PREMIERATO RIFORMA HORROR: POCHE IDEE MA BEN CONFUSE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PREMIERATO RIFORMA HORROR: POCHE IDEE MA BEN CONFUSE da IL FATTO

Premierato, riforma horror: due premier eletti e uno resuscitato

TUTTI I BUCHI DELLA LEGGE – Il testo è scritto male: potrebbero esserci più presidenti e anche chi muore può fare il bis

 LORENZO GIARELLI   4 APRILE 2024

Il paradosso di fondo è uno: voler impiantare il premierato – o qualcosa che gli somiglia – dentro una Repubblica parlamentare. Roba da filosofia politica in mano ai contrapposti interessi dei partiti di maggioranza e alle aspirazioni personali della ministra delle Riforme, Maria Elisabetta Alberti Casellati, madre costituente per conto di Giorgia Meloni. Avventurarsi nella lettura del testo della riforma sul premierato – per il momento è arrivato il primo sì in commissione al Senato, dove sono stati approvati alcuni importanti emendamenti del governo – significa fare slalom tra contraddizioni e inciampi giuridici e politici. Qualche esempio? Due premier eletti contemporaneamente; un partito col 25 per cento che ottiene la maggioranza assoluta; perfino un presidente del Consiglio deceduto e resuscitato.

A guidarci nella lettura critica del testo è Francesco Pallante, professore di Diritto costituzionale all’Università di Torino in libreria con Spezzare l’Italia (Einaudi), il cui giudizio è lapidario: “Oltre ad aver pensato una legge pessima, non l’hanno saputa neanche scrivere bene”.

Il primo tema irrisolto è quello, appunto, del cortocircuito istituzionale: “Nelle Repubbliche parlamentari si vota il Parlamento, dal quale trae origine il governo. Il meccanismo ipotizzato dalla destra è invece eleggere il governo e cucirgli intorno il Parlamento, imponendo che l’esecutivo debba poter contare per forza su una maggioranza stabile”.

In commissione, la maggioranza ha appena approvato un emendamento che non esplicita più al 55 per cento il premio di maggioranza per la lista o la coalizione che prende più voti, rimandando i dettagli alla legge elettorale. Resta però nella riforma il principio per cui la legge assegnerà “un premio su base nazionale che garantisca una maggioranza di seggi in ciascuna delle Camere”. Aver tolto il riferimento al 55 per cento è allora un gioco delle tre carte: “La legge elettorale dovrà comunque fissare un premio, che magari sarà al 53 oppure al 60 per cento”, spiega Pallante.

C’è poi un problema molto concreto: quante schede ci saranno date per votare? “Noi avremo due Camere ma tre elezioni, perché dovremo eleggere anche il presidente del Consiglio. Bene: con tre schede sarà un pasticcio, perché si potrebbe avere un premier e poi due maggioranze diverse alla Camera e al Senato”. E con una scheda unica? “Formalizzeremmo il fatto che conta solo il voto per il presidente del Consiglio. Già non è sano il sistema di oggi, in cui uninominale e proporzionale sono collegati, figurarsi se si ‘lega’ la scelta del premier a quella dei partiti in due Camere”. Perché allora non fare due schede? “E se uscissero due maggioranze diverse? Alla Camera Meloni premier, al Senato Conte o Schlein”. Morale: “Uscirne sarà difficilissimo”.

Altro tema: con un’affluenza al 70 per cento, finirà che una coalizione col 30 (quindi votata da un italiano su 4) potrebbe avere una maggioranza enorme. Il voto a questa coalizione peserebbe quindi molto di più di quello espresso da chi vota la seconda lista o coalizione, con un ruolo ancor più decisivo del voto all’estero. L’idea di Pallante è che ci sarà un revival: “La destra farà qualcosa di simile all’Italicum di Matteo Renzi. Probabilmente ci sarà una soglia sotto la quale servirà il ballottaggio, ma cambia poco. Il consenso dato ai partiti è quello al primo turno”. Con la riforma made in Casellati avremmo avuto paradossi niente male: “Nel 2013 – ricorda il costituzionalista – il M5S fu primo partito col 25 per cento, ma il centrosinistra come coalizione arrivava al 29, superando di poco il centrodestra. Allora c’era il Porcellum, che dava un ampio premio alla Camera. Con le nuove regole, pur stando sotto al 30 per cento qualcuno avrebbe avuto una maggioranza larga in entrambe le Camere”.

E ancora: e se, forte dei sondaggi, FdI o chi per lei decidesse di mollare gli alleati, provando a strappare il premio di maggioranza da sola, magari in un contesto di divisioni nel campo avversario? Scenari fantasiosi, ma concessi dalle curve di una legge bizzarra.

E a poco serve che la destra si nasconda dietro al ritornello per cui “i poteri del presidente del Consiglio non vengono toccati”. Il perché è intuitivo: “È vero che l’articolo 87 della Costituzione, che contiene molti dei poteri del Capo dello Stato, rimane al suo posto. Ma oggi il presidente della Repubblica può incidere, in maniera molto elastica, nelle fasi più delicate, nei momenti di crisi. Se si toglie questa possibilità, stabilendo a priori cosa succede, allora i suoi poteri sono limitati”.

