QUESTA DESTRA NON VA SOTTOVALUTATA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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QUESTA DESTRA NON VA SOTTOVALUTATA da IL MANIFESTO e IL FATTO

Chi ha paura di Fabio Fazio?

RI-MEDIAMO. La rubrica settimanale a cura di Vincenzo Vita

Vincenzo Vita  17/05/2023

Sì, certamente il viaggiatore che si trovasse a passare per Savona e circondario noterebbe un mare un po’ così, i residui di una vecchia crisi industriale o la bella Fortezza del Priamar. Non penserebbe alla televisione o al cinema, almeno di primo acchito.

Eppure, in quella zona -da cui si dipana verso la Francia il meglio del Ponente ligure- sono nate e cresciute alcune delle personalità del mondo audiovisivo: da Carlo Freccero, ad Aldo Grasso, ad Antonio Ricci, a Tatti Sanguineti. Tra di loro, giovanissimo, si muoveva un timido Fabio Fazio, agli inizi imitatore di figure note e prestigiose.

Era amico del nostro compianto Aldo Garzia e, forse per amicizia con lui, frequentava pure gli ambienti de il manifesto e del Pdup. Almeno, per un certo periodo.
Poi, l’ascesa inarrestabile nello star system, attraverso indubbie doti di sagacia e versatilità. La memoria non fa molti sforzi, perché Quelli del calcio o Anima Mia stanno nella prima serie dei programmi, insieme ad altri: dopo l’esordio alla radio con Blackout; e fino – passando per la ripetuta conduzione del festival di Sanremo- all’appuntamento cult di Che tempo che fa.

Ecco, ora la Rai dei Fratelli d’Italia tronca i fili che hanno connesso al servizio pubblico, colui che ne ha costituito una solidissima colonna.
Al di là, infatti, degli ottimi risultati di ascolto (in cima alla terza rete, a braccetto con Chi l’ha visto?: l’inesauribile calco di Angelo Guglielmi), la carta di identità dell’azienda si è fatta forte di un pezzo di palinsesto di qualità e attrattivo verso gli inserzionisti.

Insomma, grazie al garbo naturale e alla solidissima organizzazione realizzata insieme alla società produttrice, sugli schermi della Rai sono passati Barack Obama, a Bono, Tarantino, Macron, Madonna (per citare dei nomi), nonché le figure eminenti della cultura e dello spettacolo italiani.
Non solo. Fazio è stato artefice di serate speciali, tra le quali rimane memorabile quella con Liliana Segre al tragico Binario 21 della stazione di Milano. Resistenza, antifascismo e memoria dei crimini neri, solidarietà verso i migranti, attenzione costante al Covid hanno rappresentato un guizzo creativo, pur nell’ambito di una spesso corriva rappresentazione dei desideri della cultura di massa.

Se le citate rubriche si possono facilmente criticare per il tono troppo leggero e, alla bisogna, evasivo rispetto ai drammi della guerra e del conflitto sociale, come mai – allora- l’arrivo della destra ha avuto come eclatante vittima sacrificale non un autore di opposizione al mainstream o programmi corrosivi come Report o Presa diretta (ma sarà vero ciò che i padroni attuali lasciano trapelare?), bensì un signore timorato di dio e moderato?

Indubbiamente, meglio sarebbe stato se Fazio e la brava Luciana Littizzetto si frapponessero alla minaccia che covava, costringendo il nuovo amministratore delegato Roberto Sergio ad esporre i propri vizi.

Tuttavia, il caso è chiaro. La destra può magari tollerare il dissenso se è confinato ad un target prevedibilmente infedele. Non ammette, invece, che un simpatico moderato capace di entrare nella dieta mediatica dell’elettorato conservatore possa avere la ribalta nella prima serata di una domenica, sacra o pagana che sia.

