RIARMO, IL BELPAESE DEI LADRI DI FUTURO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RIARMO, IL BELPAESE DEI LADRI DI FUTURO da IL MANIFESTO e IL FATTO

Riarmo, il Belpaese dei ladri di futuro

Nuova Finanza Pubblica La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari

Marco Bersani  12/07/2025

Viviamo in Paese nel quale il 23,1% della popolazione (dati Istat 2024) si trova in almeno una delle seguenti condizioni: a rischio povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro. Un Paese nel quale il 10% delle persone (sei milioni) rinuncia alle cure e nel quale la spesa per l’istruzione è tra le più basse in Europa, con investimenti inferiori a quanto spendiamo per pagare gli interessi sul debito pubblico.

Il nostro Paese è contemporaneamente quello nel quale l’1% più ricco della popolazione detiene il 13,6% di tutto il reddito nazionale, con un accentramento della ricchezza che dal 1980 non ha pari in Europa. Infine, il nostro paese è il quinto al mondo (dati Germanwatch 2025) per rischio climatico, avendo subito negli ultimi 30 anni danni climatici per 60 miliardi di euro e 38.000 decessi.
Di fronte a questi dati, qualsiasi governo di buon senso saprebbe già dove reperire e dove destinare le risorse: forte tassazione dei redditi più alti e investimenti su lavoro, scuola, sanità e transizione ecologica. Ma di governi di buon senso non vi è traccia né in Italia, né in Europa, dove si è deciso che il futuro sarà permeato dalla guerra e dalla militarizzazione, alle quali saranno destinate risorse folli: dal piano ReArm Europe che intende mobilitare nei prossimi quattro anni ulteriori 800 miliardi di euro per le spese per la Difesa e nell’industria degli armamenti, alla decisione presa nel vertice Nato del giugno scorso di destinare il 5% del Pil entro il 2035 ai medesimi settori.

Detto in parole semplici e comprensibili, significa che al settore militare saranno destinati 400 miliardi in più nei prossimi dieci anni. Se vogliamo ulteriormente entrare nel dettaglio, la decisione Nato prevede che l’1,5% del Pil sia destinato a infrastrutture per la sicurezza e il 3,5% a investimenti militari in senso stretto. Nel primo caso, in qualche modo si può parlare di spesa non aggiuntiva, poiché basterà dichiarare che grandi opere infrastrutturali (vedi Ponte sullo Stretto o il Tav) siano utili sotto il profilo militare per poterle conteggiare nella percentuale. Ottenendo, dal punto di vista del governo un doppio risultato: dare ulteriore spinta a opere inutili e dannose, bloccando le legittime proteste delle popolazioni dietro il paravento dell’opera militarmente strategica e nel contempo far finta di ottemperare al diktat Nato. Ma in ogni caso, considerando anche il “solo” 3,5% del Pil, significa destinare 220 miliardi di euro in più alla spesa militare. E significa che ogni manovra finanziaria da qui al 2035 sarà interamente assorbita da questa destinazione, con l’unico problema di dove reperire le risorse.

Su questo tema, qualsiasi gioco di prestigio si appresti ad annunciare il ministro dell’Economia Giorgetti, il gioco delle tre carte è presto fatto, poiché le risorse possono essere reperite in soli tre modi: aumentando il debito pubblico, aumentando le tasse o riducendo le spese. Se la prima possibilità è decisamente poco percorribile (il nostro debito ha superato i 3000 miliardi) e la seconda è stata già asfaltata dalla presidente del Consiglio Meloni («non un euro uscirà dalle tasche degli italiani», come se l’intera ricchezza pubblica non ci appartenesse) il rebus è presto risolto: verranno tagliate le spesa per sanità, istruzione, sociale e verrà accantonata qualsiasi risorsa per la transizione ecologica.

Se questa è la situazione, forse è venuto il tempo di immaginare un vero sciopero (meglio se europeo) che metta in campo tutti i soggetti sociali e del lavoro che saranno direttamente colpiti dai ladri di futuro che governano il nostro Paese e il continente europeo. Perché non provare a discuterne, lanciando per una volta il cuore oltre l’ostacolo?

L’economista Roberts: “Il capitalismo non si salverà con l’aumento della spesa in armi e la speculazione in bitcoin”

Mauro Del Corno  4 Luglio 2025

Michael Roberts è un intellettuale con una storia professionale insolita. Ha lavorato come economista nella City di Londra, il centro della finanza globale, per oltre 40 anni. Allo stesso tempo, è stato attivista nel movimento operaio per decenni ed è un profondo conoscitore di Marx. Ha scritto diversi libri tra cui “Capitalism in Twenty First century”, “The Great Recession – a Marxist view”, “The Long Depression” e, insieme a Guglielmo Carchedi, “World in Crisis” .

Lei hai recentemente parlato di Geonomics, ovvero del cambio del paradigma nelle relazioni internazionali in cui non è più la politica ad essere subordinata all’economia ma il contrario. Tuttavia osserva anche che la cooperazione internazionale tra “eguali” tramite mercato e scambi è sempre stata soltanto un’illusione, gli scambi non sono mai stati “fair”, gli Stati più forti hanno sempre approfittato dei paesi più deboli. Cosa cambia quindi in concreto?

