SALVARE ISRAELE DA SÈ STESSO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SALVARE ISRAELE DA SÈ STESSO da IL FATTO

Salvare Israele da sè stesso

LA REAZIONE AL POGROM – Il governo, sfiorando il crimine di genocidio e attirandosi lo sdegno internazionale, è caduto nella sindrome post-11 Settembre. Il “parallelo” Hamas-al Qaeda e la pace coi palestinesi unica via d’uscita

JEFFREY D. SACHS  9 NOVEMBRE 2023

Israele sta finendo il tempo per riuscire a salvarsi – non da Hamas, che non ha i mezzi per sconfiggere militarmente Israele, ma da se stesso.

I crimini di guerra di Israele a Gaza, che secondo il Center for Constitutional Rights sfiorano il crimine di genocidio, minacciano di distruggere le relazioni civili, politiche, economiche e culturali di Israele con il resto del mondo. Stanno crescendo le richieste di dimissioni immediate del primo ministro Benjamin Netanyahu. Un nuovo governo israeliano dovrebbe cogliere l’opportunità di trasformare la carneficina in una pace duratura attraverso la diplomazia.

Netanyahu sta portando Israele nella stessa trappola in cui sono caduti gli Stati Uniti dopo l’11 settembre. L’obiettivo di Hamas, con l’atroce attacco terroristico del 7 ottobre, è stato quello di spingere Israele a una guerra lunga e sanguinosa e di indurlo a commettere crimini di guerra per attirarlo nel disprezzo mondiale. Questo è un classico uso politico del terrore: non solo per uccidere, ma per spaventare, provocare, svilire e infine indebolire il nemico. Al Qaeda, l’autore dell’attacco dell’11 settembre, ha spinto la classe politica americana a lanciare guerre disastrose in Afghanistan, Iraq e oltre. Il risultato è stata una carneficina, la tortura da parte dei servizi e delle forze militari statunitensi, 8.000 miliardi di dollari di debito e il crollo del prestigio e del potere degli Stati Uniti nel mondo. Hamas sta spingendo Israele verso crimini di guerra e potenzialmente verso una guerra a livello regionale. Le azioni di Israele stanno spingendo anche i suoi amici a rivoltarglisi contro.

L’istinto di Israele è quello di ignorare l’opinione globale, attribuendola all’antisemitismo convinta che gli Usa gli copriranno le spalle. Ma gli Stati Uniti, indeboliti come sono su scala mondiale, non possono salvare Israele da se stesso. Basta guardare come stanno “salvando” l’Ucraina. L’Ucraina viene distrutta dal suo perseguimento dell’adesione alla Nato e dal rifiuto della diplomazia, entrambi incoraggiati dall’inefficace impegno americano a sostenere militarmente l’Ucraina “finché sarà necessario.”

C’è un’altra profonda somiglianza tra l’11 settembre di al Qaeda e il 7 ottobre di Hamas. Al Qaeda è stata una creazione statunitense che poi si è trasformata in un boomerang. Finanziando segretamente gli jihadisti islamici in Afghanistan per combattere l’Unione Sovietica negli anni 80, la Cia ha fatto decollare al Qaeda. Nel caso di Hamas, Netanyahu – come è ben documentato – ha sostenuto segretamente Hamas per dividere e indebolire l’Autorità palestinese.

Netanyahu e il suo gabinetto dicono agli israeliani che non c’è altra alternativa per raggiungere la sicurezza e la pace se non quella di invadere Gaza per sconfiggere Hamas. L’acquiescenza dei governi statunitense ed europeo all’invasione di Gaza trasmette al popolo israeliano il messaggio che i loro leader stiano dicendo la verità: che Hamas può essere sconfitto militarmente, che le morti di civili a Gaza sono limitate a operazioni militari mirate e che Israele sta facendo l’unica cosa possibile per la propria sicurezza. Eppure, queste opinioni sbagliate sono perpetrate dalla stessa classe politica che ha abbassato la guardia nel periodo precedente al 7 ottobre. I leader israeliani stanno cercando di coprire i loro errori con la guerra a Gaza.

I fatti sono questi. In primo luogo, mentre Hamas ha dimostrato la capacità di commettere un attacco terroristico a sorpresa, Israele ha abbassato la guardia. Rafforzando i propri confini e la propria intelligence, può impedire ad Hamas di ripetere l’attacco. Inoltre, Israele non rischia alcun tipo di sconfitta militare da parte di Hamas all’interno del territorio israeliano, dal momento che Israele ha un’ampia posizione di dominio militare. Lo stesso è avvenuto con l’11 settembre, che è stato un fallimento catastrofico delle operazioni di sicurezza interna e di intelligence degli Stati Uniti, ma non ha rappresentato nemmeno lontanamente una minaccia di sconfitta militare degli Stati Uniti.

