PACCO DONO AVVELENATO USA A KIEV: BOMBE E MUNIZIONI ALL’URANIO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PACCO DONO AVVELENATO USA A KIEV: BOMBE E MUNIZIONI ALL’URANIO da IL FATTO

Il pacco dono di Biden a Kiev: bombe e munizioni all’uranio

DOMENICO GALLO  9 SETTEMBRE 2023

Da molto tempo filtrano dagli Stati Uniti dubbi e voci di dissenso di diplomatici, militari e accademici sulla politica di prolungamento della guerra in Ucraina portata avanti intransigentemente dall’Amministrazione Biden (si veda l’appello di 15 personalità autorevoli pubblicato dal New York Times il 16 maggio). Perplessità accresciute dallo stallo della controffensiva ucraina che conferma le previsioni “tecniche” del capo di Stato maggiore Usa, il generale Mark Milley, il quale già a novembre dello scorso anno aveva suggerito l’apertura di negoziati, visto che: “La vittoria ucraina” non era “ottenibile”. Questa situazione ha fatto balenare come un fantasma l’ipotesi che gli Usa meditassero una via di uscita dal teatro ucraino, addossando a Zelensky la colpa del fallimento.

Come ha osservato Barbara Spinelli (Il Fatto Quotidiano, 23 agosto) sono significativi due articoli pubblicati rispettivamente dal Washington Post il 17 agosto e dal New York Times il 18 agosto. I due giornali, citando funzionari del governo Usa, attribuiscono il mancato successo della controffensiva al fatto che gli ucraini non hanno seguito le istruzioni dei militari statunitensi, volendo limitare le perdite sul campo di battaglia e dimostrandosi così un Paese “casualty adverse”. Evidentemente le perdite subite dagli ucraini in tre mesi di controffensiva, indicate dai russi in 66.000 uomini (nel contesto di un conflitto che ha provocato sinora 500.000 fra morti e feriti), sono state ritenute dal Pentagono un contributo di sangue insufficiente per rovesciare le sorti del conflitto.

Se si potevano nutrire perplessità sulle reali intenzioni dell’Amministrazione Biden, a dissiparle è intervenuto il viaggio a Kiev, il 6-7 settembre, del Segretario di Stato Antony Blinken. Blinken ha portato a Kiev una valigia carica di doni. Un miliardo di dollari per la controffensiva di Kiev. Gli aiuti statunitensi – ha detto Blinken – consentiranno alla controffensiva ucraina di “acquisire slancio”. Il pacco dono comprende tanto aiuti militari diretti, compresa la fornitura delle munizioni a uranio impoverito, quanto finanziamenti per consentire agli ucraini di acquistare ulteriori armi ed equipaggiamenti da Stati terzi. Naturalmente non mancano gli aiuti civili per consentire all’amministrazione statale ucraina di restare in vita e di acquistare dispositivi sanitari e beni di prima necessità. Come potranno gli ucraini ricambiare tanta generosità? Evidentemente rinunciando a quegli scrupoli che avevano fatto apparire l’Ucraina agli occhi del Pentagono come un Paese casualty adverse. La controffensiva non solo non si deve arrestare, ma deve “acquisire slancio”. Per acquistare slancio, deve cessare ogni riluttanza a subire perdite, anche massicce. In pratica, accettando il dono di Blinken, Zelensky si è impegnato a costruire tanti nuovi cimiteri di guerra e a sacrificare la “meglio gioventù” sull’altare della politica antirussa di Biden. In altre parole, la valigia che Blinken ha portato in dono a Zelensky è un carico di morte. C’è anche l’assicurazione che la morte continuerà la sua opera silenziosamente e per molti decenni dopo che saranno cessati i combattimenti, grazie al regalo delle cluster bombs e delle munizioni a uranio impoverito, destinate a “saturare” il campo di battaglia.

Nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario del golpe in Cile, molti hanno ricordato la responsabilità di Kissinger negli avvenimenti che hanno portato alla morte di Allende e all’assassinio di migliaia dei suoi sostenitori. Kissinger all’epoca veniva appellato come “il commesso viaggiatore dell’imperialismo”. Blinken, dopo questa sua ultima missione a Kiev, si è meritato l’appellativo di “commesso viaggiatore della morte”.

“Zelensky si sente il Pelide Achille”, Canfora parla di guerra alla festa del Fatto

 DIALOGO CON SILVIA TRUZZI – Una dissertazione da sulle cause e le ragioni delle guerre, dal conflitto del Peleponneso fino a quello attuale in Ucraina. “Il presidente ucraino si ammanta di eroismo, ma la sua guerra è gestita altrove”

 RICCARDO ANTONIUCCI   9 SETTEMBRE 2023

Come e perché nascono le guerre. Luciano Canfora ha scelto questa domanda come tema del suo intervento alla festa del Fatto, in dialogo con Silvia Truzzi. Lo storico non inventa risposte, ma le cerca nel passato. E conclude che, al netto delle contingenze, tutti i conflitti nascono allo stesso modo, perché a lungo preparati, e per responsabilità di entrambe le parti. E forse così finiscono.

La constatazione si presentò a Tucidide con la lunga guerra del Peloponneso, quando riconobbe, completando l’aforisma di Clausewitz sulla guerra come prosecuzione della politica, che “la potenza ateniese era diventata talmente allarmante che per Sparta comunque la guerra era necessaria”. Più tardi si è presentata a chi ha ricostruito la genesi della prima guerra mondiale, dimostrando che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando fu solo “la scintilla di una guerra lungamente voluta” dagli inglesi, che temevano la minaccia della rapida espansione industriale e coloniale della Germania. Vale ancora il motto del grande storico greco. Anche perché, ha ricordato Canfora, la guerra è per gli antichi come per i moderni un modo di produzione connesso alla struttura economica delle società. E si presenta anche, ha sostenuto Canfora, a chi studi la seconda guerra mondiale, le guerre di Vietnam e di Corea, fino a quella attuale in Ucraina.

Senza temere la definizione di “putiniano” che gli ha affibbiato la propaganda atlantista, Canfora rintraccia le cause dell’invasione russa del 24 febbraio 2022 nell’espansione della Nato a Est: “L’ostinarsi di Kiev a usare la violenza contro i russofoni nel Donbass è stata la strada maestra per arrivare al punto in cui siamo. Al netto della retorica dell’eroismo del presidente che invece di fuggire è rimasto come il Pelide Achille, c’è stata una preparazione remota della guerra”. Che spiegherebbe anche la facilità con cui l’Europa ha assorbito i circa 4 milioni di rifugiati ucraini senza scatenare rivolte sociali: “L’ospitalità è un altro segnale che la guerra viene da lontano”.

Quanto alla soluzione, per lo storico e filologo barese, assomiglierà a una spartizione coreana molto più che a un trattato di pace, tanto meno alla capitolazione di uno dei belligeranti. Canfora mette in guardia dal cedere alla propaganda che personalizza il conflitto sulle figure di Putin e Zelensky. Come la guerra tra Atene e Sparta continuò dopo la morte di Pericle, la morte dello zar non cambierà il conflitto. Forse potranno più le prossime elezioni Usa.

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