POVERI, MA BELLICI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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POVERI, MA BELLICI da IL MANIFESTO

Ue, Meloni bocciata: prima per debito, ultima per crescita

Roberto Ciccarelli  22/05/2026

Poveri, ma bellici La Commissione Ue: Italia ultima in Europa per crescita e prima per debito pubblico. Costretta all’austerità che congela gli investimenti e la spesa sociale. La prossima settimana la risposta di Bruxelles alla deroga sul patto di stabilità. Oggi il Consiglio dei ministri proroga il taglio delle accise fino all’inizio di giugno. Meloni in equilibrio impossibile tra l’aumento della spesa militare e i costi del caro-energia

Lo psicodramma sulla deroga al patto di stabilità per coprire il rincaro dei costi dell’energia e non perdere l’opportunità di staccare un assegno extra da 14,9 miliardi di euro alle lobby militari non risolverà i problemi strutturali dell’economia italiana e produrrà effetti irrilevanti su chi va alla pompa di benzina con il salario taglieggiato dal caro carburanti. Il nuovo decreto che sarà varato oggi dal Consiglio dei ministri dovrebbe confermare lo sconto sul gasolio di 24 centesimi al litro (e di 6,1 centesimi sulla benzina) sia per il miliardario che per il nullatenente. In compenso la deroga farà un omaggio alle imprese favorevoli all’operazione: coprire i danni prodotti dalla guerra di Trump e del complice Netanyahu contro l’Iran con i soldi pubblici. Nel frattempo l’inflazione potrebbe crescere quest’anno al 3,2% e dell’1,8% l’anno prossimo. Sempre che il caos nello stretto di Hormuz non trovi prima una soluzione. In ogni caso i danni li pagheranno famiglie e imprese costrette a ridurre di più consumi e investimenti. Questo è lo scenario emerso dalle previsioni economiche presentate ieri dalla Commissione Europea a Bruxelles.

GIORGIA MELONI si presenterà alle elezioni politiche dell’anno prossimo con un paese ultimo in Europa per crescita (0,5%) e primo per debito pubblico (in aumento dal 138,5 al 139,2%). Il deficit al 3,1% sul Pil ha impedito per ora di rientrare dalla procedura europea di infrazione, ma potrebbe calare al 2,9% l’anno prossimo. È possibile una revisione in autunno in vista della legge di bilancio. La Commissione ha aggiunto un altro elemento: il deficit resterebbe al 2,9% anche l’anno prossimo. Sempre che la situazione non peggiori. In base al patto di stabilità firmato dal governo Meloni nel 2023, l’Italia dovrà continuare comunque ad accumulare avanzi primari di bilancio e a bloccare la spesa sociale. Insomma a spremere come un limone un paese esausto. La crescita resterà quasi ferma: allo 0,6% nel 2027. E non potrà più contare sulla respirazione artificiale del Pnrr che finisce il mese prossimo. Resterà il traino dell’export: 727 miliardi di dollari nel 2025, al quinto posto nel mondo con un incremento del 4,2 per cento in un anno. «Dati positivi, quasi sorprendenti, se si guarda al contesto» si è consolato ieri il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti. Dovrebbe però essere noto che un’economia export-led come quella italiana ammazza la domanda interna, impoverisce i salari ed è un fuscello davanti alle politiche protezionistiche.

LA PROSSIMA SETTIMANA la Commissione Europea risponderà alla lettera in cui Meloni ha chiesto la deroga sull’energia. «Bruxelles deve avere velocità di reazione» ha detto la presidente del Consiglio. «La nostra proposta è razionale e non mette a rischio la sostenibilità a lungo termine della finanza pubblica» ha aggiunto Giorgetti. S’intende che il governo continuerà ad applicare l’austerità per abbassare un debito pubblico che invece continua a salire. I soldi extra potrebbero essere stornati dai fondi per la coesione, o dal Pnrr, che il governo Meloni non riesce a spendere. Lo ha ipotizzato l’uomo a Bruxelles di Meloni: Raffaele Fitto, uno dei vice della presidente Ue von der Leyen. Lo stesso Giorgetti ha parlato di altre strade da praticare oltre alla deroga. L’operazione non sarebbe in teoria possibile, ma se andasse in buca, in questa o in altre forme, il governo la festeggerebbe come un successo. Tutto si gioca sulla discrezionalità. Meloni tira la corda e auspica un equilibrio difficile con una politica economica fragilissima com’è quella del suo governo. «Bisogna trovare un equilibrio tra i soldi alla difesa e le necessità dei cittadini».