Questo non significa che sconfiggere Hamas a Gaza sia semplice. Con una grande invasione di terra israeliana, Hamas avrebbe il vantaggio della guerriglia urbana sul proprio territorio, e senza dubbio un gran numero di soldati israeliani potrebbe morire in una simile campagna. Esiste un approccio completamente diverso alla sicurezza di Israele, quello che la classe politica israeliana ha rifiutato per decenni, ma che è l’unico in grado di garantire pace e sicurezza reali. Si tratta di una soluzione politica per la Palestina, accompagnata da accordi di sicurezza completi e applicabili.

Israele si trova sopra un vulcano di disordini perché ha a lungo negato i diritti umani, economici e politici fondamentali al popolo palestinese. Gaza è stata notoriamente descritta da Human Rights Watch come una prigione a cielo aperto. L’occupazione israeliana della Palestina equivale all’apartheid secondo i gruppi per i diritti umani come Amnesty International. Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale dell’Onu hanno giustamente e prepotentemente votato una risoluzione dopo l’altra per chiedere una soluzione a due Stati, l’ultima delle quali il 26 ottobre.

Lo storico Ian Black, nel suo libro Enemies and Neighbors: Arabs and Jews in Palestine and Israel 1917-2017, racconta che Netanyahu, il primo ministro israeliano di più lunga data, “non è mai stato disposto a fare le concessioni necessarie per rendere possibile [la soluzione dei due Stati]”.

Il fallimento della classe politica israeliana nel raggiungere una vera sicurezza per Israele e giustizia per la Palestina apre la porta a un approccio diverso. Ecco come potrebbe funzionare una soluzione diplomatica. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si dovrebbe impegnare a disarmare i gruppi militanti, tra cui Hamas e la Jihad islamica. I Paesi che finanziano e armano questi gruppi, in particolare l’Iran, dovrebbero accettare di unirsi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel disinnescare e smobilitare questi gruppi. Sia l’Arabia Saudita che l’Iran dovrebbero stabilire relazioni diplomatiche con Israele come parte dell’accordo di pace. Israele e il Consiglio di Sicurezza dovrebbero riconoscere uno Stato palestinese sovrano, indipendente e sicuro, con capitale a Gerusalemme est e con piena adesione alle Nazioni Unite. Alla Palestina verrebbe dato il controllo sovrano sui siti sacri musulmani di Gerusalemme Est, compreso Haram al-Sharif.

Le cinque potenze permanenti (P5) del Consiglio di Sicurezza – Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia – sono tutte favorevoli a questo accordo di pace. Biden ha recentemente ribadito il sostegno degli Stati Uniti alla soluzione dei due Stati. Inoltre, c’è spazio per una diplomazia favorevole tra i P5. Gli Stati Uniti e la Cina terranno presto un vertice tra Biden e Xi Jin Ping e si intravedono anche spiragli di diplomazia tra Russia e Stati Uniti per porre fine al tragico conflitto in Ucraina.

L’Iran può essere coinvolto in un accordo di questo tipo a condizione che includa la normalizzazione delle relazioni diplomatiche ed economiche dell’Iran con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Nel 2015, l’Iran ha negoziato il Piano d’azione congiunto globale (Jcpoa) con gli Stati Uniti e le nazioni europee per porre fine al programma di armamento nucleare iraniano in cambio della fine delle sanzioni occidentali. Sono stati gli Stati Uniti dell’ex presidente Donald Trump, e non l’Iran, a ritirarsi sfacciatamente dal Jcpoa nel 2018. Più recentemente, l’Iran si è riconciliato con l’Arabia Saudita e si è unito ai Paesi Brics, dimostrando interesse a una diplomazia dinamica e creativa.

Anche il resto degli Stati membri dell’Onu sostiene chiaramente la soluzione dei due Stati. Non appena Israele abbraccerà un accordo di pace globale, otterrà amici e tirerà un sospiro di sollievo. Se Israele ingoia il veleno di Netanyahu, secondo cui “questo è il momento della guerra”, si isolerà dal resto del mondo e pagherà un prezzo devastante. L’obiettivo raggiungibile è una pace e una sicurezza durature attraverso la diplomazia. Gli amici di Israele, a cominciare dagli Usa, devono aiutarlo a preferire la diplomazia alla guerra. Gli amici non lasciano che gli amici commettano crimini contro l’umanità, né tantomeno forniscono loro le finanze e le armi per farlo.

