ORRORE E BARBARIE CHE RIPRODUCONO BARBARIE E ORRORE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ORRORE E BARBARIE CHE RIPRODUCONO BARBARIE E ORRORE da IL MANIFESTO

Orrore e barbarie che riproducono barbarie e orrore

ISRAELE E IL 7 OTTOBRE. L’altro ieri, quando il manifesto – il mio giornale – mi ha telefonato, stavo assistendo a un rito funebre con centinaia di persone, in un kibbutz a nord di Tel Aviv dove sono ospitati molti sopravvissuti del kibbutz Kfar Aza …

Zvi Schuldiner  26/10/2023

L’altro ieri, quando il manifesto – il mio giornale – mi ha telefonato, stavo assistendo a un rito funebre con centinaia di persone, in un kibbutz a nord di Tel Aviv dove sono ospitati molti sopravvissuti del kibbutz Kfar Aza. Un funerale senza sapere ancora dove saranno sepolti i morti, come la direttrice amministrativa di quello che era stato il mio dipartimento al Sapir College, assassinata il 7 ottobre insieme a suo marito. Ero stato molte volte nella loro casa – lei era una attivista pacifista di sinistra – , sempre colpito dalla vicinanza di una recinzione insignificante, a pochi metri dal confine con la Striscia di Gaza, in una regione che durante il mandato britannico, fino al 1948, non era abitata da nessuno.

Quella mattina presto, il 7 ottobre, ricevo su WhatsApp il suo messaggio mentre già le sirene si sentono in tutto il paese ma non capisco ancora cosa stia succedendo: «Ci siamo svegliati per il rumore, i colpi alle finestre, le urla, adesso siamo chiusi nella stanza rifugio, non sappiamo se le urla siano di palestinesi o di soldati israeliani». C. – metto solo l’iniziale del suo nome per rispetto – e suo marito erano tornati a casa dopo mesi passati altrove, durante i lavori di ristrutturazione. Alle 14.45 le scrivo che l’esercito ha annunciato l’invio di altre truppe nel kibbutz. «Sì, ho ascoltato, che supplizio», mi risponde dopo un minuto. Poi, più nessun messaggio da loro due. Non so se sono stati uccisi con un’arma da fuoco, torturati, quali violenze hanno subito. Numerosi cadaveri sono stati mutilati, anche di bambini. Alcuni, più fortunati – forse? – sono diventati ostaggi.

Sì, l’orrore è cresciuto enormemente. Su queste pagine Judith Butler ha fatto importanti distinguo, dopo il suo articolo sulla London Review of Books. Amira Hass su Haaretz è molto drastica e scrive che la giustificazione degli orrori ricorda la posizione di certe organizzazioni comuniste quando si parlava dei sistemi di paura e repressione nel blocco sovietico. Mia figlia mi ha inviato un articolo scritto su Facebook dal professor Gadi Algazi; ho cercato di convincerlo durante la cerimonia funebre a inviarlo anche in inglese. Spiega bene cosa significa barbarie e non barbarie e come la lotta o la guerra contro la barbarie diventino anch’esse barbarie.

Chi crede di sapere che cosa accadrà domani non tiene conto di diverse incognite, non sufficientemente analizzate dai mezzi di comunicazione. La presenza statunitense e il suo appoggio a Israele ha caratteristiche diverse da quelle abituali dell’agire imperialista. Gli Stati uniti sono innanzitutto interessati a evitare una conflagrazione nell’intero Medio Oriente e ritengono che l’operazione di terra a Gaza da parte dell’esercito israeliano farebbe arrivare a livelli molto pericolosi la tensione in tutta la regione.

Mettere il freno a Israele ha fra l’altro la funzione di evitare che Hezbollah entri nel conflitto. Sarebbe un inferno, con effetti terribili non solo in Israele: porterebbe alla distruzione del Libano. Ed evitare questo coinvolgimento sarebbe un risultato anche per l’Iran, che di fatto vorrebbe tornare ai negoziati con gli Stati uniti e ritiene che il passo compiuto appoggiando Hamas non abbia prodotto i frutti sperati. La posizione dell’Iran è correlata a quella Usa e influenza le valutazioni dei diversi attori, circa i passi da compiere.

Egitto e Giordania vedono come una minaccia reale il possibile afflusso in massa di rifugiati palestinesi provenienti da Gaza. Gli Stati uniti vedono in questi due paesi e nell’Arabia saudita attori importanti in un nuovo Medio Oriente.

In Israele, non sappiamo bene quale sia la divisione fra la élite politica e quella militare. La vera guerra interna nella coalizione governativa è più che complicata ed è legata non solo ai punti di vista a proposito del conflitto israelo-palestinese o della pace ma anche alla lotta per la sopravvivenza politica di un gruppo di dirigenti corrotti, guidati in primo luogo dai propri interessi personali.

Presso i responsabili militari c’è il desiderio di evitare i possibili effetti di una crisi che li ha rivelati impreparati e deboli, nel contesto di un gioco molto pericoloso suscettibile di costare la vita a molti palestinesi e a non pochi soldati israeliani.

