P. P. PASOLINI ANTICIPATORE DI UN MONDO DISORDINARIO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
10834
post-template-default,single,single-post,postid-10834,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

P. P. PASOLINI ANTICIPATORE DI UN MONDO DISORDINARIO da IL MANIFESTO

Un antesignano al cuore del Novecento

PIER PAOLO PASOLINI. Anticipiamo uno stralcio dalla «lectio inauguralis» dedicata allo scrittore. Da oggi, a Roma, un convegno di tre giorni ne ricorda la figura, l’opera e l’attualità. Ha toccato e anticipato prospettive che per noi sono ancora essenziali. Centrali i temi dell’esclusione e della marginalità, a livello etnico, sessuale e sociale

Giulio Ferroni  18/01/2023

Il centenario pasoliniano ha visto un’eccezionale quantità di iniziative: convegni, seminari, discussioni, mostre, proiezioni cinematografiche, pubblicazioni sia di nuove edizioni di sue opere che di studi dedicati agli aspetti più diversi della sua multiforme attività (monografie su singole opere o su singoli generi da lui praticati, interpretazioni di più ampio raggio, ricostruzioni e ricordi biografici, investigazioni sulla sua morte, ecc.).
Tutto ciò ha confermato e portato al massimo grado il rilievo di Pasolini come uno dei maggiori intellettuali e artisti del secolo scorso, già attestato dalla vastissima quantità di studi che gli erano stati dedicati negli ultimi decenni. Ma le occasioni del centenario hanno mostrato anche come l’interesse dell’opera sia come sopravanzato da quello per la persona: è nell’immagine di Pasolini, nel suo stesso volto e nel suo corpo, che si riconosce un’identità artistica e intellettuale globale, una presenza fisica e psichica votata a percorrere, con drammatica intensità, nella vita e nella morte, i territori artistici più diversi e i problemi più determinanti del tempo vissuto: e sempre con l’urgenza di far sentire la propria voce, con la partecipazione più appassionata (la sua «disperata vitalità») e con la provocazione e lo scandalo.

E SE QUEL SUO VOLTO si moltiplica nei molteplici volti della sua opera, nell’esposizione in essa del suo stesso corpo, ciò comporta sempre qualcosa di enigmatico, di ambiguo, di sfuggente. Presenza allo stesso tempo invadente e inafferrabile, Pier Paolo è enigma e anche mistero (e qui bisognerebbe distinguere le accezioni non sempre perspicue e oscillanti con cui egli stesso fa uso questi termini): ciò lo ha proiettato sulla scena pubblica come un mito, icona mediatica riconosciuta al di là della concreta conoscenza della sua opera, dell’effettiva lettura dei suoi scritti e dell’effettiva visione dei suoi film; mito che viene percepito in modi diversi e opposti, usato pretestuosamente per sostenere le scelte culturali, morali, politiche più contrastanti, punto di riferimento per situazioni e questioni del nostro presente.
Con la sua opera e la sua vita, con il modo in cui si è messo in gioco fino in fondo, egli ci sfida a cercare di capire cosa ci ha lasciato, quale può essere davvero oggi una sua reale presenza culturale, negli spazi di comunicazione così frantumati in cui ci stiamo muovendo: ci impone di confrontarci con i suoi enigmi e misteri, col suo stesso mito, ma sottraendolo all’uso come icona mediatica, alla proiezione in immagine sacrale o perversa, a specchio per le nostre scelte culturali, politiche, sessuali, pedagogiche. Per farlo, per arrivare a comprendere come sia giunto a prefigurare una situazione come quella che stiamo vivendo (in questo senso la qualifica di antesignano), dobbiamo comprendere bene il modo in cui egli ha percorso il cuore del Novecento, ha fatto i conti con una storia di radicali trasformazioni e ne ha sentito l’effetto devastante su di sé, sulla sua mente, sul suo corpo, sulla sua cultura, sulla sua sessualità, ma estraendo sempre, con febbrile e ossessiva insistenza, con furiosa intenzionalità, occasioni di creazione e di interpretazione: in un legame strettissimo tra creazione, invenzione e sogno di forme artistiche da una parte, e dall’altra interpretazione, decifrazione dei comportamenti e delle posture umane, osservazione degli spazi di vita, critica ad ampio raggio dei linguaggi sociali, politici, culturali. Così si è trovato come a vivere dall’interno il dramma del trasformarsi dell’Italia e del mondo: non l’ha soltanto guardato e compreso, ma ci si è immerso completamente, nello stesso tempo opponendosi e partecipando, muovendosi senza sosta entro di esso, gettandosi nella mischia, fino all’esito tragico e definitivo.

