“VOGLIONO SMONTARE LA COSTITUZIONE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“VOGLIONO SMONTARE LA COSTITUZIONE” da IL FATTO

Così la destra in 5 mosse smonta la Costituzione

 

FRANCO MONACO  2 LUGLIO 2023

Accantoniamo la disputa storico-ideologica circa il profilo della destra meloniana: neofascista, afascista, antifascista? Di norma la si liquida un po’ sbrigativamente con il rituale assunto secondo il quale nessuno mai si sognerebbe di sostenere che un nuovo fascismo sarebbe alle porte. Sta bene.

Prendiamo per buona tale auto-rassicurazione. Anche se si dovrebbe tenere fermo sullo sfondo il monito iscritto nel saggio sul “fascismo eterno” di Umberto Eco, ovvero l’insidia rappresentata da taluni tratti ideologici e pratici di quella esperienza storica come tale consegnata al passato che tuttavia, naturalmente sotto nuove vesti, potrebbe ripresentarsi e anzi si ripresenta.

È espressamente dichiarato il proposito di riscrivere una parte cospicua della Costituzione anche a colpi di stretta maggioranza. Proposito doppiamente in contrasto con il senso-valore del patto costituzionale, con la logica inscritta del procedimento di riforma stabilito dall’articolo 138, che contempla revisioni puntuali e condivise; con la circostanza che la maggioranza parlamentare è assai lontana dal rappresentare la maggioranza del corpo elettorale. Proposito altresì minato in radice dalla palese circostanza che il binomio presidenzialismo-autonomia differenziata è a tutti gli effetti il prodotto di un baratto politico tra FdI e Lega, nel segno di una reciproca diffidenza, e non il portato di una visione condivisa dell’assetto delle istituzioni. Ma so bene che la materia è “fredda” e complessa, non appassiona le masse.

Dunque, poniamo diversamente la questione, in termini più concreti e attuali. Quello del rapporto della destra di governo non con la Costituzione intesa come assetto dei poteri ma con beni-diritti di rilievo costituzionale. Quelli scolpiti nella prima parte della Carta. Alcuni non se la passano bene. Ne segnalo cinque.

Penso alla tutela della salute, al depotenziamento del servizio sanitario pubblico e universalistico, alla sua surrettizia, avanzata privatizzazione. Giustamente, nella manifestazione della Cgil, se ne è rimarcata la valenza costituzionale e la connessione con il progetto Calderoli di un’autonomia differenziata divisiva. Rappresentando la sanità il 70% dei bilanci regionali.

Penso alla giustizia e segnatamente al pacchetto Nordio, che si segnala per una sorta di guerra alla magistratura (quasi la missione della sua vita) e dunque per un vulnus alla separazione dei poteri sui quali si regge uno Stato costituzionale di diritto; un complesso di misure nel quale si saldano l’insofferenza della destra per i limiti posti al potere politico dalle istituzioni terze di garanzia e l’eredità berlusconiana (persino celebrata da Nordio come sua ispiratrice).

Penso al fisco ove condoni, limite del contante, flat tax vanno esattamente nella direzione opposta a quella fissata dai Costituenti, ovvero la fedeltà fiscale come un preciso dovere civile e un criterio di progressività nelle aliquote.

Penso alla vistosa compressione del pluralismo dell’informazione, originata da un mix di controllo politico e servilismo degli operatori. Al punto da indurre un moderato come Prodi a denunciare la “deriva autoritaria” connessa a ben sei tv filogovernative (solo un certo elitario snobismo sottostima la centralità delle tv nel sistema informativo).

Infine, penso alla politica estera e segnatamente alla stella polare di essa fissata nell’art. 11. Un articolo che oggi usa leggere a partire dalla seconda parte anziché dalla prima (ripudio della guerra). In un tempo, il nostro, nel quale dell’Onu non si ha notizia e la Ue sembra una dependance della Nato.

Lungi da me semplificare. Mi limito a una domanda: ci si può contentare di risolvere la discussione circa la visione del (nuovo) mondo e del governo dei conflitti da parte delle autorità sovranazionali preposte alla sicurezza, alla giustizia e alla pace con il sì o no alle armi all’Ucraina, armi che neppure ci è dato conoscere essendo segretate?

Forse per questa via – dei concreti problemi che chiamano in causa principi e diritti costituzionali – si può più efficacemente mobilitare la pubblica opinione e si può stilare una parziale agenda per le forze di opposizione.

