ONU: CESSATE IL FUOCO! da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ONU: CESSATE IL FUOCO! da IL MANIFESTO e IL FATTO

Onu: cessate il fuoco. Passa la risoluzione con l’astensione Usa

IL VETO STRAPPATO. Netanyahu cancella la visita di una delegazione israeliana a Washington. Guterres: «Un fallimento sarebbe imperdonabile»

Marina Catucci, NEW YORK  26/03/2024

«È una giornata storica», così i 10 membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno commentato il passaggio della risoluzione per il cessate il fuoco a Gaza, e arrivata dopo mesi di veti incrociati di Stati uniti, Russia e Cina. Il risultato è arrivato dopo quattro tentativi, e ha ottenuto 14 voti a favore inclusi quelli della Russia e della Cina, nessun veto, e una sola astensione, arrivata dagli Usa – che non però consente comunque alla risoluzione di procedere.

SI TRATTA di una risoluzione che «deve essere attuata. Un fallimento sarebbe imperdonabile», ha affermato il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres Anche l’ambasciatore della Palestina alle Nazioni unite Riyad Mansour ha sottolineato la storicità del voto e ha detto di essere «orgoglioso». «Non è vincolante? – ha continuato Mansour – È dovere del Consiglio di Sicurezza farla rispettare».

La risoluzione in realtà è vincolante e in teoria Israele sarebbe obbligato a rispettarla, ma fino ad ora si è rifiutato di ridurre l’intensità della guerra a Gaza, nonostante nelle ultime settimane l’appoggio statunitense si sia sempre più indebolito.

Poco dopo il voto, così come aveva minacciato il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, è stata cancellata la visita di una delegazione di Tel Aviv a Washington prevista per oggi in quanto la decisione degli Usa «danneggia lo sforzo bellico di Israele» e rappresenta un cambio di rotta da parte di Washington. Mentre scriviamo il segretario alla difesa Lloyd Austin ha ancora in programma di incontrare il suo omologo israeliano Yoav Gallant, che già si trova a Washington, per affrontare una serie di punti tra cui il rilascio degli ostaggi detenuti da Hamas e la necessità di maggiori aiuti umanitari per i civili a Gaza.

È EVIDENTE, però, che la posizione degli Usa nel corso dei mesi sia cambiata. Solo venerdì la proposta dagli Stati uniti che chiedeva un «cessate il fuoco immediato e duraturo» era stata respinta, mentre in precedenza Washington aveva posto il proprio veto tre volte per questioni linguistiche: si esigeva, e non auspicava, un cessate il fuoco umanitario, «immediato e definitivo». Anche in occasione della risoluzione votata ieri gli Usa avevano proposto un emendamento al testo per usare una linguaggio più vago e meno impegnativo per Israele e sostituire «cessate il fuoco permanente» con «cessate il fuoco duraturo», che però non è passata.

La ragione per cui gli Stati uniti si sono astenuti non va ricercata solo nella scelta del tipo di cessate il fuoco richiesto: l’ambasciatrice statunitense al Palazzo di vetro, Linda Thomas-Greenfield, ha dichiarato che la risoluzione approvata è in linea con gli sforzi diplomatici degli Usa, ma differisce dalla posizione di Washington perché non contiene una condanna esplicita agli attacchi compiuti da Hamas lo scorso 7 ottobre.

LA RISOLUZIONE prevede un cessate il fuoco per tutto il periodo del mese sacro di Ramadan, che si concluderà tra il 9 e il 10 aprile, la liberazione immediata di tutti gli ostaggi e la richiesta a Israele di facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari nel territorio.
Il portavoce della Casa bianca, John Kirby, ha sottolineato che la decisione di non porre il veto non rappresenta un capovolgimento della politica di Washington: «Siamo chiari e coerenti nel nostro sostegno a un cessate il fuoco come parte di un accordo per la liberazione degli ostaggi». «Volevamo arrivare a un punto in cui sarebbe stato possibile per noi sostenere la risoluzione, ma siccome il testo finale non ha il linguaggio chiave che noi pensiamo sia essenziale, come la condanna di Hamas, non potevamo farlo».

La decisione Usa di limitarsi all’astensione è comunque l’azione più dura intrapresa finora da Washington alle Nazioni unite contro il suo alleato storico.

Lo scrittore Antony Loewenstein: “La lobby israeliana c’è: scheda il dissenso”

IL LIBRO INCHIESTA – L’autore svela che Tel Aviv testa a Gaza le armi da vendere e dice: “C’è un gruppo di potere in Usa e Ue per l’infinita occupazione”

SABRINA PROVENZANI  26 MARZO 2024

Laboratorio Palestina, appena pubblicato da Fazi editore, è un libro necessario, come La pulizia etnica della Palestina di Ilan Pappé, perché documenta una verità sullo Stato di Israele molto diversa da quella ufficiale. Una verità in cui l’occupazione diventa terreno di test per armi e tecnologie di sorveglianza poi vendute in tutto il mondo, e crea un settore industriale cruciale per l’economia israeliana in cui i confini fra iniziativa privata e mandato governativo sono estremamente labili. E perché, ricostruendo questo grumo di potere fondato sull’oppressione dei palestinesi, il suo autore Antony Loewenstein, ebreo australiano, ci offre una riflessione onesta e dolorosa sulla coscienza e sulla identità ebraica.

Cosa è il laboratorio Palestina?

