TEMPI PRESENTI. DISASTRO E “NATURA” A BUON MERCATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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TEMPI PRESENTI. DISASTRO E “NATURA” A BUON MERCATO da IL MANIFESTO

Tutti i «goal» dell’agenda del 2030

I BAMBINI CI PARLANO. La rubrica settimanale in ascolto della voce dei piccoli. A cura di Giuseppe Caliceti

Giuseppe Caliceti  20/07/2023

Guardando lo schema riassuntivo dei goal dell’Agenda 2030, mi spiegate cosa è e quali sono? Cosa riguardano?

«I goal non sono come quelli delle partite ma sono degli obiettivi». «Sì, sono dei traguardi che tanti paesi e nazioni del mondo si sono dati per migliorare il nostro pianeta, cioè la terra». «Per il cambiamento climatico ma non solo». «Noi però abbiamo studiato soprattutto quelli del cambiamento climatico». «Vabbè’, sul libro ci sono tutti, nello schema, perciò possiamo dirli e spiegarli tutti». «Il primo è sconfiggere la povertà del mondo perché ci sono troppi poveri e pochi ricchi e tanti sono così poveri che muoiono di fame, anche tanti bambini».

«Anche il due è uguale, in un certo senso, perché è quello di sconfiggere la fame, invece bisognerebbe fare in modo che tutti possono mangiare e ci sia cibo per tutti, per esempio facendo dell’agricoltura più sana, senza veleni che distruggono le persone e anche l’ambiente in cui viviamo». «Il terzo è cercare di assicurare a tutti gli abitanti la salute e il benessere perché io ho sentito dire che ci sono anche ospedali che, se tu sei malato o stai morendo ma non sei ricco, non hai abbastanza soldi per curarti, ti lasciano morire». «Il quarto goal è l’iscrizione di qualità, cioè le scuole meglio di oggi. E il cinque la parità di genere che vuol dire raggiungere uguaglianza almeno tra uomini e donne!»

«Il goal numero sei sarebbe avere entro il 2030 dell’acqua pulita e non inquinata. E il sette avere dell’energia pulita in tutto il mondo». «Continuo io? Il numero otto è sul lavoro dignitoso, cioè che tutti hanno un lavoro per avere uno stipendio e una vita migliore. Il numero nove è fare delle imprese….» «Sì delle strade e delle ferrovie che aiutano a sviluppare le industrie». «Il goal numero dieci è quello di ridurre le disuguaglianza tra una persona e un’altra, tra un popolo e un altro, perché adesso ci sono molte differenze e molte ingiustizie. Invece si vuole ridurre le diversità tra le nazioni e anche dentro ognuna di esse. E poi…»

Andate avanti così, ognuno ne dice una….

«Quello delle città sostenibili vuol dire avere tutti delle città belle, sane, pulite, dove si vive meglio. Vuol dire rendere i luoghi dove abitiamo sicuri, resistenti, non pericolosi, questo vuol dire sostenibili». «Il dodici è il consumo responsabile, che vuol dire, in poche parole, di non sprecare le cose, non inquinare l’ambiente, non danneggiare le persone». «Il tredici è quello che abbiamo studiato contro il cambiamento climatico che sta rovinando tutta la nostra Terra perché l’uomo inquina l’ambiente e dopo l’ambiente si vendica e succedono dei disastri come il buco nell’ozono, come il clima serra, eccetera. Cioè non ci sono più le quattro stagioni come una volta e spesso piovono delle bombe di pioggia o di grandine che rovinano e inondano».

«Anche il quattordici è per salvare l’ambiente, soprattutto la vita sott’acqua perché il mare è sempre più inquinato, anche gli uccelli sono sempre più inquinati e in questo modo, con la plastica negli oceani e altre schifezze, muoiono i pesci e tutta la vita sott’acqua». «Il quindicesimo gol è proteggere gli ambienti della terra e gli esseri viventi che ci abitano, non solo noi, ma anche gli animali e le piante». «Il sedici riguarda la pace e la giustizia perché al mondo non dovrebbe esserci più guerre e invece sono sempre più numerose anche in posti lontani da noi».

«La giustizia invece vuol dire che se qualcuno ruba deve andare in prigione, e chi non ruba deve essere trattato bene. Adesso, è il contrario». «L’ultimo gol è il diciassette è vorrebbe dire che tutte le persone della terra dovrebbero collaborare per raggiungere questi obiettivi che si sono dati».

Secondo voi entro il 2030 ce la faremo a raggiungere questi obiettivi?

