NON UNA ANOMALIA MA LA NORMALITÀ NEOLIBERALE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NON UNA ANOMALIA MA LA NORMALITÀ NEOLIBERALE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Non una anomalia, la normalità neoliberale del Cavaliere

COMMENTI. Ci troviamo di fronte al sorgere di un’egemonia di tipo nuovo, quella della destra post-berlusconiana, che del berlusconismo incorpora tutti i caratteri regressivi, e ne aggiunge altri di ancor più

Tommaso Nencioni  15/06/2023

Si dice della Thatcher che considerasse il New Labour di Blair come il suo più grande successo. In maniera analoga potremmo dire che il più grande successo di Berlusconi sia stato il centro-sinistra italiano. Avere l’egemonia significa infatti avere il potere di fissare le coordinate entro le quali si svolgerà il gioco politico in un futuro prevedibile.

Un sistema egemonico è insomma tale nella misura in cui riesce a comprendere anche ciò che gli si oppone, e ciò che gli si oppone accetta a sua volta le fondamenta del sistema ed i parametri da esso prefissati. Per questo si può parlare di «età berlusconiana» per il trentennio che abbiamo alle spalle, proprio come, ad esempio, si può parlare di «età giolittiana» per il periodo intercorso tra i primi del Novecento e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale – non a caso in quegli anni Salvemini uscì dal Psi, principale forza di opposizione a Giolitti, accusando gli stessi socialisti di aver finito per accettare nella sostanza il sistema giolittiano.

In molti hanno già negli anni passati analizzato i quadri politici e discorsivi all’interno dei quali ci si è mossi in età berlusconiana, consistenti nell’aver reso senso comune – «nell’aver «sdoganato», si prese a dire a partire dagli anni Novanta – pulsioni e interessi propri delle classi dominanti e di parti consistenti del ceto medio del Paese che la Repubblica dei partiti aveva saputo tenere sotto controllo per lunghi decenni, senza però, con tutta evidenza, averne ragione definitivamente: il predominio dell’interesse privatistico su quello pubblico, col corollario della primazia dell’interesse dell’impresa rispetto a quello del lavoro, dello Stato e del territorio; i riflettori puntati sull’irruzione dell’uomo della provvidenza che si impone sulla palude partitocratica, con i soggetti politici organizzati come vittima designata di questo meccanismo; la negazione di ogni carattere programmatico della Costituzione repubblicana, derivante a sua volta da un’interpretazione in chiave «afascista» e non «antifascista» della Carta del ’48; la centralizzazione del potere esecutivo rispetto al legislativo e la sua insofferenza rispetto al giudiziario; e potremmo continuare con un lungo elenco, sul quale oramai esiste un’ampia letteratura.

Ebbene, nella sostanza l’opposizione che via via si è strutturata al berlusconismo non ha mai messo seriamente in discussione nessuno di questi capisaldi. La lotta al berlusconismo – sacrosanta per chi avesse avuto a cuore la continuità delle istituzioni repubblicane – si è trasformata in una lotta a Berlusconi, dagli esiti elettorali altalenanti e talvolta vincenti, senza la capacità di incidere nel profondo il tessuto sociale del Paese. Con un esiziale limite aggiuntivo: quello di aver insistito cioè sulla presunta «anomalia italiana» nell’analisi del fenomeno berlusconiano, ignorando quanto in realtà i quadri di riferimento del berlusconismo stessero nel medesimo lasso di tempo condizionando l’intero occidente atlantico, e di conseguenza affidando al «vincolo esterno» un ruolo salvifico rispetto a tale anomalia. Da qui l’opposizione agita sventolando le copertine dell’Economist e lo sventurato matrimonio con l’agenda ferocemente classista di Mario Monti al grido di «ce lo chiede l’Europa», pietra tombale di quella operazione bersaniana che forse avrebbe garantito una via d’uscita meno funesta dal berlusconismo stesso.

In conseguenza di questa lettura sbagliata, mentre Berlusconi governava secondo gli interessi del blocco sociale che lo sosteneva (tutt’ora determinante per le fortune della destra), il centro-sinistra prendeva voti dal proprio elettorato e poi lo sfiduciava con un’azione di governo quanto meno tentennante.

Con questo non si vuole sminuire la portata di alcune delle battaglie condotte dall’antiberlusconismo nei decenni trascorsi, da quelle per la legalità, a quelle per il pluralismo negli organi di informazione, a quella (vincente ma poi tradita, non a caso viste le premesse da cui si è partiti) contro l’abolizione dell’articolo 18, fino a quelle forse più fruttifere per i semi che hanno gettato condotte dalla nuova ondata femminista. Tuttavia se si richiamano soprattutto i limiti dell’esperienza anti-berlusconiana non è per un mero esercizio storicistico. Ci troviamo di fronte al sorgere di un’egemonia di tipo nuovo, quella della destra post-berlusconiana, che del berlusconismo incorpora tutti i caratteri regressivi, e ne aggiunge altri di ancor più inquietanti.