A BRUXELLES è emerso un altro dato: l’Italia è un caso estremo di dipendenza dalle energie fossili e il governo intende rafforzarla. Si va così contro un’indicazione strutturale della Commissione Ue che chiede di accelerare gli investimenti sulle energie rinnovabili e il Green Deal, quello che Meloni vede come il fumo negli occhi. «Dato che ci troviamo di fronte a uno choc dell’offerta, fornire ampi stimoli per sostenere la domanda di combustibili fossili non farebbe altro che contribuire a mantenere alti i prezzi dell’energia sui mercati internazionali. I governi potrebbero spendere somme di denaro ingenti con scarsi benefici», ha detto il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis. È proprio quello che invece intende fare il governo.

Patto di stabilità: breve storia di una macchina infernale

Roberto Ciccarelli  22/05/2026

Firmato dal governo Meloni nel 2023, in vigore nel 2024. In una mozione sul caro-energia il centro-sinistra (Pd, M5S, Avs e Iv) ha chiesto la “revisione” di un patto che aumenta i problemi di un paese fragilissimo come l’Italia e aggrava le diseguaglianze nella società e tra paesi europei. Ma la strada è tutta in salita

La richiesta di una «revisione del patto di stabilità» è stata scritta ieri nella mozione sul caro-energia presentata al Senato dal centrosinistra: Partito democratico, Cinque Stelle, Alleanza Verdi Sinistra e Italia Viva. Questo potrebbe anche essere un segno di discontinuità rispetto alla storia recente che ha visto un esponente di peso del Pd, l’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni, negoziare e poi condividere il «patto» che il centro-sinistra intende ora cambiare.

Gentiloni ha raccontato che il patto è stato l’esito di una dura negoziazione sia con Valdis Dombrovskis, allora vicepresidente della Commissione Ue e oggi commissario all’Economia, sia con la Germania e i suoi satelliti. La difficile mediazione avvenne tra la fine del Covid nel 2021 (quando il vecchio patto di stabilità fu sospeso) e il 2023 (quando il nuovo patto è stato varato. Allora Berlino non intendeva accettare modifiche strutturali alla precedente impostazione, tra l’altro abbozzate da Gentiloni, e giocò sporco con gli altri governi. Se non fosse passata la «sua» impostazione sarebbe tornato in vigore il patto precedente. Le condizioni erano ugualmente un capestro, ma almeno lasciavano la possibilità di una «deviazione» di un anno alla volta rispetto a un percorso che resta rigido: i parametri del 3% per il rapporto deficit/Pil e del 60% per il rapporto debito/Pil.

La «deviazione» è in sostanza la «clausola» fissata dall’articolo 26 del regolamento che attua il patto. È stata prima prevista per le armi. Ora il governo Meloni la vuole usare anche per buttare dalla finestra una manciata di miliardi e tagliare le accise sui carburanti per qualche settimana. Per ritrovarsi in guai peggiori dopo. Alla base della tenzone tra Roma e Bruxelles non c’è nulla di «oggettivo». Solo i rapporti di forza tra governi contano. E rendono ardua ogni proposta di «revisione». Nel 2023 Meloni e Giorgetti hanno messo un paese iperindebitato e fragilissimo come l’Italia in questa trappola. Ora ne pagano le conseguenze.

La richiesta di una «revisione» di questo meccanismo infernale da parte del centro-sinistra indica una strada in salita, tutt’altro che scontata. Ma almeno si potrebbe iniziare a cambiare prospettiva rispetto alla sinistra neoliberale: l’Europa non è il supplemento d’anima di una politica economica che non agisce in prospettiva, ma reagisce a disastro avvenuto; accelera la crisi e taglia la spesa sociale nel momento peggiore. E il futuro lo vede in guerra.

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