«Per me no, perché non cambia mai niente. Mia mamma ha detto che da quando lei è bambina è sempre la stessa cosa». «Per me invece faremo dei miglioramenti perché altrimenti stiamo male tutti e moriamo tutti e io non penso che gli uomini, le donne e i bambini del mondo vogliono far finire la vita sulla terra o renderla sempre peggiore». «Per me alcuni goal come il cambiamento climatico si può raggiungere forse nel 2030.

Jason W. Moore, disastro e «natura» a buon mercato

TEMPI PRESENTI. Tra i suoi libri, per ombre corte, «Ecologia-mondo e crisi del capitalismo» e «Antropocene o Capitalocene?». Una intervista allo storico dell’ambiente e docente di Economia politica a Binghamton: «Il mio ecologismo si ispira a quello di contadini e lavoratori, alle loro lotte per la giustizia. La politica dominante è invece un ostacolo»

Massimo Filippi  20/07/2023

Jason W. Moore insegna Economia politica presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Binghamton negli Stati Uniti. Da una prospettiva marxista, Moore sta sviluppando da anni concetti essenziali per una comprensione trasformativa della crisi ecologica in atto. Tra questi, quello di «Capitalocene», per definire correttamente le responsabilità dei cambiamenti climatici, e quello di «ecologia-mondo», per indicare l’intersecarsi delle dinamiche sociali con quelle naturali. Dietro a tutto questo c’è la denuncia delle pratiche e dell’ideologia del capitalismo, che si è sempre alimentato di «natura a buon mercato» grazie all’invenzione di astrazioni reali, quali, soprattutto, quella di «Natura». La nuova edizione di Ecologia-mondo e crisi del capitalismo (a cura di Gennaro Avallone per i tipi di ombre corte [in queste pagine una recensione del 2015 e un’anticipazione alla ultima edizione del 2023, ndr] che ha pubblicato anche Antropocene o Capitalocene?, a cura di Alessandro Barbero ed Emanuele Leonardi [in queste pagine una recensione]) è stata all’origine della presente intervista, che tocca gli snodi fondamentali della riflessione del filosofo statunitense.

Che cosa è il Capitalocene?
Capitalocene è una provocazione che intende svelare l’atteggiamento ideologico della borghesia, il suo impegno ipocrita verso la «natura» e il suo rifiuto di chiamare le cose con il loro nome. Comprendere questa ideologia è cruciale per definire politiche adeguate di giustizia ambientale, per chiarire le relazioni storiche e materiali alla base della crisi climatica. Tali relazioni non sono tra l’Uomo e la Natura – che non sono termini innocenti, ma invenzioni del capitalismo. Il significato e la violenza materiale della crisi in atto sono emersi nel lungo XVI secolo e non hanno niente a che vedere con la natura umana. La crisi climatica non ha cause antropogeniche, ma capitalogeniche. E queste cause risiedono nelle relazioni di classe, nell’imperialismo e nell’accumulazione capitalistica realizzata a spese della rete della vita.

Perché il 1492 come data di inizio del Capitalocene?
Il 1492 è un’abbreviazione geostorica. Tra il 1450 e il 1750 si è sviluppata una rivoluzione del lavoro e del paesaggio inaudita quanto a vastità, velocità e scopi. Una rivoluzione paragonabile alla rivoluzione agricola dell’inizio dell’Olocene, che però si realizzò nell’arco di millenni. Ciò che il feudalesimo ha compiuto nel corso di secoli, per esempio la deforestazione dell’Europa, il capitalismo l’ha fatto in pochi decenni. Questa rivoluzione fu il prodotto e la causa di ciò che Marx chiama accumulazione originaria. Durante questo periodo si definirono nuovi rapporti di classe, un nuovo modo di produzione basato sull’accumulo infinito di capitale e nuovi rapporti di potere culturale, ideologico e militare. La rivoluzione nella produzione dell’ambiente condotta dal capitalismo è stata un enorme movimento di formazione delle classi e di lotta di classe.

Che cosa intende quando parla di capitalismo come ecologia-mondo?
Ecologia-mondo è un’altra provocazione. Con ecologia-mondo definisco i modi di produzione e riproduzione che si sviluppano dentro la rete della vita. I modi di produzione trasformano le reti della vita e queste, a loro volta, trasformano i modi di produzione. Al proposito vanno sottolineati due aspetti. Il primo: questa è la dichiarazione fondante del materialismo storico formulata da Marx ed Engels ne L’ideologia tedesca. Il secondo: i modi di produzione sono modi di vita, interni, e non esterni, alla rete della vita. L’ecologia-mondo considera la rete della vita come animata da ciò che chiamo oikeios: il battito creativo, generativo e complesso del farsi dell’intero vivente. Ciò che Marx ed Engels chiamano «modi di vita» – e i modi di produzione in cui sono radicati – si materializza mobilitando e sviluppando reti della vita la cui potenza supera perfino quella delle più grandi civiltà. Engels sintetizzò molto bene tutto questo quando mise in guardia contro coloro che celebrano le «vittorie del capitalismo sulla natura» – vittorie che, sottolineava, sono sempre illusorie.

