme di controllo. I deserti non sono vuoti, ma spazi di manovra, transito e contrabbando. I confini non sono linee, ma zone di frizione.
Il geografo del secolo che ritorna
Lacoste non fu un profeta nel senso teatrale del termine. Non amava le formule facili. Amava le carte, il terreno, le contraddizioni, le rivalità locali, le memorie lunghe. Ma proprio per questo vide prima di altri ciò che oggi appare inevitabile: il mondo non è entrato in una pace perpetua, è tornato alla competizione fra potenze.
La sua definizione della geopolitica come confronto tra ragionamenti opposti su rivalità di potere territoriali resta una delle più solide del pensiero contemporaneo. In essa c’è tutto: lo Stato, la nazione, la guerra, l’economia, la memoria, la percezione dello spazio, la paura dell’accerchiamento, il desiderio di accesso, il bisogno di sicurezza.
Con Yves Lacoste se ne va uno degli ultimi grandi realisti francesi. Ma la sua lezione resta, forse più necessaria oggi che nel 1976. Le carte non bastano a spiegare tutto. Ma senza carte non si capisce quasi nulla.
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