La legge “etnica” di Bibi ha snaturato Israele

 RANIERO LA VALLE  9 NOVEMBRE 2023

C’è una circostanza di cui non si è tenuto conto nell’angoscioso dibattito sulla tragedia in corso a Gaza, ed è il fatto che lo Stato di Israele non è uno Stato come tutti gli altri, sicché i suoi atti e le loro motivazioni non sono paragonabili a quelli di qualsiasi altro Stato.

La differenza consiste nel fatto che lo Stato di Israele è per origine e per scelta uno Stato etnico. Quanto all’origine, com’è noto essa sta nello scempio della Shoah e nello sgomento che ne è ricaduto sull’intero popolo ebreo e sulla stessa comunità internazionale che attraverso l’Onu ne ha stabilito la fondazione. Quanto alla scelta essa sta in una serie di atti successivi, il primo dei quali, come ha narrato uno dei protagonisti, Jacob Taubes, fu nel 1947 la decisione di non procedere alla stesura di una Costituzione, perché la legge fondamentale era da considerarsi la Legge biblica, e al di là delle norme laiche che lo Stato si sarebbe dato, gli istituti fondamentali come il matrimonio, il ripudio, la proprietà, dovevano essere forgiati dalla legge halachica, che è una derivazione normativa della Torah ebraica. Si può citare poi una decisione del governo israeliano dell’8 ottobre 2010 (primo ministro Netanyahu), di inserire nella legge sulla cittadinanza una norma che obbligava ogni nuovo cittadino israeliano (anche arabo) a prestare giuramento a Israele “Stato ebraico e democratico”, facendo così dell’ebraicità un carattere sacro dello Stato tutelato da un giuramento; e si può ricordare come tutto ciò sia confluito il 19 luglio 2018 (primo ministro Netanyahu) in una legge di rango costituzionale, approvata dalla Knesset con 62 voti favorevoli e 55 contrari, in cui lo Stato di Israele era definito come lo “Stato nazione del Popolo ebraico”, e si sanciva che “La Terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui lo Stato di Israele si è insediato”, che “lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione” e che “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico”.

Questa immedesimazione di religione e Stato non è stata senza conseguenze militari e politiche: nel 2008, per una precedente operazione militare speciale contro Gaza, cosiddetta “Piombo fuso”, si dovette chiedere l’autorizzazione dei rabbini per cominciarla nel giorno di sabato, il 27 dicembre; e nel maggio 2010 per l’attacco degli incursori israeliani alla flottiglia pacifista, che per portarvi aiuti umanitari voleva rompere il blocco di Gaza da cui Israele si era ritirata, la legittimazione per l’abbordaggio in acque internazionali fu che quella era comunque terra d’Israele.

Nel momento di una crisi suprema come quella attuale questa identificazione tra ebraismo e Stato produce tre tragedie per tutti e tre angosce per noi. La prima è quella del reciproco terrorismo di Gaza, che assimila la violenza della jihad islamica di Hamas a quella dello Tsahal israeliano e minaccia la definitiva espulsione dei palestinesi. La seconda è quella dello Stato di Israele che così spezza la società israeliana, fino alle piazze in rivolta e al j’accuse degli ostaggi e delle loro famiglie, perde la solidarietà di gran parte del mondo, irrita perfino gli Stati Uniti e si espone a una sfida mortale con i suoi nemici da cui potrebbe uscire dilaniato. La terza è quella dell’ebraismo, che si trova schiacciato sull’ermeneutica fondamentalista di una retribuzione incondizionata e violenta voluta dal Dio dell’Alleanza, che altera la Bibbia e rilancia l’antisemitismo perverso rimasto latente dopo il nazismo, come in Francia e perfino in Italia e in molti altri Paesi.

Si capisce allora perché, mentre è sacrosanto il diritto del popolo ebreo di difendersi e di essere difeso contro i demoni della distruzione, una gran parte, certo non ottusa, delle guide religiose e dei sapienti d’Israele era contraria a una forzatura politica del messianismo e alla istituzione di uno Stato; si temeva una catastrofe e venivano invocati i “tre giuramenti” che secondo il Midrash e il Talmud, Dio avrebbe fatto fare al popolo ebreo tra cui quello di “non salire sul muro” dell’esilio e di “non forzare la fine”. Obiezione spazzata via dalla Shoah.

Dunque non c’è un’alternativa per la convivenza e una speranza di pace in Medio Oriente? Sì, ci sono, e passano attraverso una trasformazione dello Stato in una vera democrazia del Medio Oriente e un avanzamento della stessa religione: nella medesima tradizione ebraica c’è una lettura del giudaismo realizzato che sarebbe una meraviglia per il mondo intero. Un simile cambiamento si è già avuto del resto, in molti altri Stati e religioni. A cominciare dal nostro “regime di cristianità”.

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