Pallante si riferisce all’ingarbugliato articolo della riforma che regola lo scioglimento delle Camere. Il testo della destra stabilisce che “in caso di revoca della fiducia al presidente del Consiglio eletto, con mozione motivata, il presidente della Repubblica scioglie le Camere”. Ma cos’è una mozione motivata? Secondo Pallante, il caso in cui il governo va sotto e non ottiene la fiducia su un provvedimento non rientra in questo comma. Non si tratta di una “mozione motivata”. E allora? L’orientamento di Casellati sembra considerare la mancata fiducia come un caso di “dimissioni volontarie”, le quali attivano un altro comma secondo cui il presidente eletto può “proporre” lo scioglimento delle Camere. “Ma se il governo va sotto su una fiducia, le dimissioni sono obbligatorie, mica volontarie”, fa notare Pallante. Dunque la cosa più probabile, in punta di diritto, è che in quel caso “il presidente della Repubblica conservi gli stessi poteri che ha oggi”. Un rompicapo reso macabro dall’ultima casistica citata dalla riforma Casellati. Con le dimissioni volontarie e “nei casi di morte, impedimento permanente, decadenza, il presidente della Repubblica può conferire, per una sola volta nel corso della legislatura, l’incarico di formare il governo al presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare eletto in collegamento col presidente del Consiglio”. Sintassi funebre: “L’unzione popolare – scherza Pallante – fa resuscitare persino il premier morto”.

Casellati-Prassede: poche idee, storte e molto pericolose

silvia truzzi   4 APRILE 2024Chiediamo scusa in anticipo ai lettori per il fatto che ciclicamente li sottoponiamo alla lettura delle “res gestae Casellati”: ma compito nostro è tener traccia delle malefatte. Tutte le volte che leggiamo dichiarazioni della ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati ci viene in mente la meravigliosa presentazione che Manzoni fa di Donna Prassede: una signora che “con l’idee si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non erano quelle che le fossero men care”. Si sa che le idee della ministra oltre a essere storte sono parecchio confuse e altrettanto pericolose: prima voleva, seguendo i desiderata della presidentissima Meloni, l’elezione diretta del Capo dello Stato, poi entrambe sono disinvoltamente passate all’elezione diretta del presidente del Consiglio. Insomma, come disse lei stessa l’estate scorsa, “l’elezione diretta di qualcuno”. Questa dichiarazione non ci stanchiamo di ricordarla perché spiega benissimo in che mani siamo e che idea abbiano costoro delle istituzioni e del loro funzionamento. Intanto la madre di tutte le riforme – nel frattempo in maggioranza si sono più o meno accordati per l’elezione diretta del premier – è ai suoi primi vagiti: martedì la Commissione Affari costituzionali in Senato ha dato un primo via libera alla modifica dell’articolo 92 della Costituzione, con l’inserimento del principio dell’elezione diretta del capo del governo, del limite dei mandati, del premio di maggioranza, della facoltà di nomina e di revoca dei ministri da parte del presidente del Consiglio e la trasformazione in notaio del presidente della Repubblica.

Ci informano le cronache che il governo intende procedere speditamente con la riforma (bandierina della campagna elettorale per le Europee) e rimandare a un momento successivo l’approvazione della legge elettorale che servirà a portare a termine questo scempio costituzionale. Ci conforta il fatto che sia la stessa strada intrapresa dai precedenti ricostituenti Boschi-Renzi, con l’Italicum e la riforma del bicameralismo (che mai videro la luce). Va detto che sarebbe quantomeno igienico che ci spiegassero come intendono garantire la maggioranza al premier, per evitare la bizzarra ipotesi di un capo dell’esecutivo eletto dal popolo e unto dal Signore, ma di minoranza. Spiega la ministra che non si è mai visto che si discuta della legge elettorale prima di avere uno scheletro della riforma costituzionale: “Lo faremo dopo l’approvazione in prima lettura, diversamente avremmo creato dei paletti insormontabili”. Tradotto: non riescono a mettersi d’accordo tra di loro. Ma non si esclude nulla, anche il doppio turno: “Comporre una legge elettorale non è semplicissimo, la sto studiando e vedremo quale potrà essere il vestito migliore per questo premierato”. Qui siamo di nuovo confortati (dal fatto che la stia studiando lei personalmente) e insieme assai preoccupati per le possibili porcherie che ci infileranno. La futura legge disciplinerà il sistema per l’elezione delle Camere e del presidente del Consiglio, ma la riforma prevede comunque un premio su base nazionale (non più con la soglia fissata al 55% come previsto inizialmente) che garantisca una maggioranza dei seggi in ciascuna delle Camere alle liste e ai candidati collegati al presidente del Consiglio, nel “rispetto del principio di rappresentatività”. Verrà comunque costituzionalizzato il premio di maggioranza, che dovrà ragionevolmente scattare attorno al 40 per cento, forzando e distorcendo la volontà popolare. Con tanti saluti al principio di rappresentanza e alle pezze che potrà metterci la Consulta.

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