PASOLINI HA TOCCATO e anticipato prospettive che per noi sono ancora essenziali. In primo luogo la tematica dell’esclusione e della marginalità, sia a livello etnico, a livello sessuale, a livello sociale, con tutto il vario orizzonte che ora è stato preso in carico nei cultural studies (anche se va rilevato che, a differenza di quanto accade spesso negli studi culturali, egli ha mantenuto un legame vivo e appassionato con la tradizione, non ha mai mirato a metterne in causa i fondamenti). Poi la riconduzione dei rapporti di potere e della stessa vita politica all’orizzonte biologico, al conflitto tra materno e paterno, alla sostanza biologica, fisica e psichica, sessuale dell’essere nel mondo, nella prospettiva che poi è stata percorsa dalla biopolitica. E ancora la disposizione sperimentale, che per certi versi sembra addirittura accostarlo all’odiata avanguardia: la rottura dei confini tra linguaggi, continua interferenza non solo tra cinema e letteratura, ma tra scrittura e visività; la coesistenza e il mélange tra generi letterari diversi, in vista di modi di espressione ibrida, multimediale e totale. Per ciò che riguarda le sue insistenti «riscritture», con l’insistente dialogo e ripresa dei modelli della cultura classica e della cultura moderna, si può anche ricondurlo al postmoderno, anche se egli è estraneo alla la neutralità fredda e ironica tipica del postmoderno, e tende semmai a confrontarsi con la minaccia della fine della tradizione (postumo più che postmoderno).
Queste linee, di cui Pasolini sembra aver tracciato i primi percorsi, appunto antesignano più che profeta, trovano la loro ragione più profonda e il loro quadro culturale, storico, politico nella sua esigenza di espressione, che coinvolge l’insieme dell’essere nel mondo, che percorre la realtà seguendone la sostanza fisica e psichica, la qualità viva, l’intreccio col desiderio, con la passione, con la verità: confrontandosi con i modi di comprensione del presente, con la cultura in atto, ma rifiutando modelli astratti, sicurezze precostituite, sempre sotto il segno della contraddizione.

QUESTO È FORSE il modello culturale di cui avremmo davvero bisogno, tanto più oggi, di fronte a un tempo e una situazione storica per molti versi tanto lontani da quelli di Pasolini. Dal fondo stesso della sua multiforme e per tanti versi disordinata creatività, dalla sua continua esposizione di sé al mondo, è scaturita la percezione di quella mutazione antropologica, su cui ha insistito nei suoi ultimi anni, vivendola dall’interno, registrandone la lacerazione e la sofferenza. E negli interventi di quei suoi febbrili anni settanta egli si è trovato più volte a sentire il nesso perverso tra l’imporsi del modello consumistico, neocapitalista, borghese e fascista, e l’alterarsi e degradarsi dell’ambiente.
Ancora molti ricordano il suo articolo del 1° febbraio 1975 in cui il «vuoto di potere in Italia», con durissimo attacco al sistema di potere democristiano, veniva fatta risalire al tempo della scomparsa delle lucciole. Egli era del resto ben cosciente del problema ecologico. Una intensa coscienza dell’ambiente si sente in tutta la sua poesia e in ampie zone del suo cinema: con una eccezionale capacità di far parlare lo spazio, di disporre la stessa lingua poetica su formidabili slarghi; e per converso con una pungente capacità descrittiva di relitti e margini urbani, di sfondi e paesaggi violentati e degradati, avvelenati da scarti e residui. Nell’incompiuto e finale Petrolio la cura per lo spazio si distende su di un orizzonte internazionale, si irradia dallo sfacelo di Roma ai pozzi petroliferi del Medio Oriente, e tocca tutto il mondo che ruota intorno all’azione devastatrice delle multinazionali: la lucidità del suo sguardo lo porta a tracciare tante immagini essenziali dello sfaldarsi dello spazio umano nella terra.