Prescrizione: la nuova porcata di Nordio

LA SCHIFORMA DELLA MAGGIORANZA – Alla Camera, nelle audizioni in commissione i magistrati si schierano contro l’abolizione della riforma Bonafede che interrompe i termini dopo il primo grado

ILARIA PROIETTI  1 LUGLIO 2023

“Un suicidio” o nella migliore delle ipotesi, un non auspicabile “ritorno al passato”. E ancora. Uno scenario da “sistema disfunzionale”, di più: “un pregiudizio all’efficienza del processo con annesso rischio paralisi”. Mazzata finale: “Un messaggio purtroppo chiaro e netto di ingiustizia e impunità”. A sentire le audizioni in Commissione Giustizia della Camera saranno fischiate le orecchie al Guardasigilli Carlo Nordio intenzionato a mettere comunque la firma sulla riforma della prescrizione che però sembra avere ben pochi sostenitori. O meglio solo uno: l’Unione delle camere penali, ovverosia gli avvocati e neppure tutti. Perché a Montecitorio è stato ascoltato anche Mattia Alfano dell’Osservatorio nazionale per il sostegno alle vittime di reato e la sua “sentenza”, rispetto ai propositi del centrodestra, è stata chiara: “La prescrizione non ha nulla a che vedere con la ragionevole durata dei processi: non è una garanzia di difesa, ma è una garanzia di impunità”. Per poi snocciolare il rosario dei casi giudiziari in cui alcuni imputati in un non remoto passato, hanno beneficiato dell’aiutino e lo Stato, al massimo, un momentaneo e ipocrita mea culpa, quando l’ha fatto: “Pure un delitto orrendo come lo stupro ha beneficiato più volte della prescrizione”, ha ricordato il rappresentante dell’Osservatorio vittime. Per non parlare del Forteto, della strage di Viareggio, del disastro Eternit, Porto Marghera.

Dopo la riforma Bonafede, la prescrizione si interrompe dopo il primo grado. Epperò Nordio ha promesso che bisogna rimetterci mano in tempi rapidi e alla Camera la maggioranza gli ha già apparecchiato l’ultima mandrakata: cancellare la norma del 2019 e perché no, mantenere pure la tagliola dell’improcedibilità per superamento dei termini di durata massima dei giudizi di impugnazione introdotta nel 2021 dalla riforma Cartabia. Insomma un ritorno al passato, magari addirittura al sistema imposto da Berlusconi con la legge ex Cirielli, che era riuscita in pochissimo tempo a triplicare magicamente il numero dei processi andati in fumo in appello, causa prescrizione. E così si lavora ventre a terra: martedì prossimo sono in calendario le ultime audizioni a Montecitorio (tra gli altri del procuratore generale della Cassazione Luigi SalvatoDanilo Ceccarelli della Procura europea, il procuratore generale di Milano Francesca Nanni e il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia), poi la settimana successiva si lavorerà al testo unificato delle tre proposte di legge che portano la firma di Ciro Maschio (Fratelli d’Italia), Piero Pittalis (Forza Italia) ed Enrico Costa (Azione) in attesa degli emendamenti del governo. Anche se le voci sin qui raccolte suggeriscono altro, ché riaprire il cantiere della prescrizione potrebbe creare disastri. E a dirlo non è certo solo Piercamillo Davigo, che l’altro giorno non l’ha certo toccata piano. Premessa per i malintenzionati: “In quasi tutti i Paesi occidentali, a eccezione della Grecia, la prescrizione non decorre più dopo l’inizio del processo”. Svolgimento con annesso ripassone di storia patria: “Quando fu approvato il Codice di procedura penale del 1988, il dato che emergeva immediatamente era che la durata dei procedimenti sarebbe più o meno triplicata. La scommessa per cui questo codice poteva funzionare era quella dei riti alternativi: si ipotizzava che ve ne fossero intorno al 70%, percentuale che non si è mai verificata com’era prevedibile”. Come mai? “Perché nei cinquant’anni precedenti c’erano stati 35 provvedimenti di amnistia e indulto, quindi uno ogni anno e mezzo. E allora poiché nessuna pena è sempre meglio che una pena ridotta, era ovvio che sarebbe stato dissennato da parte di un soggetto di chiedere il patteggiamento o chiedere il giudizio abbreviato quando aspettando il normale decorso del processo sarebbe arrivata l’amnistia o l’indulto (…). La prescrizione venne a sostituire quelle che erano l’amnistia e l’indulto”. Questo a sentir Davigo. Poi l’Associazione nazionale magistrati ci ha messo il carico declinando le perplessità sulle ipotesi di riforma a cui lavora la maggioranza e che vanno tutte nella direzione di cancellare la riforma Bonafede.

