POTERE: VIOLENZA, IPOCRISIA, REVISIONISMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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POTERE: VIOLENZA, IPOCRISIA, REVISIONISMO da IL MANIFESTO

La giornata per Nikolajewska, revisionismo e memoria

MEMORIA E REVISIONISMO. Così, la memoria delle Shoah è disinnescata, incastrata fra due celebrazioni che la contraddicono o la sminuiscono: la campagna di Russia e le foibe

Alessandro Portelli  09/04/2022

Avevo cercato Bruno Eluisi per il mio libro L’ordine è già stato eseguito, perché mi raccontasse di suo fratello Aldo, militante antifascista ucciso alle Fosse Ardeatine. Ma Bruno Eluisi aveva anche memorie sue, di quando a 23 anni lo avevano mandato a fare la guerra in Russia. «Io so’ partito per la Russia l’11 luglio del ’41 – raccontava – la prima nevicata l’ha fatta a ottobre del ’41; e non ci avevamo niente. Poi so’ arrivati gl’indumenti invernali; con una compagnia fucilieri che eravamo 153-154 persone, so’ arrivati sei cappotti con pelliccia. Naturalmente i cappotti chi se l’ha presi? Gli ufficiali. E che, li lasciavano ai soldati? Poi la compagnia fucilieri ciànno dato 153 preservativi. I muli so’ morti tutti pe’ strada perché al freddo non hanno resistito».

Non so se i senatori più o meno di sinistra che hanno votato, con la destra, senza neanche starci a pensare l’istituzione di una «Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini» per “conservare la memoria dell’eroismo” degli alpini nella battaglia di Nikolajewka durante la campagna di Russia« sapevano quello che facevano.

Due parole spiccano in questo inusitato atto di revisionismo storico: «sacrificio» ed «eroismo». Mi paiono giuste tutte e due.
È giusto parlare di sacrificio, sia per ricordarsi le persone sacrificate, sia per ricordarsi chi li ha traditi e sacrificati. I soldati italiani caduti nell’invasione nazifascista dell’Unione Sovietica non erano lì perché ci volevano stare, ma perché ce li avevano mandati, come bestie al macello. Ricordarci delle vittime senza una sillaba sulla catena di comando, dalle gerarchie militari al Duce, che li ha spediti a morire congelati o a farsi ammazzare al fianco dell’esercito più genocida della storia (che li trattava col disprezzo riservato a una razza inferiore), non significa fare memoria degli eroi ma cancellare la memoria dei criminali che li hanno fatti morire.

Anche Vera Simoni l’avevo cercata perché mi parlasse di suo padre, il generale Simone Simoni, finito alle Fosse Ardeatine perché non approvava quella guerra. Ma anche lei aveva visto quella guerra lontana, nell’impatto sul suo stesso spazio quotidiano.
«Io ero all’università al principio della guerra; mio fratello era al fronte, perché nonostante papà non credesse nella guerra però era il dovere e va bene. Allora a un certo momento ho visto a un padiglione dell’università che era stato adibito a ospedale di guerra, io ho visto affacciati dei giovani bellissimi, sanissimi, perché li potevo vedere che erano in pigiama e li vedevo da giù.
E questi mi hanno chiamato perché gli impostassi una lettera. Dico sì, ma senz’altro; però avevo risentimento, perché dicevo, mio fratello sta al fronte e sta combattendo, ma voi cosa fate qui? Non ho detto una parola, però lo pensavo. A un certo momento si sono messi a sedere sul davanzale per tirarmi queste buste, queste lettere da impostare: erano tutti senza piedi, perché erano stati mandati al fronte russo con le scarpe da ginnastica, perché l’Italia non aveva il cuoio; quindi loro non avevano neanche visto il nemico: i piedi congelati. Ora queste cose bisogna che si sappiano; per questo mio padre combatteva, combatteva contro questa situazione, perché lo sapeva». Questo dunque è il «sacrificio». Ma anche eroismo è una parola giusta. In tutta la sciagurata invasione della Russia, l’eroismo è consistito soprattutto nel cercare di restare vivi, e meritano rispetto, ammirazione e compassione sia quelli che ci hanno perso la vita, sia quelli che sono tornati con addosso ferite incancellabili. Nella battaglia di Nikolajewka, scrive Rigoni Stern (che, a differenza dei senatori votanti sui loro scranni, quel giorno c’era «il tenente Moscioni si ebbe bucata una spalla e poi in Italia la ferita non poteva chiudersi. Ora è guarito della ferita ma non delle altre cose. Oh, no, non si può guarire». Ma ricordiamoci anche dell’eroismo di quelli che sono tornati per fare i partigiani, come Nuto Revelli, partito giovane ufficiale fascista e tornato combattente per la libertà: la lezione che lui ha imparato da quella vicenda non è la stessa che ci vorrebbero impartire oggi i nostri sventurati senatori.