LE RAGIONI di questa sensibilità ecologica ce lo fanno particolarmente vicino, anche se occorre notare che la sua preoccupazione era rivolta prima di tutto agli effetti morali, estetici, antropologici e alla responsabilità «criminale» dei poteri economici e politici. Non ha avuto modo e tempo di avvertire le ulteriori degradazioni che hanno preso campo, con la mutazione dello spazio comunicativo e tecnologico data dall’avvento dell’informatica, che ha configurato una mutazione antropologica ben diversa da quella da lui denunciata e sofferta. Non poteva certo prefigurare il nostro tempo della tecnologizzazione e virtualizzazione globale: e soprattutto non ha potuto percepire fino in fondo che in questione non è più soltanto un modello di umanità, una continuità con la storia del passato, le sofferenze e le speranze, la passione e la bellezza del mondo popolare, ma la sopravvivenza del genere umano, della vita stessa nel pianeta.

*

SCHEDA. DA OGGI AL 20 UN CONVEGNO A ROMA

Da oggi a Roma tre giornate di studio dedicate a Pier Paolo Pasolini, dal titolo «Pasolini antesignano», che si svolgeranno rispettivamente: oggi alla Sapienza (Aula magna del rettorato), domani a Roma Tre (Aula magna di Lettere) e venerdì a Tor Vergata (Auditorium Ennio Morricone). Insieme alla lectio inauguralis di Giulio Ferroni, si potranno ascoltare gli interventi di: Massimo Fusillo, Sonia Gentili, Roberto Deidier, Massimiliano Tortora, Monica Storini, Franco Buffoni, Giorgio Nisini, Giona Tuccini, Monica Venturini, Marco A. Bazzocchi, Stefania Parigi, Carlo Vecce, Andrea Cortellessa, Andrea Gialloreto, Florian Mussgnug, Luca Marcozzi, Claudio Giovanardi, Caterina Verbaro, Paolo Desogus, Marco Dondero, Florinda Nardi, Guido Santato, Mercedes Arriaga, Juan Carlos de Miguel, Eleonora Cardinale, Angelo Favaro, Donato Santeremo, Bianca Concolino, Costantino Maeder, Giorgio Patrizi, Rino Caputo. Il programma si può consultare nel sito dell’ADI: http://www.italianisti.it.  Le tre giornate sono organizzate da ADI (Associazione degli Italianisti), Pier Paolo Pasolini, Centro studi di Casarsa della Delizia, Società Italiana per lo studio della Modernità Letteraria e Cineteca di Bologna.

Contro la geopolitica, capire un mondo disordinario

SCAFFALE. Il saggio «A che punto è la notte» di Davide Isidoro Mortellaro, pubblicato da la meridiana. Non casualmente il sottotitolo del volume è «La vita e i tempi di Terzo Millennio» visto che il testo affronta guerra, povertà e autoritarismo alla luce di una filosofia della prassi gramsciana

Antonio Cantaro  18/01/2023

A poche settimane dall’uscita de La pace è finita di Lucio Caracciolo (Feltrinelli) giunge in libreria il volume di Davide Isidoro Mortellaro, A che punto è la notte (La Meridiana, pp. 358, euro 28). Niente di programmato, naturalmente. Eppure a leggerli insieme netta è la benefica sensazione che il secondo costituisca un controcanto del primo. All’apologia della geopolitica e della geoeconomia, degli imperi senza aggettivi e della potenza fine a sé stessa, Mortellaro preferisce un’altra lettura. La seguente: esistono, continuano ad esistere, non solo le classi dirigenti – i poteri costituiti – ma anche i governati, i poteri costituenti protagonisti del secolo breve. Questi ultimi usciti malconci dalla rivoluzione neoconservatrice degli scorsi decenni. Sconfitti, non vinti direbbe Pietro Ingrao.