Ecco, di fronte a questa irruzione sarebbe bene imparare dal passato e condurre un’opposizione che non si limiti ad un ruolo ancillare in un ambito di coordinate prefissate dal nemico, ma sappia immaginare una via d’uscita radicale e prefigurare un futuro totalmente alternativo.

Funeral Party

  Marco Travaglio  15 GIUGNO 2023

È un peccato che un giornalista intelligente come Enrico Mentana si associ al racconto demenziale degli “ultimi 30 anni” come “un referendum pro e contro Berlusconi” e dell’“antiberlusconismo” come “il grande male della sinistra italiana”, per concludere che è giunta l’ora della “pacificazione”, specie dopo che la presenza di “Mattarella, fratello di una vittima di Cosa Nostra”, alle esequie avrebbe cancellato le “ombre” di mafiosità dal curriculum di B. Intanto Mattarella può fare ciò che gli pare, ma non siamo noi a dover spiegare perché il fratello di una vittima della mafia celebri un finanziatore della mafia (non in base a “ombre”, ma alla sentenza definitiva della Cassazione su Dell’Utri del 9 maggio 2014): è lui. Se Mentana vuole pacificarsi con qualcuno, faccia pure; noi “antiberlusconiani” non dobbiamo pacificarci con nessuno: stiamo bene dove stiamo e siamo sempre stati. Tantopiù che gli esiti devastanti della carriera politica, finanziaria, imprenditoriale e giudiziaria di B. danno ragione a noi, non a lui.

La parola “antiberlusconismo” non avrebbe alcun senso in una vera democrazia, dove se mai un criminale piduista amico della mafia e in conflitto d’interessi riuscisse a governare incontrerebbe l’ostilità di un fronte trasversale che sarebbe chiamato “opposizione”, “libera stampa”, “pensiero critico”, “rispetto delle regole”, “democrazia liberale”, non “antiberlusconismo”. Il nostro guaio non è solo che qui, salvo sparute eccezioni, tutto ciò è avvenuto senza incontrare ostacoli decisivi. Ma anche che il berlusconismo sopravvive a B., come dimostra il Funeral Party da repubblica sudamericana, dove l’arcivescovo celebrante è molto più critico dei “giornalisti” concelebranti a reti unificate (ma anche la possessione berlusconiana della Meloni, che chiama le tasse “pizzo di Stato” e vuole intitolare al de cuius una schiforma della giustizia persino peggiore delle sue). Perciò l’“antiberlusconismo” non è un “male” da archiviare, ma un altissimo valore etico-politico da mantenere ben saldo. E non c’entra nulla con la “sinistra”. Che non è mai stata antiberlusconiana neppure per un giorno, anzi. Nel 1996 D’Alema garantì Mediaset (“un patrimonio per l’Italia”) con una visita a Cologno Monzese, presenti Confalonieri e il Gabibbo. Poi Prodi batté B., andò al governo e l’Ulivo non lo dichiarò ineleggibile, anche se lo era in base alla legge Scelba n. 361/1957; non fece alcuna legge contro il conflitto di interessi e non applicò la sentenza del 1994 della Consulta che imponeva la vendita di una delle tre reti Fininvest o il suo trasloco da terrestre a satellite; e ogni volta che tornò al potere perseverò, riuscendo a non cancellare una sola delle 60 leggi ad personam di B..