E infatti c’è un elemento di sfacciataggine nella data scelta per questo ennesimo artificiale giorno di falsa memoria: il 26 gennaio, la vigilia del Giorno della Memoria che ricorda la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – ad opera, fra l’altro, di quegli stessi soldati contro cui i nostri alpini erano costretti a combattere a Nikolajewka. Così, la memoria delle Shoah è disinnescata, incastrata fra due celebrazioni che la contraddicono o la sminuiscono – la campagna di Russia e le foibe. Forse dovremmo smetterla di aggiungere giorni della «memoria» che servono a «ricordare» solo per dimenticare. Ricordare Nikolajewka per dimenticare da che parte stavamo; ricordare le foibe per dimenticare i massacri e gli stermini fatti dagli italiani in Jugoslavia. La memoria non serve per farci sentire in pace con noi stessi e per chiudere le ferite. La memoria serve per disturbarci, e per tenerle aperte.

Raccontava Bruno Eluisi: «Quindi durante le avanzate, magari tu stavi un giorno con la pancia a terra sul ghiaccio, quando poi occupavi questa piccola stazioncina ti trovavi soltanto vecchi e ragazzini e le donne – e magari sotto il letto c’erano i mitragliatori, capito? Allora – non è che le cose l’hanno fatte soltanto i tedeschi ma noi pure l’abbiamo fatto, purtroppo. Arrivavi là, trovavi il vecchietto e due donne – acchiappavi il vecchietto e l’ammazzavi. Ma d’altronde è così: arrivi dopo una giornata con la pancia nella neve, arrivi lì, ammazzi e via».
Oh, no, di queste ferite non si può guarire.

L’anima nera della Repubblica

LA STRAGE DI BOLOGNA. La sentenza di condanna per la strage del 2 agosto 1980 emessa dalla Corte d’Assise di Bologna contro l’ex neofascista Paolo Bellini; il capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel e l’ex amministratore di condominio Domenico Catracchia, non chiude una vicenda ma apre un passaggio che rende visibile uno spaccato centrale della storia della Repubblica

Davide Conti  09/04/2022

Una delle principali differenze tra il lavoro della magistratura e quello della storia sta nella visuale che esse adottano. La prima parte da lontano per stringere il campo visivo fino al verdetto sul fatto. La seconda, al contrario, muove dal fatto e progressivamente allarga lo sguardo per restituire il contesto in cui esso si colloca. Tuttavia la sentenza di condanna per la strage del 2 agosto 1980 emessa dalla Corte d’Assise di Bologna contro l’ex neofascista Paolo Bellini; il capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel e l’ex amministratore di condominio Domenico Catracchia, non chiude una vicenda ma apre un passaggio che rende visibile uno spaccato centrale della storia della Repubblica.

La condanna di Bellini ci fa volgere lo sguardo sulla traiettoria biografica di un personaggio che, già assassino del militante di Lotta Continua Alceste Campanile, ha attraversato indenne la militanza eversiva in Avanguardia Nazionale; la latitanza in Brasile ed il rientro in Italia sotto falsa identità; l’affiliazione alla ‘ndrangheta ed il reclutamento nel ROS dei carabinieri guidato dal colonnello Mario Mori che lo infiltrò nella mafia negli anni delle stragi ’92-‘93.