IL MONDO ODIERNO è un mondo, fluido, caotico, disordinario. E Mortellaro individua nell’ascesa della politica geoeconomica una delle forze che stanno minando alle radici politica e democrazia, quei poteri che in Occidente avevano ricondotto a ragione la pasoliniana modernizzazione neocapitalista, civilizzandola. Da tempo, viceversa, «il mondo ci ha afferrato alla gola, avvinti in un nodo mortale: l’umanità e il mondo venuti alle mani, l’uno stretto al collo dell’altro. L’agire sociale ne è terremotato. Un tempo attivava solidarietà. Ora stringe nel vincolo della paura chi vede scossa la propria sfera vitale. Corriamo senza meta, né requie o respiro. Entrati nel XXI secolo dalla “porta di fuoco” dell’11 settembre ora siamo all’aggressione in Ucraina e alla minaccia di Putin di sfoderare l’atomica». Sempre più manipolati «da una società incivile», da «combinazioni di pubblico e privato» che consegnano «uno straordinario potere di condizionamento della vita civile e politica» a opache oligarchie, «talvolta mafie e poteri criminali capaci di espandersi ben al di là degli originari distretti in forza dei nuovi meccanismi di governance».

NON CASUALMENTE il sottotitolo del volume è «La vita e i tempi di Terzo Millennio». Una vita il cui tratto dominante è una figura antica. La guerra, in primis la guerra civile. Una «guerra molecolare» che non è però, alla Caracciolo, inintelligibile. Bisogna guardare – è questo il filo conduttore del discorso – le nuove linee di faglia che terremotano il mondo. Il servo non ha più una chiara visione del padrone. Sono avanzate sulla scena borghesie indigene, potenze regionali. Il Pacifico è ridiventato centro del mondo con le sue nuove Vie della Seta. Il globalismo neoliberale rimescola arretratezza e sviluppo, Nord e Sud, riunificandoli nel «tempo unico» del mercato globale, delle sue incivili costrizioni: nelle metropoli come nei paesi sottosviluppati sono sempre più numerosi coloro che vengono espulsi definitivamente dal circuito economico «perché non vale più la pena sfruttarli».

È QUI CHE SI DETERMINANO le nuove fazioni nella polis globale. Attorno alla lotta per il riconoscimento di chi è bollato come superfluo. Rivolte da globalizzazione, dice Mortellaro. E oggi la pandemia e la guerra senza fine (la guerra ucraina ne è il simbolo) hanno smascherato ciò che era latente: gli antagonismi fondamentali, le rotture sotterranee, l’autoinganno sulla propria identità, sui propri valori e interessi, le diseguaglianze di potere, la vulnerabilità dell’ordine internazionale e di quello domestico. A partire da quello sempre più evidente, e foriero di inediti rischi, del «gigante a stelle e strisce».

Un pensiero, quello di Mortellaro, pervaso da pessimismo (dell’intelligenza) e ottimismo (della volontà). Fermiamoci un istante, dice a un certo punto, per «ascoltare le scosse che cogliamo nel sottosuolo. Segnalano che lì premono forze che vogliono provare a indirizzare il mondo altrove dalla corsa rovinosa intrapresa da tempo. È il caso di interrogarle. Di porsi in ascolto, attenti e partecipi».

UN’ANTROPOLOGIA e una filosofia che esortano la politica, la democrazia, i poteri costituenti popolari iscritti nel Dna della nostra Carta fondamentale, a riprendersi il posto d’onore che loro spettano. Un auspicio che esige una «committenza», una platea, la cui assenza ha indotto l’autore a rinviare a lungo la pubblicazione del suo lavoro. Preoccupazione legittima, ma non giustificata da una dote che lo anima interamente e internamente. La consapevolezza che la mobilitazione ed emancipazione dei governati (parole oggi dimenticate e vilipese) presuppone che tutti, a destra e a sinistra, ci assumiamo nuovamente il coraggio di una lettura del mondo e dell’orizzonte di una sua messa in forma. Per quanto disordinario esso oggi ci appaia. Perché ove la politica, la democrazia, la Costituzione latitano, sono la geopolitica e la geoeconomia a farla da padroni.

Antonio Cantaro, costituzionalista dirige il “laboratorio politico” fuoricollana.it

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.