SCHIACCIATA DA UE E NATO, L’ITALIA HA RINUNCIATO A SÉ da IL FATTO
Schiacciata da Ue e Nato, L’Italia ha rinunciato a sé
Gabriele Guzzi 3 Gennaio 2026
Anche uno Stato laico ha bisogno di ritualità per rilanciare la propria comunità. Una di queste è il discorso di fine anno del presidente della Repubblica: momento valutativo sul passato e programmatico sul futuro.
Sergio Mattarella ha toccato quest’anno punti fondamentali. Innanzitutto, la questione della pace. Poi, quella dei giovani. Infine, ha tracciato una storia per macro tappe degli 80 anni di Repubblica. Su questo punto, con rispetto, vorremmo segnalare un elemento problematico. Il presidente ha giustamente richiamato la necessità di un nuovo orgoglio repubblicano: per ciò che abbiamo fatto, per quello che siamo, per quello che ancora possiamo dare, traendo energie dalla nostra storia e identità. Il punto è che questo rinnovato patriottismo si trova in una dialettica estremamente problematica con un altro elemento toccato dal discorso. Parliamo di questa frase: “L’Unione europea e l’Alleanza atlantica hanno coerentemente rappresentato e costituiscono le coordinate della nostra azione internazionale”. In questi ottant’anni, questi vincoli esterni sono stati vissuti in maniera molto diversa dall’Italia. Ciò che però è emerso, almeno dal 1992, ovvero dalla fondazione dell’Ue e dall’inizio del momento unipolare americano, è la perdita di una mediazione tra le istanze che provengono dall’esterno e l’elaborazione di una posizione propria. L’Italia sembra così aver perduto il proprio vincolo interno, come aveva profetizzato Claudio Napoleoni, e quindi il senso di un fine comune da realizzare, a dispetto di un’adesione assoluta alle istanze europee e nord-atlantiche. L’elemento contraddittorio, quindi, è che non si può dare quel senso di reale appartenenza all’identità repubblicana nell’assolutizzazione totale dei vincoli esterni. Da trent’anni, noi abbiamo rinunciato a una parte significativa di quell’identità costituzionale richiamata dal presidente proprio nell’omologazione alle logiche dell’Ue e della Nato, oramai distante dalla logica difensiva che in teoria ispirava la sua nascita.
Partiamo dall’Ue. L’Italia si è adeguata più degli altri alle logiche economiche europee. Privatizzazioni, austerità, precarizzazione: come molte ricerche internazionali confermano, siamo stati i più europeisti di tutti, calpestando il senso sostanziale della costituzione economica del 1948. Sabino Cassese parla per questo di “nuova costituzione economica”, quella dove il diritto europeo sovrasta quello pubblico italiano, con il piccolo dettaglio che l’impostazione del primo è incompatibile con il secondo, operando come modifica surrettizia e sostanziale. Questi trent’anni hanno così depresso non solo la dinamica economica, condannando la “Generazione Maastricht” – coloro nati e cresciuti sotto gli effetti dell’Ue – a stagnazione e impoverimento, ma anche la dinamica sociale. E infatti il presidente menziona quasi solo le riforme fatte durante i primi quarant’anni di Repubblica. Poi, c’è la Nato. Oramai anche l’amministrazione americana riconosce l’errore di fondo nell’impostazione dopo il crollo dell’Urss. Il documento strategico Usa del 2025 scrive che bisogna “porre fine alla percezione, e prevenire la realtà, della Nato come alleanza in continua espansione”. Proprio dagli anni 90, l’Occidente ha perseguito una logica di espansione nell’est Europa e militarizzazione in altre parti del mondo. Questo non solo ha indebolito paradossalmente la capacità proiettiva degli Usa, ora piegati dal bivio tra rilancio nazionale e/o difesa dell’impero, ma anche l’equilibrio di pace in Europa. Questa postura era incompatibile con un altro principio della Costituzione, ovvero il ripudio della guerra. Ciò non significa essere pacifisti in senso astratto, ma interpretare la politica estera in una logica di equilibrio, ordine e – per quanto possibile – dialogo. Nel conformismo dogmatico all’Ue e alla Nato, invece, l’Italia ha rinunciato al senso di sé, a percepirsi come comunità di destino meritevole di esistere, cioè a un’autocoscienza nazionale e repubblicana. Questa si poteva dare, come era stato nei primi decenni, in dialogo con le altre nazioni, e all’interno di vincoli internazionali. Non menzionare, tuttavia, lo scarto che è avvenuto alla fine del XX secolo, rischia di far cadere il giusto appello a un orgoglio repubblicano a retorica, che nei fatti viene subito archiviata nel richiamo continuo al rispetto pedissequo di qualunque istanza di politica proveniente dall’esterno. Allora, ciò su cui dovremmo lavorare è un nuovo equilibrio tra senso di sé e senso della realtà, e quindi tra vincolo interno e vincolo esterno. Rinunciare al primo sull’altare sacralizzato del secondo vuol dire invece imboccare la strada dell’autodissoluzione, e forse oggi persino della guerra. Proprio in quest’anniversario, sarebbe indispensabile cambiare rotta.
