QUEL COMPLOTTISMO INSCRITTO NEI GENI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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QUEL COMPLOTTISMO INSCRITTO NEI GENI da IL MANIFESTO

Quel complottismo inscritto nei geni

SCIENZA. Intervista a Massimo Polidoro, autore del saggio “La scienza dell’incredibile” (Feltrinelli). Perché la tendenza a credere alle fake news affonda le proprie radici nella preistoria dell’Homo sapiens. «Gli antenati sospettavano le tribù vicine, e ciò talvolta li ha salvati. L’istinto inverso no. Attraverso l’evoluzione tale mentalità arriva a noi»

Andrea Capocci  16/07/2023

Massimo Polidoro aveva diciotto anni quando Piero Angela gli offrì una borsa di studio per raggiungere l’illusionista James Randi negli Usa. Angela non era impazzito: molti anni prima di Facebook e Twitter, aveva capito che gli illusionisti potevano insegnare agli scienziati i trucchi per ingannare i cervelli più razionali e diffondere fake news. Non bisogna infatti essere fessi o ignoranti per convincersi che la Terra sia piatta o che il Covid non sia mai esistito. Basta essere umani: millenni di progresso scientifico e tecnologico non sono bastati a vaccinarci contro cospirazionismi e superstizioni e a volte sembrano persino alimentarli. La predilezione dell’Homo sapiens per le teorie del complotto non è una moda dell’oggi, ma un fatto biologico da prendere sul serio e con una lunghissima storia alle spalle. Polidoro, oggi 54enne saggista e autore al fianco di Alberto Angela nel nuovo programma Noos, ne è convinto. Il suo ultimo saggio, La scienza dell’incredibile (Feltrinelli), scomoda addirittura Darwin per spiegare il terrapiattismo e le altre post-verità.

Polidoro, quando abbiamo iniziato ad essere complottisti?
La mentalità del cospirazionista arriva da lontano. È uno dei comportamenti favoriti dall’evoluzione, che un tempo ci fu utile e oggi è diventato problematico. I nostri antenati sospettavano sempre che la tribù vicina stesse pianificando un attacco e questo li induceva a mettere in pratica azioni di difesa o un’aggressione preventiva. Nel 99% dei casi l’altra tribù non aveva cattive intenzioni. Ma non sospettare comportava il rischio che una volta su cento il gruppo non sarebbe stato pronto a difendersi e sarebbe stato distrutto dai rivali. E così non avrebbe potuto trasmettere alla discendenza la propria «apertura». Perciò, chi sopravviveva erano solo i «sospettosi».Però oggi il contesto è diverso.
Vero. Ma la nostra mente in 30-40 mila anni non è cambiata così tanto. I tempi dell’evoluzione sono più lunghi di quelli della civiltà. Abbiamo anche sviluppato capacità razionali che ci permettono di mettere a freno le nostre pulsioni istintive, ma è uno sforzo che richiede fatica. Il premio Nobel Daniel Kahneman ha spiegato in modo molto chiaro che nella nostra mente convivono due forme di pensiero: una più antica e impulsiva e quella più recente che valuta punti di vista diversi, soppesa le prove. La prima entra in azione istantaneamente, la seconda è più pigra e non sempre facciamo in tempo ad attivarla.

Nel libro spiega come il ricorso al pensiero magico era più radicato nelle culture caratterizzate da incertezza e precarietà, sentimenti tipici della contemporaneità. Per questo le teorie cospirazioniste hanno facile corso?
Oggi molti punti di riferimento sembrano spariti. Così tendiamo ad ascoltare chiunque prometta di darci una spiegazione o certezza, poco importa se sia una persona competente o un tizio qualunque su Facebook. Per molte persone avere una spiegazione è molto più confortante che non essere sicuri che ciò che stiamo ascoltando sia vero. L’abbiamo visto con grande evidenza durante la pandemia, quando la scienza si è trovata davanti a un fenomeno nuovo e non aveva certezze immediate. La spiegazione secondo cui c’era qualcuno che aveva pianificato tutto, per quanto paradossale, è rassicurante. Lo diceva bene Pasolini: le teorie del complotto ci fanno delirare perché ci sollevano dal peso di doverci confrontare da soli con una realtà che ci spaventa.

Ma esiste anche un complottismo «buono»? Chi vuole solo conoscere quali interessi muovano il progresso e che, ponendo dubbi e domande, si è sentito azzittito dall’esperto che ne sa di più e si rivolge altrove.
Chi dice «se non sai niente di scienza, stai zitto e ascolta», oltre a risultare arrogante fa un errore perché presenta la scienza come un oracolo. Ma evidentemente è il primo a non aver capito cosa sia la scienza. La scienza raggiunge verità sempre provvisorie. La scienza è umile.