Da decenni l’occupazione della Palestina serve a Israele per sviluppare e testare armi e tecnologie da vendere all’estero. Israele considera questa supremazia come una assicurazione sulla sua esistenza. Ora a Gaza sta sperimentando anche strumenti di Intelligenza artificiale. C’è una intera unità, la 8200, che si occupa di sorveglianza dei palestinesi: è l’unità di raccolta intelligence dell’esercito israeliano. È composta da migliaia e migliaia di ufficiali di intelligence, uomini e donne, il cui compito è monitorare i palestinesi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, tutte le comunicazioni dentro e fuori dalla Palestina, email, telefonate… Questo si lega allo slogan di Israele come “nazione start-up”; i suoi membri vengono incoraggiati a utilizzare l’esperienza acquisita per sviluppare nuove aziende di difesa o intelligence. È importante sottolineare che molte di queste aziende sono private solo di nome. Molte sono essenzialmente un braccio dello Stato israeliano. Faccio l’esempio di Pegasus, lo spyware raccontato dai media occidentali come il prodotto di una azienda israeliana fuori controllo che faceva cose terribili. E sì, faceva cose terribili, ma era un braccio dello Stato. Netanyahu ha usato Pegasus come una carota diplomatica, con grande successo dal suo punto di vista. Nso group ha venduto questo spyware a tanti Paesi con il permesso del governo israeliano, anche per ottenere accesso a quei Paesi. In altre parole Israele era in grado di spiare i Paesi a cui ha venduto Pegasus. E in Europa è stato usato ovunque, dalla Grecia alla Spagna, le cosiddette democrazie. Membri dell’Ue alleate di Israele.

Nel libro parli esplicitamente di una lobby israeliana, attiva dalla fondazione dello Stato di Israele, e con una politica estera molto meno etica di quella ufficiale. Cosa intendi con lobby israeliana?

È un potentissimo gruppo di pressione pro-Israele attivo in particolare negli Usa, ma anche in Europa. Parliamo degli Usa. Il suo principale obiettivo è esercitare pressioni, convincere con l’inganno, costringere, ricattare, in una varietà di modi, che stiamo già vedendo in questo ciclo elettorale americano, per assicurarsi che gli Stati Uniti, indipendentemente da chi sia alla Casa Bianca, forniscano quasi illimitate quantità di aiuti, armi, protezione diplomatica, supporto militare, e da molto prima del 7 ottobre. Certo. Da ebreo sono ben consapevole che il linguaggio che usiamo per parlare di questo è importante. Non dico che ci sia un gruppo onnipotente di persone ebree che hanno quantità ridicole di potere, ma è un fatto che esistano gruppi di potenti, principalmente ebrei, che sono per lo più molto di destra, che sono molto allineati con Benjamin Netanyahu o persone del suo stesso orientamento politico, che supportano l’occupazione infinita della Palestina, che sostengono l’invio crescente di armi in Israele. La loro agenda è quella di cercare di zittire le voci critiche al Congresso Usa in questo ciclo elettorale, Apac, che è il principale gruppo di pressione pro-Israele negli Stati Uniti, sta spendendo circa 100 milioni di dollari per sostenere candidati fanaticamente pro-Israele, principalmente repubblicani, alcuni democratici. E in questo ciclo elettorale, per la prima volta, in modo così importante, stanno prendendo di mira le uniche voci più pro-palestinesi al Congresso per cercare di far perdere loro il seggio. Il sistema di finanziamento delle elezioni in America è così opaco che non sappiamo davvero chi finanzia queste campagne. Questo aumenta l’antisemitismo perché le persone comuni che non sono ebree, che non sono così coinvolte, si fanno delle domande. Penso sia sbagliato non parlare del ruolo del potere ebraico, per quanto sia scomodo farlo. Ma non siamo nel 1946. Nel 2020 il potere ebraico esiste.

Di cosa è fatto e come è stato costruito?

C’era un gruppo di pressione pro-Israele prima del 1967. Si è enormemente rafforzato dopo che Israele ha preso il controllo della Cisgiordania, Gerusalemme Est e il Sinai. C’è stato un impegno concertato da parte di molti individui e gruppi ebraici potenti in molti paesi occidentali, parti d’Europa, Regno Unito, Usa, per contrastare quello che vedevano come una crescente critica all’occupazione di Israele. I principali gruppi di lobby pro-Israele portano regolarmente un numero enorme di politici e giornalisti in Israele ogni anno. È una lobby non omogenea, ci sono anche sionisti liberali e in parte critici di Israele; ma è una delle più potenti. Ora chi dice che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza viene regolarmente diffamato come antisemita o estremista. E non sta funzionando. Né Israele né gli ebrei nel mondo sono più sicuri. Un paese scampato a un ghetto si richiude in un ghetto. Finché non avremo una conversazione razionale sulla politica israeliana e sul sostegno occidentale, resteremo intrappolati in questo ciclo senza fine.

Nel libro sottolinea il collegamento ideologico fra il governo israeliano e le estreme destre del mondo. È un estremo paradosso storico, che il Paese emerso dall’Olocausto e dalla persecuzione sia ora il modello di etno-Stato per i neo fascisti. Per il governo israeliano queste alleanze sono una polizza assicurativa contro la minaccia ipotetica dell’islamizzazione, la guerra di civiltà post 11 settembre. I leader della destra ed estrema destra europee, veri neonazisti, vanno in Israele a stringere la mano a esponenti del governo e dire “abbiamo gli stessi valori”. E pazzesco, ma è così.

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