E cosa intende per natura a buon mercato?
Il capitalismo è un sistema di natura a buon mercato (cheap nature). Cheap ha due significati: uno è riferito al prezzo ed implica che il dinamismo capitalista tende verso la sottoproduzione del capitale circolante: l’energia e le materie prime utilizzate in un ciclo di produzione.
Nel terzo volume de Il Capitale, Marx identifica una contraddizione cruciale: man mano che le forze produttive crescono, le materie prime vengono consumate a un ritmo più rapido. A parità di condizioni, il loro prezzo aumenta – e con questo la composizione organica del capitale –, mentre il profitto diminuisce. L’altro significato di cheap ha invece a che fare con la svalutazione culturale ed etica. Questo è il punto in cui entra in gioco l’astrazione dominante: la Natura. Basta riflettere un solo momento sul linguaggio del sessismo, del razzismo e di altri assi moderni di dominio. Che cosa hanno in comune? La retorica del naturalismo.

La retorica del Progetto di Civilizzazione che, da Colombo in poi, descrive gli abitanti dei territori colonizzati come selvaggi. Gli inglesi in Irlanda, gli spagnoli in Perù, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam: i soggetti da colonizzare sono selvaggi, parte della Natura, e quindi bisognosi di un civilizzatore. È una storia non solo di razza e conquista, ma anche di genere. Quando afferma che le donne nel XVI secolo diventarono le «selvagge d’Europa», Silvia Federici mette in evidenza la violenza del naturalismo borghese. Analogamente, Claudia von Werlhof sostiene che, con l’ascesa del capitalismo, fu considerato Natura tutto quello che la borghesia non intendeva pagare: soprattutto il lavoro riproduttivo (biologico e sociale) delle donne. Il proletariato, pertanto, è da subito anche femitariato: il capitalismo dipende dalla subordinazione di lavoratori non retribuiti senza le/i quali la moderna formazione di classe non avrebbe potuto realizzarsi. La Natura, l’astrazione dominante, fu importante quanto la legge, l’impero e i soldati per l’accumulazione originaria e la nascita del proletariato moderno.

È in corso una crisi ecologica senza precedenti, ma il capitale si nutre di crisi: è la fine del capitalismo o l’inizio di un capitalismo ancora più nefasto?
Il capitalismo è definito dalle sue regole di riproduzione, che esaltano l’accumulazione infinita di capitale e svalutano tutto il resto. Queste regole di riproduzione sono sempre più allo stremo. Un fatto geostorico è innegabile: le grandi ondate di accumulazione capitalistica sono sempre dipese dalla conquista e dall’appropriazione del lavoro di ampie zone di frontiera e, dagli anni ’70, le frontiere del capitalismo sono andate esaurendosi. La rete della vita non può più essere messa al servizio del capitale come è accaduto nei secoli precedenti. Questa è una relazione non solo biologica e geologica, è infatti legata anche alla lotta di classe. Allo stesso tempo, l’enclosure imperialista dei beni atmosferici, come dimostrato dai livelli di emissioni di gas serra, ha incrementato la chiusura storico-mondiale delle frontiere. Il modello di rivoluzione agricola del capitalismo, che per cinque secoli ha prodotto sempre più cibo con sempre meno tempo-lavoro, sta collassando. La capacità del capitalismo di risolvere i suoi problemi è sempre dipesa dalle frontiere della natura a buon mercato. Ora queste frontiere sono esaurite. Il capitalismo sopravvive, ma come uno zombie: è morto, ma si muove ancora. Ed è incredibilmente letale.

Quale movimento ecologista considera più vicino alle sue posizioni?
Il mio ecologismo si ispira a quello di contadini e lavoratori. Chico Mendes l’ha affermato con chiarezza: «L’ecologia senza lotta di classe è giardinaggio». Non c’è niente di sbagliato nel giardinaggio. Ma il giardinaggio non ha nulla a che vedere con una politica climatica rivoluzionaria.
La politica ambientalista dominante è un ostacolo per un ecologismo della classe operaia di cui oggi c’è urgente bisogno. L’ambientalismo liberale non si è mai interessato ai lavoratori agricoli avvelenati dai pesticidi, ai minatori di carbone che soffrono di malattie polmonari, ai lavoratori neri e marroni del settore chimico della Cancer Alley in Louisiana, alle famiglie della classe operaia avvelenate dai rifiuti tossici. Il mio ecologismo, insomma, è quello delle classi lavoratrici e delle loro lotte per la giustizia, la dignità e un ambiente di vita sicuro.

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