Nel libro sostiene che contro le pseudoscienze più che il debunking, il tentativo di smentire le affermazioni false, funzioni il pre-bunking. Di cosa si tratta?
Lo psicologo australiano Stephan Lewandowski, che ha studiato a lungo la disinformazione scientifica, lo paragona a un vaccino: significa immunizzare il pubblico da possibili infodemie, avvisando e mettendo in guardia in anticipo che su certi temi qualcuno, per ragioni politiche o di altro tipo, cercherà di insinuare dei dubbi. Per esempio sul consenso degli esperti a proposito del riscaldamento globale. Spesso chi fa disinformazione assolda finti esperti, autori di ricerche senza valore, per creare l’idea che non ci sia un consenso scientifico sull’argomento.

Un esempio?
La storia del tabacco è un classico. Di fronte alla scoperta che le sigarette causavano il cancro ai polmoni risalente agli anni ’50, l’industria del tabacco iniziò a produrre studi alternativi con scienziati prezzolati che sostenevano il contrario. Per esempio, che il fumo facesse bene alle donne in gravidanza. Si trattava di spazzatura ma in tv venivano invitate entrambe le parti. In alcuni casi, come ha mostrato la storica della scienza di Harvard Naomi Oreskes, si trattava degli stessi ricercatori che oggi fanno disinformazione sul cambiamento climatico. Serviva a creare dubbi nel pubblico, che così era indotto ad aspettare dati definitivi prima di smettere di fumare. Così hanno proseguito a lungo a vendere sigarette senza divieti e intanto molte persone hanno contratto il tumore ai polmoni.

La scienza-spazzatura, come la magia, sfrutta i meccanismi cerebrali che ci fanno vedere cose che non ci sono. Consiglierebbe a un ricercatore di studiare i trucchi dei maghi per difendersi dalla cattiva scienza?
Non penso che fare giochi di prestigio sia la soluzione a tutti i mali. Ma ci abitua a pensare che è possibile alterare la percezione, l’attenzione e la memoria in un modo divertente quando si tratta di spettacolo, ma che può diventare pericoloso. Insegna che tutti possiamo essere ingannati, indipendentemente dal livello di studi e di cultura perché la mente umana è fatta così.

È in partenza per Boston per lavorare con Naomi Oreskes a un progetto di ricerca sul ruolo avuto da maghi e prestigiatori nel contrasto alla pseudoscienza. Può anticiparci qualcosa?
Siamo entrambi attratti dalla differenza tra la magia intesa come illusionismo e intrattenimento e il tentativo, soprattutto tra Ottocento e Novecento, di sostenere che quelle dimostrazioni andavano al di là di ciò che la scienza sapeva. Maghi e sensitivi attirarono la curiosità anche di tanti scienziati. La cosa interessante è stata che a rendersi conto delle truffe non sono stati gli scienziati, ma alcuni esperti di inganni, e in particolare prestigiatori veri e propri come Harry Houdini negli anni ’20 del secolo scorso e soprattutto James Randi in tempi recenti. In qualche modo, hanno rappresentato lo strumento che mancava alla scienza. Un esempio: quando fu pubblicata una ricerca sulla «memoria dell’acqua» che forniva le basi scientifiche all’omeopatia, il direttore di Nature invitò Randi a partecipare alla commissione di indagine e fu lui a spiegare come la ricerca era stata manipolata. L’esperienza nel creare inganni a fini di trattenimento permette di riconoscere i trucchi altrui, una competenza che a fisici e chimici manca.

La scienza dell’incredibile

Il 21 maggio 2016 la polizia di Houston dovette intervenire per separare i militanti del gruppo Facebook «The heart of Texas» contrari al finanziamento di un centro islamico in città dagli iscritti di un altro gruppo, gli «United Muslims of America», che sul centro islamico la pensavano diversamente. Eppure, il finanziamento non era mai esistito: era una bufala diffusa dai troll di Prigozhin per seminare zizzania negli Usa che stavano per scegliere Trump. È una delle tante storie raccolte dal divulgatore, saggista e autore televisivo Massimo Polidoro insieme a serissime ricerche nel suo ultimo saggio «La scienza dell’incredibile. Come si formano credenze e convinzioni e perché le peggiori non muoiono mai» (Feltrinelli). Diffondere bufale non è così difficile, perché il nostro cervello si è evoluto per abbracciare teorie del complotto e spiegazioni magiche. Per i nostri antenati cacciatori-raccoglitori, immaginare una potenziale minaccia dietro ogni fruscio nella foresta poteva significare salvarsi la vita. Così abbiamo sviluppato la tendenza a vedere cospirazioni ovunque e a non soffermarci troppo a esaminare prove e dati mancanti. E decine di migliaia di anni dopo dobbiamo ancora farci i conti.

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