PROVARE A SALVARE IL PIANETA da VOLERELALUNA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PROVARE A SALVARE IL PIANETA da VOLERELALUNA

Provare a salvare il pianeta

Guido Viale  01-07-2026  

C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi (per non parlare dei virus e delle epidemie in vista). Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica.

Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici. Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi…

A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”?

“Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: «La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile». Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire.

Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio. Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre.

Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito.

Il costo diseguale del caldo

Luigi Pandolfi  01-07-2026 

L’ondata di caldo che sta segnando l’inizio dell’estate ci mette di fronte a questioni che vanno ben oltre la meteorologia. L’aumento delle temperature è ormai un fatto sociale, come mostrano statistiche e studi recenti: per alcuni è solo un disagio stagionale, per altri — soprattutto per le classi popolari — è già una questione di salute, reddito e sicurezza economica.

«La forte ondata di caldo che sta attraversando l’Europa minaccia la salute delle persone, i loro mezzi di sussistenza e la capacità di lavorare», spiega Jessie Ruth Schleypen, economista climatica di Climate Analytics e co‑autrice dello studio più completo mai condotto sul rapporto tra caldo estremo, siccità e reddito delle famiglie europee, pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista scientifica internazionale Global Environmental Change. È un lavoro che non si limita a descrivere il fenomeno: lo misura, lo quantifica, lo colloca dentro una dinamica economica precisa. Ma andiamo con ordine. Gli autori hanno incrociato quasi quattro milioni di osservazioni del dataset EU‑SILC (sistema europeo che raccoglie informazioni su redditi, condizioni di vita, povertà ed esclusione sociale) con dati climatici ad alta risoluzione, distinguendo tra ondate di calore “semplici” e ondate di calore che avvengono durante mesi di siccità. Da qui, un punto cruciale: quando il caldo estremo coincide con la mancanza d’acqua, il danno economico non è la somma dei due fenomeni, ma qualcosa di più grande. Il reddito familiare si riduce in media di 0,8 punti percentuali in più rispetto a un’ondata isolata. E l’impatto è fortemente regressivo: «Il quintile più povero perde 3,6 punti percentuali di reddito in più rispetto al quintile più ricco».

Tra il 2004 e il 2022 caldo e siccità hanno già eroso quasi il tre per cento del reddito medio annuo delle famiglie europee e spinto verso la povertà altri 5,6 milioni di cittadini. E senza il rispetto del limite di 1,5°C previsto dall’Accordo di Parigi – soglia che non dovrebbe essere superata rispetto all’era preindustriale, mentre siamo già intorno a +1,2°C – il reddito familiare potrebbe crollare di oltre ventuno punti percentuali entro fine secolo. La tendenza è già visibile: Madrid ha registrato una riduzione del reddito vicina al dieci per cento negli ultimi anni per il solo effetto del caldo sulla produttività. Non è un’eccezione. Le regioni più colpite sono non a caso quelle dell’Europa meridionale e centrale, dove il lavoro manuale è più diffuso e le infrastrutture meno adattate. E i poveri vivono più spesso in aree ad alta esposizione, con meno verde, meno ventilazione, meno servizi, e hanno meno risorse per adattarsi. Il caldo, insomma, colpisce maggiormente chi ha meno e amplifica disuguaglianze già esistenti. Intanto agricoltura e zootecnia pagano un prezzo altissimo. In Francia e Spagna le colture soffrono temperature record, scarsità d’acqua e costi di produzione crescenti. Il mais è tra le colture più penalizzate: i future sono saliti del nove per cento da metà mese, segnalando instabilità e appetito speculativo. La zootecnia non sta meglio: centinaia di migliaia di animali morti in Francia, produttività in calo nel Regno Unito e in Spagna. È l’intera filiera sotto stress, dal trasporto alla distribuzione, e ogni anello che si indebolisce diventa un costo per le famiglie a basso reddito. Questi intoppi si traducono immediatamente in aumenti dei prezzi, in inflazione che erode salari, stipendi e pensioni e spinge le banche centrali verso politiche restrittive: mutui più cari, profitti più alti per gli istituti di credito. Gli economisti stimano che il cambiamento climatico potrebbe aggiungere tra lo 0,3 e l’1,2 per cento all’anno all’inflazione globale dal 2035. Una tassa climatica, ma nient’affatto progressiva. Nelle città la domanda di elettricità esplode. Martedì 23 giugno i prezzi europei dell’energia hanno toccato livelli record: in Belgio 1.038 euro a megawattora. Condizionatori accesi ovunque, rete sotto pressione, offerta insufficiente. Per le famiglie a basso reddito – che destinano la quota maggiore del bilancio ad alimenti e bollette – anche questo aumento dei prezzi è un colpo immediato e sproporzionato.