Sua Intermittenza
Marco Travaglio 3 Gennaio 2026
Come ogni anno, siamo tutti in festa perché l’elettrizzante discorso di San Silvestro del presidente della Repubblica ha stabilito un nuovo record di ascolti: il fatto che fosse a reti unificate Rai, La7, Mediaset (due su tre), Sky e Tv2000 non deve ingannare. Il boom di share è senz’altro dovuto alla travolgente frizzantezza dell’omelia, che ho apprezzato nelle brevi pause fra le botte di sonno e gli attacchi di narcolessia. A intermittenza. All’inizio mi è parso che Mattarella citasse le “case devastate dai bombardamenti nelle città ucraine” e la “distruzione delle centrali per lasciare bambini, anziani, donne, uomini al freddo del gelido inverno di quei territori” (sempre ucraini). E subito dopo la “devastazione di Gaza”, però dovuta non a bombardamenti, ma a cedimenti strutturali o eventi sismici: tragiche fatalità, ecco. Idem per i “neonati al freddo che muoiono assiderati”, ma non perché qualcuno li mitragli alzo zero e vieti alle Ong di soccorrerli, bensì per un raro guasto generale a termosifoni, split, riscaldamenti a soffitto, a parete e a pavimento che dura da 27 mesi. Fra l’altro quel qualcuno, noto criminale di guerra ricercato dalla Cpi, ha appena sorvolato l’Italia per recarsi a Washington e presto lo rifarà come se fosse a casa sua per tornare indietro, senza che il nostro governo e il nostro presidente facciano una piega. Del resto non mossero un sopracciglio neppure quando sequestrò alcune barche italiane in acque internazionali come se il Mediterraneo fosse la sua vasca da bagno. Né quando gli Usa sanzionarono la cittadina italiana Francesca Albanese per aver denunciato i crimini di Israele, chiudendole i conti correnti per chiuderle la bocca. Però “l’Italia è un attore di grande rilievo sulla scena internazionale”, e sono soddisfazioni.
Ho fatto in tempo a sentire che “il desiderio di pace è sempre più alto e diviene sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”, ma lì mi sono appisolato e non so se Mattarella se l’è poi presa con chi invase l’Afghanistan e l’Iraq e bombardò la Serbia e la Libia, o magari con l’Ue che sabota il piano di pace Usa. La frase “raccogliamo l’invito del Papa a disarmare le parole” mi ha ridestato di soprassalto e commosso, ma è stato solo un attimo: così mi son perso il conseguente attacco a quel tale che usa paragonare Putin a Hitler ed evocare ora la Prima, ora la Seconda guerra mondiale. Nel dormiveglia, mi è parso di sentire che “dobbiamo rimuovere il senso fatalistico di impotenza che rischia di opprimerci”, in leggerissima contraddizione col recente “le spese per la difesa sono poco popolari, ma poche volte come ora necessarie”. Però forse era solo un incubo. Ove mai qualcuno fosse arrivato sveglio fino in fondo, mi faccia sapere.
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