Si, l’idea di un mercato internazionale in cui gli stati agiscono da “pari” è sempre stata un’illusione. I grandi e i forti hanno regolarmente divorato i deboli e i piccoli, soprattutto durante le crisi economiche. Ma è anche vero che stiamo assistendo ad un cambiamento di opinione nelle élite in materia di politica economica, iniziato dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e la lunga depressione degli investimenti e della produttività che ne è seguita.

Il crollo finanziario globale, la crisi del debito dei paesi euro e la lunga depressione, ulteriormente aggravata dall‘impatto della crisi pandemica, hanno lasciato il capitale europeo in gravissima difficoltà. Così i leader hanno iniziato a far risuonare i tamburi di guerra e a invocare ingenti spese per la difesa prospettando immaginarie minacce di invasione da parte della Russia e persino della Cina! Si tratta di una falsificazione della realtà piuttosto evidente, messa in atto soprattutto per cercare di rilanciare le loro economie aumentando la spesa pubblica per gli armamenti. Cosa che ritengo essere una vana speranza.

Ciò che è cambiato rispetto al 2008 è che l’egemonia statunitense si trova adesso ad affrontare un potente rivale economico come la Cina, dopo la sua straordinaria ascesa manifatturiera e commerciale prima, e tecnologica negli ultimi anni. Gli Stati Uniti hanno così rinnegato il mantra di “globalizzazione e libero scambio”, in favore del protezionismo commerciale e finanziario.

Lei cita un pensiero di Engels secondo cui il libero scambio è sostenuto dalla potenza economica egemone finché domina i mercati internazionali con i suoi prodotti, ma quando perde il predominio, adotta politiche protezionistiche. È ciò che sta succedendo agli Usa?

Sembra proprio che sia così. Engels sosteneva già nel XIX secolo che il “libero scambio” fosse sostenuto dalla potenza economica egemone fintantoché potesse dominare i mercati internazionali con i suoi prodotti. Nel momento in cui questo predominio viene perso, si passa a politiche protezionistiche. Questo è ciò che accadde, ad esempio, alla fine del XIX secolo alla Gran Bretagna. Ora è il turno degli Stati Uniti. Il protezionismo era stata la politica economica dominante in America anche negli anni ’30, durante la Grande Depressione, prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Una volta consolidata l’egemonia americana nel dopoguerra, con istituzioni internazionali concepite e strutturate per promuovere il commercio, il ruolo del dollaro e la finanza americana, il messaggio è diventato “libero scambio” ed eliminazione di tutte le barriere ai flussi di capitali internazionali. Dopo il 2008, la globalizzazione è entrata in crisi, l’egemonia manifatturiera statunitense è tramontata da tempo e l’economia mondiale fatica a crescere. Ora il “libero scambio” deve quindi essere sostituito da “ogni paese per sé”. Come disse una volta Marx, i capitalisti sono fratelli quando si tratta di sfruttare il lavoro, ma spesso sono fratelli ostili quando competono tra loro per una fetta maggiore della torta prodotta dai lavoratori.

Secondo lei, però, alla base di questa evoluzione c’è l’inesorabile calo del margine di profitto e della redditività del capitale connaturato all’economia capitalista. L’intervento statale a sostegno delle aziende americane iniziato da Biden e continuato da Trump, unito all’esercizio della propria forza a fini commerciali, sarebbe solo l’ultimo tentativo di arginare questo processo. È così?

Sì, questa è una tesi fondamentale e credo che fornisca la motivazione chiave del perché le economie capitaliste non possano progredire in armonia e in modo costante. Marx spiegò nel terzo volume del Capitale (e in altre opere) che nel tempo la redditività del capitale investito tende a diminuire. I capitalisti non investono in mezzi di produzione né impiegano manodopera per realizzare beni e servizi volti a soddisfare i bisogni sociali. Lo fanno solo se c’è profitto. Quindi, se la crescita dei profitti rallenta, gli investimenti diminuiscono e alla fine ciò genererà una crisi produttiva, con perdita di posti di lavoro e di reddito per i lavoratori e fallimento delle aziende più deboli. Dopodiché, la redditività dei capitalisti più forti e che hanno resistito alla crisi tornerà ad aumentare e il l’intero ciclo ricomincerà.

A mio avviso, le principali economie sono in una fase di depressione dal 2008, dunque ormai da circa 17 anni. I governi capitalisti, anche quello statunitense, hanno iniziato a riconoscere che non possono più dare per scontato che “il mercato” garantisca crescita e, cosa ancora più importante, profitti sufficienti. A ciò si è aggiunta la crescente minaccia economica che la Cina rappresenta per l’egemonia statunitense. Così, sotto Trump, poi sotto Biden e ora con Trump 2.0, i governi Usa stanno sovvenzionando massicciamente il settore tecnologico. Centinaia di miliardi vengono investiti nella ricerca e nelle strutture di intelligenza artificiale per sostenere la posizione delle Magnifiche Sette, le mega-aziende tecnologiche e dei social media americani (Facebook, Amazon, Google, Nvidia, Tesla, Microsoft ecc.). Queste aziende stanno realizzando enormi profitti. Ma il resto delle prime 5000 aziende americane è in difficoltà. Infatti, si stima che il 20% delle aziende realizzi profitti che non le consentono di ripagare i debiti contratti (le cosiddette aziende zombie), mentre un altro 30% (i cosiddetti angeli caduti) si avvicina a questa cifra.