Ma la parte più paradossale della crisi climatica si gioca altrove: nei mercati finanziari. Mentre il caldo estremo riduce i redditi dei lavoratori, aumenta il costo della vita e rende più fragile chi ha meno risorse, una parte della finanza trasforma lo stesso fenomeno in un’occasione di profitto. Negli ultimi anni sono nati molti strumenti che permettono di scommettere sulla frequenza e sull’intensità degli eventi climatici estremi. Non si basano su beni fisici o titoli, ma su variabili meteorologiche: giorni sopra una certa soglia di temperatura, indici di siccità, oscillazioni di El Niño e La Niña, deviazioni dalle medie stagionali. Hanno nomi precisi: heat futures, temperature swapsENSO optionsprecipitation derivatives. Funzionano come i derivati tradizionali, ma invece di basarsi su tassi d’interesse o materie prime, si basano sul clima. Un heat future può essere costruito su una soglia di trenta giorni sopra i trentacinque gradi in una regione europea: se la stagione supera la soglia, il contratto paga; se resta sotto, no. Un temperature swap permette a due parti di scambiarsi flussi di pagamento legati alla deviazione della temperatura rispetto alla media stagionale: se l’estate è più calda del previsto, chi ha “comprato” il caldo incassa; se è più fresca, paga. Le ENSO options pagano infine se l’indice di El Niño supera un certo livello: più forte è l’evento, più alto il rendimento. E poi ci sono i derivati sulla siccità, basati su indici come lo SPEI (indicatore per misurare la siccità): tre mesi consecutivi sotto -1.5 possono attivare un pagamento automatico.

Chi compra questi strumenti può essere un agricoltore che vuole coprirsi dal rischio, una utility energetica che teme picchi di domanda, oppure – ed è la componente in più rapida crescita – un fondo speculativo che punta solo a guadagnare dalla probabilità crescente di un’estate estrema. Il caso emblematico è quello di Moreton Capital Partners. Les Finemore, responsabile degli investimenti di questo hedge fund, ha annunciato uno strumento dedicato al trading sui rischi climatici: «Ci siamo concentrati sulla situazione bellica in Iran. Il prossimo evento sarà El Niño». Tradotto: il fondo punta a guadagnare dall’aumento della probabilità di un evento climatico estremo. Il mondo al contrario. Mentre un bracciante perde giornate di lavoro, un operaio edile deve fermarsi nelle ore più calde, un allevatore vede morire gli animali, un fondo speculativo può incassare milioni perché la temperatura ha superato una soglia. La stessa variabile – la temperatura – è un costo per i poveri e un’opportunità per chi opera nei mercati finanziari. Una forma abominevole di estrazione: si monetizza la vulnerabilità altrui.

Molti economisti, nondimeno, avvertono che la finanza climatica potrebbe diventare un nuovo terreno di instabilità: se gli eventi estremi aumentano, i pagamenti dei derivati climatici possono diventare enormi; se i modelli sbagliano, i fondi possono collassare; se la speculazione cresce, i prezzi agricoli ed energetici possono diventare ancora più volatili. In questo caso, anche il clima diventa – come le guerre – un terreno su cui una ristretta oligarchia del denaro costruisce le proprie fortune. Morale: la temperatura sale per tutti, ma il costo del caldo continua a essere distribuito in modo profondamente diseguale.

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