“Dopo la condanna non c’è più spazio per l’oblio” ha esordito il presidente Giuseppe Santalucia, sottolineando poi come l’idea di cumulare la mannaia della prescrizione all’improcedibilità “crea una incoerenza sistematica”, a essere buoni. Anche perché il contesto è già quel che è: riportare indietro le lancette dell’orologio non potrà che peggiorare le cose. A partire dall’uso già ampio che si fa dei ricorsi. “Se vediamo i dati statistici c’è una percentuale altissima di ricorsi in Cassazione anche contro sentenze di patteggiamento” ha chiosato il segretario dell’Anm Salvatore Casciaro secondo cui i disegni di legge della maggioranza “rischiano, per come sono strutturati, di pregiudicare l’efficienza del processo”.

Ma per altro verso è arrivata la stroncatura anche da Gian Luigi Gatta, ordinario di Diritto penale nell’Università degli Studi di Milano, nonché già collaboratore del ministro Marta Cartabia secondo cui i propositi di cancellare l’improcedibilità equivalgono a “un suicidio”.

Mentre cancellare la prescrizione e mantenere l’improcedibilità, pure: “il procedimento penale potrebbe andare in fumo, dopo il primo grado, o perché il reato si prescrive o perché l’azione penale diventa improcedibile, a seconda del termine che matura per primo. Una soluzione certo molto favorevole per le difese degli imputati ma per nulla per le vittime e per le parti civili e, ancor prima e soprattutto, per la funzione naturale del processo, che è deputato all’accertamento dei fatti e delle eventuali responsabilità”. Resta il plauso dell’Unione Camere penali per cui l’imperativo è uno solo, il resto è contorno: cancellare lo stop alla prescrizione. Della serie: oste com’è il vino?

Arriva la transizione gassosa di Pichetto

IL DOCUMENTO – Inviato a Bruxelles il Pniec: rinnovabili, ma pure tanto gas e il progetto Eni

 MARCO FRANCHI  2 LUGLIO 2023

Dice il ministro che è cambiato il mondo e quindi il Piano nazionale integrato energia e clima, per gli amici Pniec, si deve adeguare: il Covid, la guerra, i prezzi energetici… Quello nuovo, che ha inviato a Bruxelles un paio di giorni fa, è dunque “realistico e sostenibile per il nostro sistema economico e sociale”. Che significa? È presto detto: obiettivi all’ingrosso tutti confermati, tranne che per i consumi privati, e maggior peso al gas e alle infrastrutture relative, oltre che – e non è una sorpresa – ai progetti di cattura sotterranea della CO2 (targati Eni).

Gilberto Pichetto Fratin non si mette certo la casacca dell’ambientalista scettico, anzi, nel suo Pniec conferma la volontà di decarbonizzare tutto secondo il percorso già noto – “servirà uno sforzo estremo” – e promette persino di “agire diffusamente con misure estreme anche nella riduzione dei consumi e delle emissioni carboniche del terziario, del settore residenziale e in particolare della mobilità” con “un sostanziale mutamento degli stili di vita e di consumo”. Solo un po’ più lentamente: il governo Meloni su case, caldaie, auto e tutto quanto attiene, appunto, ai consumi privati vuole andarci piano. D’altronde, compatibilità economiche a parte, sono le classiche cose che ti fanno perdere voti…

Quanto alla generazione dell’energia, Pichetto promette tante rinnovabili, persino più di Conte: entro il 2020 saranno “verdi” il 40% dei consumi finali (contro il 39 del Pniec precedente), il 67% di quelli elettrici. Certo, su questo siamo un po’ in ritardo per via delle “difficoltà autorizzative”, ma da adesso in poi si marcia. Il resto della decarbonizzazione al 2030 la farà il gas (a scapito del petrolio) e, vaste programme, l’idrogeno verde, che – ove mai esisterà – potrebbe muoversi nelle stesse infrastrutture del gas, tipo la dorsale adriatica in via di appalto. Non mancano la sperimentazione sul nucleare e un riferimento alla cattura di CO2, progetto che l’Eni coltiva nel giacimento esausto di Ravenna per i settori industriali hard-to-abate. Forse Pichetto ha trovato la risposta alla recente domanda dell’ex Ad di Enel, Starace: “Quante volte dobbiamo riprovare una cosa che non ha funzionato?”.

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