Ci sono ancora poche prove che Trump possa rendere l’America di nuovo grande (MAGA) con dazi e un aumento della spesa per la “difesa” (che ora dovrebbe raggiungere 1.000 miliardi di dollari all’anno). Il calo della redditività sarà invertito solo da una forte crisi economica o da una guerra. Questa è la prospettiva spaventosa.

L’Europa sembra puntare su keynesismo militare, mentre vengono accantonate le politiche a sostegno dell’ambiente. Pensa che possa funzionare per salvare un’Europa che pare schiacciata tra Cina, Usa e Russia?

L’Europa è rimasta indietro negli investimenti tecnologici, nella crescita della produttività e nella redditività. Il grande guru e salvatore del capitale europeo, ex dirigente di Goldman Sachs, ex governatore della Banca d’Italia, ex presidente della BCE, ex primo ministro italiano, Mario Draghi, ha recentemente pubblicato un rapporto che illustrava il relativo declino dell’Europa, schiacciata tra la Cina in ascesa e un’America sempre più protezionista e isolazionista. Qual è stata la sua ricetta per reagire a questa situazione? Ha suggerito la “deregolamentazione” dei mercati, le privatizzazioni e un fondo bancario e di capitale a livello europeo per rilanciare la tecnologia e l’industria europee. Ma i leader europei sono incapaci di attuare queste indicazioni.

I cosiddetti movimenti “populisti” in molti paesi dell’UE sono una reazione all’incapacità dei governi “centristi” di migliorare gli standard di vita, invertire le crescenti disuguaglianze. Questi partiti populisti indicano l’immigrazione e l’integrazione europea come IL problema, non il fallimento del capitalismo. Invece di respingere queste idee, i leader europei le abbracciano nella speranza di rimanere al potere. Sostengono la necessità di aumentare la spesa pubblica, non per i servizi pubblici o la tecnologia e l’industria, ma per gli armamenti improduttivi e per prepararsi a una guerra. Il “keynesianismo militare” non ha funzionato per fermare la crisi di redditività degli anni ’70 che fece cadere i governi socialdemocratici di allora e non funzionerà neppure questa volta.

Nell’ultimo mese abbiamo anche assistito ad una risalita delle quotazioni del bitcoin. Lei però, nel suo libro Capitalism in the Twenty-First Century è molto critico con le criptovalute che non sembrano essere nulla di più di un asset speculativo. In effetti, secondo alcune rilevazioni, il 70% degli scambi sono “finti”, lo stesso soggetto vende e compra per movimentare il mercato. Inoltre il 2% degli account possiede il 90% dei bitcoin in circolazione. Come si spiega questo incondizionato appoggio di Trump (e di molti ambienti di destra) a queste monete digitali?

L’ascesa del bitcoin e di altre criptovalute è un esempio estremo dell’aumento di quello che Marx una volta definì “capitale fittizio”, ovvero capitale investito non in beni produttivi e lavoro che creano nuovo valore, ma in azioni, quote e obbligazioni che non sono beni reali, ma semplicemente titoli di partecipazione al presunto profitto derivante da tali beni. Nel caso delle criptovalute, la situazione è ancora più irreale.

Sono bit digitali che presumibilmente rappresentano denaro, utilizzabile per acquistare beni o servizi, ovvero per ottenere valore. Ma i bitcoin non possono essere utilizzati per acquistare e vendere beni. Per farlo continuiamo ad usare invece dollari oppure euro. I bitcoin devono essere scambiati con dollari o euro per avere un valore per le persone. Quindi sono beni speculativi. Si acquistano bitcoin per cercare di venderli a un prezzo più alto, tutto qui. È come un’opera d’arte. Il valore d’uso di un dipinto di Van Gogh è nell’occhio di chi lo guarda. Ma il valore di scambio del dipinto è nel prezzo speculativo all’asta. Ma non viene prodotto alcun valore.

Quando i valori reali della produzione diminuiscono, a volte le persone si rivolgono a investimenti fittizi per cercare di guadagnare denaro dal denaro. Se il valore del dollaro scende rispetto ad altre valute, gli speculatori acquistano oro o ora bitcoin nella speranza di poter rivendere bitcoin in dollari con un profitto. Trump e la sua famiglia sono sempre stati coinvolti in investimenti di capitale fittizi: immobili, arte, meme e ora bitcoin. Sono commercianti, speculatori, truffatori. Questo è ciò che il capitalismo moderno, nella sua lunga depressione, è diventato sempre più: irreale, improduttivo e fraudolento.

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