La colpa di Fazio e Littizzetto è di avere raggiunto l’insidiosa mediana che congiunge la cultura alta e quella pop, laddove argomenti delicati e di rottura si nascondono in un flusso di libri, canzoni e tavoli situazionisti.

Ciò che accade attorno alla Rai non è da sottovalutare e non va isolato ad una squallida questione di settore. La Rai ha sempre presagito gli eventi in Italia e, purtroppo, la conquista in atto da parte del governo di testate e canali (grazie ad una leggina del 2015 voluta da Matteo Renzi, che consegnò allegramente il potere a Palazzo Chigi) è una sequenza di un pericoloso flusso generale.

La voglia di autoritarismo, di un regime fondato sulla manomissione della Costituzione per realizzare una forma di repubblica presidenziale cucinata insieme alla cosiddetta Autonomia differenziata, richiede il controllo dell’informazione.
Che tempo che fa.

Amnesie selettive

Marco Travaglio  17 MAGGIO 2023

L’indignazione per tutto, anche a vanvera, sortisce l’effetto “Al lupo al lupo”: anziché i bersagli dello sdegno, scredita gli indignati affetti da amnesia selettiva. L’intrepido conduttore di talk show s’indigna perché la Meloni non va a confrontarsi con domande vere: ma non lo fece mai neppure Draghi, che preferiva le conferenze stampa con standing ovation modello con Kim Jong-un. I Cavalieri Gedi s’indignano perché Fazio trasloca da Rai3 al Nove con la carovana dei loro autori e ospiti fissi, ma non s’indignano con chi non gli ha rinnovato il contratto: che non è il nuovo dg Sergio, nominato lunedì; ma il predecessore Fuortes, pescato da Draghi nel laghetto del Pd. Neanche lui è stato cacciato. Aveva ancora un anno di mandato, come Zaccaria quando B. vinse nel 2001: solo che Zaccaria, alla richiesta di dimissioni anticipate, rispose picche e restò sino alla fine (l’editto bulgaro di B. è del 2002); Fuortes se n’è andato subito, spianando la strada ai nuovi padroni che ora – si spera – gliene saranno grati. Ma con lui nessuno s’indigna: è un “migliore”. I suoi pellegrinaggi a Palazzo Chigi per prendere ordini prima dai draghiani Garofoli & Funiciello e poi dai meloniani, non destavano scandalo: più comodo strillare contro Pino Insegno. O indignarsi perché il nuovo Ad lo nomina il governo, come se quelli di prima li avesse portati la cicogna: è la legge che affida al governo e non più al Parlamento l’indicazione dell’ad. E chi l’ha fatta? Il Pd di Renzi (ma anche di Franceschini, Orlando e altri fan della Schlein). Che fece ciò che neppure B. aveva osato fare: occupò tutti e tre i tg e le reti. e il “servizio pubblico” passò dalla lottizzazione alla renzizzazione.

S’indignò qualcuno? Sì, noi del Fatto, in beata solitudine. I giornaloni erano tutti renziani e non mossero un dito quando caddero a una a una le teste di Berlinguer (cacciata dal Tg3), Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro (cacciati dalla Rai) per lesa renzità. Ora vedremo se Meloni&C. riusciranno a fare altrettanto (peggio è impossibile) o resteranno nella lottizzazione. Ma la propaganda di destra sulla “Rai tutta di sinistra” è ridicola quanto quella del Pd e della stampa al seguito sulla “Rai tutta fascio-sovranista”. Il Pd, grazie a Draghi & Fuortes, controlla due terzi della Rai senz’aver mai vinto un’elezione in vita sua. Solo che i suoi protegé, la sera del 25 settembre, son diventati meloniani. Perciò i cittadini non s’indignano più. Anzi si indignano per l’informazione miserevole che ricevono in cambio del canone. Ultimo esempio: il sabato fascista apparecchiato per Zelensky. Venerdì il presidente ucraino era stato intervistato dal Washington Post con domande vere e si era infuriato con i giornalisti accusandoli di “stare con la Russia”. Credeva di essere in Ucraina. O in Italia.