Chi ha avuto reazioni di umana compassione di fronte al massacro compiuto da Hamas deve allora riflettere, mobilitarsi, appoggiare tutti i mezzi possibili per evitare un ulteriore allargamento dell’offensiva israeliana che già tante vittime civili ha fatto a Gaza. La guerra provocherà ancora più vittime palestinesi e israeliane e allontanerà ulteriormente la possibilità di arrivare ad un accordo di pace.

Minacce e arresti per chi parla di pace. Il discorso della sinistra è accantonato

ISRAELE. Intervista alla giornalista Orly Noi: è un momento molto difficile e delicato ma dall’oscurità potrebbe emergere una possibilità.

Michele Giorgio, GERUSALEMME  26/10/2023

Intimidazioni, avvertimenti minacciosi e persino arresti. Sono 110 le persone, palestinesi in maggioranza con la cittadinanza israeliana, arrestate dopo il 7 ottobre con l’accusa di apologia di Hamas. In realtà, denunciano i difensori dei diritti umani, qualsiasi commento contro la posizione ufficiale rischia di essere punito severamente. E le misure repressive colpiscono in qualche caso anche i cittadini ebrei. Ne abbiamo parlato con la giornalista della rivista +972 Orly Noi, nota sostenitrice dei diritti dei palestinesi e degli ebrei sefarditi in Israele.

Quanto è pesante il clima per chi cerca di portare avanti una narrazione diversa dei motivi e delle radici del conflitto dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e con i bombardamenti su Gaza in corso.

Davvero pesante. Per due motivi. Il primo riguarda lo shock di tutti perché questo è un paese piccolo, dove si conoscono un po’ tutti; quindi, è facile che si abbiano conoscenti se non parenti tra coloro (gli israeliani) uccisi, feriti o sequestrati il 7 ottobre. Il secondo è legato alla possibilità di parlare e di discutere di certi temi. Già in tempi che potremmo definire normali, il discorso sul rispetto dei diritti umani e dei diritti dei palestinesi non interessa alla maggior parte del pubblico israeliano. Dopo l’orribile massacro compiuto da Hamas, quel discorso è del tutto accantonato. In giro si parla solo di vendetta, di eliminare Hamas, di spianare Gaza. C’è un rifiuto di discorsi sul rispetto della vita, qualsiasi vita, e dei diritti umani. La sinistra e i difensori dei diritti umani affrontano un momento estremamente delicato. Gli attivisti ebrei ricevono di continuo messaggi minacciosi, pieni d’odio. I nostri partner palestinesi hanno paura, non postano più nulla sui social, anche la cosa più blanda e generica, nel timore di essere arrestati con accuse molto gravi.

Ci sono notizie di provvedimenti punitivi nelle università e nelle scuole.

I palestinesi (con cittadinanza israeliana) sono le vittime principali di queste azioni. So di decine di studenti che sono stati sospesi dalle loro università per commenti sui social. Ma non mancano casi di attivisti ebrei colpiti allo stesso modo. Un caro amico, insegnante in una scuola superiore, è stato licenziato perché ha scelto di continuare a parlare e a spiegare i crimini commessi da Israele (contro i palestinesi).

Cosa si aspetta nelle prossime settimane?

Non è possibile fare previsioni. Se Israele procederà, come sembra, con l’invasione di terra a Gaza, vedremo una ulteriore escalation del numero delle vittime palestinesi. E si avranno anche perdite tra i militari israeliani. Perciò, sarà possibile qualsiasi scenario. Israele non ha chiarito l’obiettivo della guerra. La distruzione di Hamas di cui parlano governo e comandi militari è uno obiettivo vago, e i rappresentanti dei partiti fascisti, più estremisti, israeliani fantasticano sulla pulizia etnica di Gaza. La ministra dell’intelligence Gila Gamliel ha suggerito il trasferimento di tutta la popolazione di Gaza nel deserto (egiziano). Gli ex coloni israeliani che vivevano a Gaza (prima dell’evacuazione degli insediamenti ebraici ordinata nel 2005 dall’ex premier Ariel Sharon, ndr) propongono la ricostruzione delle colonie distrutte in passato. E non dimentichiamo la situazione in Cisgiordania, che è fuori dai riflettori in questa fase a causa della gravità di quanto accade a Gaza. In Cisgiordania già si registrano atti di pulizia etnica. Intere comunità palestinesi sono scappate dalle loro case per le minacce e le violenze dei coloni. Per questo è difficile immaginare il futuro che ci attende.

Qualcuno pensa che sia andato perduto gran parte del lavoro fatto per diffondere una narrazione diversa, più obiettiva, delle ragioni della questione israelo-palestinese. È d’accordo?

In parte. Sono evidenti i passi indietro avvenuti in questi giorni. Persone che si dicevano fino a qualche settimana fa parte di quello che in Israele chiamano il campo della pace, ora parlano apertamente di colpire senza sosta Gaza. Allo stesso tempo, questo è un momento così cruciale. E dopo di esso potrebbero presentarsi opportunità che facciano comprendere a chi oggi urla vendetta che questo conflitto deve essere risolto sulla base del diritto e della giustizia e non solo con la forza e la violenza come avviene da decenni. Dall’oscurità potrebbe emergere una possibilità.

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