La condanna di Catracchia riporta gli occhi sul condominio di via Gradoli a Roma, da lui amministrato per conto di società immobiliari afferenti al SISDE. In quel luogo stabilirono il proprio covo i neofascisti dei NAR nel 1981 dopo che la strada era divenuta nota nel 1978 per aver ospitato la base di due dirigenti di vertice delle Brigate Rosse (Mario Moretti e Barbara Balzerani che lo avevano affittato nel 1975) durante il sequestro di Aldo Moro e la sua detenzione a via Montalcini.

La condanna di Segatel racconta dell’eterna contrazione che la democrazia italiana sembra condannata a subire ogni volta che ci si inoltri nel ventre profondo degli apparati di forza dello Stato, rappresentati da alcuni «convitati di pietra» del processo come il capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato (deceduto) oppure dai vertici del SISMI come l’ultracentenario generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte (deceduto) già condannati, con Francesco Pazienza e Licio Gelli, per il depistaggio compiuto nel 1981.

La strada percorsa fino alla sentenza racconta di più: conferma le responsabilità dei neofascisti Mambro, Fioravanti e Ciavardini (condannati in via definitiva); liquida la narrazione di un presunto «spontaneismo» dei NAR inserendoli all’interno del quadro operativo della P2 di Gelli; stringe solidi nessi con la condanna di primo grado del 2019 di Gilberto Cavallini (ex Ordine Nuovo) rilevando il variegato arcipelago di relazioni politico-istituzionali che ne permise azione, protezione e impunità.

Emerge, soprattutto, il quadro storico-politico entro cui si colloca quella che era stata rappresentata (attraverso le lenti distorte dei depistaggi e delle false «piste internazionali») come la più indefinita delle stragi sul piano del movente. Il massacro terroristico di Bologna rappresenta l’esito di un carsico processo eversivo che trova il suo spazio di maggiore agibilità nell’arco temporale che va dalla morte di Aldo Moro del 1978, con la conseguente crisi politico-sistemica che ne conseguì, allo scoppio dello scandalo P2 del 1981 che concluse la fase ascendente della loggia massonica di Gelli. Il proponimento di un tale articolato movimento reazionario fu quello (una volta archiviata la prospettiva della «solidarietà nazionale» di stampo moroteo e del «compromesso storico» di Berlinguer) di portare a soluzione tanto la «questione comunista» quanto la «questione costituzionale» attraverso un’involuzione di carattere regressivo non più immaginata con un colpo di Stato militare sul modello greco ma, secondo i dettami del Piano di rinascita democratica gelliano, con lo svuotamento ed il sovvertimento «dall’interno» del sistema politico nato dal patto costituzionale antifascista del 1948.

Infine la strage racconta di soldi. Indicati in quel «documento Bologna», sequestrato a Gelli dopo il suo arresto a Ginevra del 1983, rimasto sepolto tra le carte del processo relativo a quell’autentica convulsione dell’Italia repubblicana che è stato il fallimento del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Milioni di dollari utilizzati dai vertici della P2 per pagare l’esecuzione neofascista della strage ed il successivo depistaggio operato da uomini (iscritti alla loggia) come D’Amato e il senatore del Msi, Mario Tedeschi. Figure che, per l’ampiezza delle loro relazioni, richiamano direttamente le responsabilità politiche dei vertici dei partiti di governo dell’epoca.
È la consapevolezza dell’esistenza di questa «anima nera» della Repubblica che ci viene restituita, dopo anni di indagini, dal responso di Bologna. Sollecitandoci a non considerare chiusi i conti con la stagione del terrorismo stragista nato dal «cuore di tenebra» dello Stato.

* Storico. È stato consulente della Procura Generale di Bologna per l’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980

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