Questa destra non va sottovalutata

 Michele Sanfilippo  17/05/2023

Credo che la destra che governa l’Italia non debba essere sottovalutata.

Non passa giorno senza ascoltare una “gaffe” dei vari Lollobrigida (che continua ad agitare lo spauracchio della sostituzione etnica), Nordio (e le sue manovre per umiliare la magistratura), Piantedosi (e il carico residuale rappresentato dagli immigrati), Valditara (e l’elogio dell’umiliazione) e non vado oltre perché non basterebbe lo spazio. I maggiori quotidiani giù a ridere. Non riescono a resistere alla tentazione di sfoderare una fine ironia per sottolineare l’inadeguatezza culturale e politica di chi governa.

Non sono affatto sicuro che l’ironia sia la risposta più adeguata perché tutte queste cadute di stile non sono solo un segnale di ignoranza o incapacità. Come diceva Nanni Moretti in Palombella rossa, “chi parla male, pensa male”. Spesso queste affermazioni spropositate rivelano malcelate idee razziste, intolleranti, omofobe, sessiste e prevaricatrici. Tutto ciò non si può bollare solo come ignoranza ma come un insieme di idee che fanno a pugni con la democrazia rappresentativa così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi settant’anni.Del resto, la gran parte della classe dirigente, soprattutto di Fratelli d’Italia, è composta da persone convinte che il mandato popolare, sia equivalente ad un mandato divino e, pertanto, autorizzi chi è al governo a comandare incurante di ogni opposizione.

La dimostrazione plastica di questa scarsa attenzione ai principi democratici è lo spoils system messo in atto per Inps, Inail, Istat, Dogane e Monopoli, Agenzia delle Entrate, Demanio, Cnr, Cassa Depositi e Prestiti. In questi ultimi giorni, poi, sta partendo l’assalto alla Rai che, presumibilmente, nelle intenzioni del governo, potrà garantire la copertura mediatica per minimizzare eventuali (quasi certi) guasti che i nuovi dirigenti potrebbero provocare.

Insomma, se, come diceva Totò: “è la somma che fa il totale”, il quadro a me sembra più allarmante di quanto non appaia ad un primo sguardo.

Temo, quindi, che tutta quest’ironia con cui si stigmatizzano i tanti “errori” sia uno strumento inadeguato per fronteggiare questa destra che dell’ironia altrui se n’è sempre fregata (“me ne frego”). L’ironia lasciamola fare a Crozza, che è insuperabile. La stampa e la politica di opposizione farebbero meglio ad alzare la guardia, perché l‘ha detto anche la Meloni che il prossimo obiettivo sarà quello di mettere mano alla Costituzione.La storia ci insegna che i governi reazionari che mettono mano alla Costituzione lo fanno per limitare le libertà delle opposizioni e garantirsi un potere duraturo. Come non ricordare che Hitler, che dopo essere andato al potere con poco di più del 30% dei voti, dopo l’incendio del Reichstag (quasi certamente provocato dagli stessi nazisti), soppresse la maggior parte dei diritti civili, in nome della sicurezza nazionale.

Ma, se non vogliamo tornare troppo indietro, per capire quanto sia pericolosa una modifica della Costituzione fatta da gruppi politici che non amano la democrazia, si possono guardare le più recenti esperienze di Ungheria e Turchia dove la prima misura presa è stata quella di porre la magistratura sotto il controllo, più o meno diretto, della politica. E questa, come ben sappiamo, è una deriva che tenta molta parte dei centristi italiani.

La destra che governa, in questo momento, nonostante stia facendo politiche economiche che ben poco aiutano i più deboli, ha ancora un forte consenso popolare che, in caso di referendum su eventuali riforme costituzionali, potrebbe rivelarsi decisivo.

Facciamo attenzione a non farci cogliere nuovamente impreparati.

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