Nel ’97 promosse B. a padre costituente nella Bicamerale, mentre fioccavano le prime tre condanne in primo grado. Il ministro Maccanico prorogò sine die le frequenze a Rete4, che aveva perso la concessione su terrestre. Il 28.2.2002 il capogruppo Ds Luciano Violante se ne vantò alla Camera: “L’on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel 1994… – che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’on. Letta… Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto d’interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni… Durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte!”. Era la parafrasi seria dello sketch di Corrado Guzzanti nei panni di Rutelli: “A Berlusco’, ma perché cell’hai co mme? Ma io sto a lavora’ per te! Mannaggia l’ingrato, ahó! So’ cinque anni che te portamo l’acqua co’ le recchie! … Manco t’avemo toccato le televisioni… D’Alema ’a prima cosa che fa è annà a Mediaset a di’ che è ’na grande industria culturale e che te sei ’n grande statista europeo, e pubblica tutti i libri co la Mondadori… Er Paese nun è de destra e manco de sinistra: er Paese è de Berlusconi!… Berlusco’, se vinci ricordate de l’amici! Ricordate de chi t’ha voluto bbene!”.
Prodi tornò al governo nel 2006 e ancora una volta B. non ebbe nulla da temere sulla giustizia e sulle sue tv, presidiate da Paolo Gentiloni, grande amico di Confalonieri, che alla Ue difese addirittura la legge Gasparri contro Europa7. Poi nacque il Pd di Veltroni, che teorizzò la pacificazione con B., gli propose le “grandi riforme insieme” e in campagna elettorale non lo nominò mai per non disturbare (“il principale esponente dello schieramento avverso”). Infatti vinse B., a colpi di anticomunismo fuori tempo massimo. Nel 2011 il Pd era così antiberlusconiano che entrò con B. nel governo Monti e nel 2013 se lo portò nel governo Letta. Renzi completò l’opera del Caimano col patto del Nazareno sulla schiforma costituzionale ed elettorale, abolì l’articolo 18 e provò pure a depenalizzargli la frode fiscale per cui era stato condannato e cacciato dal Senato. Furono i 5Stelle, nel governo Conte-1, a cancellare le prime leggi vergogna con la Spazzacorrotti e la bloccaprescrizione di Bonafede. Perché l’“antiberlusconismo” è sempre rimasto confinato in una ristretta cerchia di giornalisti e intellettuali (spesso di destra liberale, come Montanelli e Sartori), nei movimenti dei Girotondi, del Popolo Viola, di “Se non ora quando” e infine di Grillo. Se la cosiddetta sinistra ne fosse stata contagiata almeno un po’, in questi tre giorni le tv e i giornali ci avrebbero fatti sentire in Europa, non in Sudamerica.

Ecco come il centrosinistra favorì il tele-monopolio di B.

 

 GIOVANNI VALENTINI  15 GIUGNO 2023

Nella resistibile ascesa di Silvio Berlusconi all’empireo televisivo, il core business della sua fortuna e il pilastro del suo patrimonio, c’è un passaggio che segna una svolta decisiva. E chiama in causa direttamente le responsabilità del centrosinistra che, da una parte, criticava e attaccava l’avversario politico; dall’altra, favoriva o quantomeno tollerava la conquista dell’etere da parte di Sua Emittenza. A denunciarlo è oggi l’avvocato Massimo Cerniglia, uno dei fondatori dell’Adusbef, l’associazione dei consumatori specializzata nel settore finanziario, bancario e delle telecomunicazioni.

Nel 1999 il legale promosse un ricorso al Tar, con cui impugnava l’assegnazione delle frequenze televisive nazionali, sollevando una complessa questione di legittimità costituzionale della cosiddetta legge Maccanico (dal nome del ministro delle Comunicazioni, già segretario generale del Quirinale ai tempi di Sandro Pertini). E alla fine la Corte suprema accolse il ricorso di Cerniglia.

La storia comincia all’inizio di quel decennio, quando il 6 agosto ’90 fu approvata la legge Mammì, imposta da Bettino Craxi per sanare la situazione d’illegalità in cui la Fininvest aveva occupato le frequenze televisive, riservate fino ad allora al monopolio pubblico della Rai. Quel provvedimento vietava a un privato di controllare più del “25 per cento del numero di reti nazionali previste” e comunque non più di tre. Era, in buona sostanza, una compiacente fotografia dello ovvero una ratifica del fatto compiuto.

Non a caso quattro anni più tardi, il 7 dicembre 1994 la Corte costituzionale bocciò la legge Mammì definendola “incoerente e irragionevole”: a suo parere, insomma, non garantiva il pluralismo televisivo. Nel ’97, recependo quella sentenza, il Parlamento approvò la legge Maccanico (n. 249) che abbassava il limite alle concentrazioni tv: nessun soggetto poteva essere titolare di concessioni o autorizzazioni che consentissero di irradiare più del 20 per cento delle reti analogiche sul territorio nazionale. E rinviava tutto al Piano nazionale delle frequenze, posticipando la prorogatio all’aprile 1998.

“Mi resi conto allora – racconta il professor Cerniglia – che il grande successo politico di Berlusconi era da attribuire anche al suo enorme potere mediatico che condizionava le scelte elettorali di milioni di italiani”. Da qui, il ricorso alla Consulta. La decisione arrivò nel 2002: la Corte “dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 7, della legge n.249 nella parte in cui non prevede la fissazione di un termine finale certo, e non prorogabile, entro il quale i programmi irradiati eccedenti i limiti devono essere trasmessi esclusivamente via satellite o via cavo”.

Commenta il legale che aveva vinto il ricorso: “La legge Maccanico costituiva apparentemente un tentativo di riordino del sistema televisivo, mentre in realtà consentiva a Berlusconi di passare in modo indolore e con tempi certi, ma dilatati nel tempo, dall’analogico al digitale”. In pratica, il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi consentì alla Fininvest di mantenere Retequattro sine die, conservando la sua raccolta pubblicitaria di quasi mezzo miliardo di euro all’anno, a danno del pluralismo dell’informazione e della libera concorrenza.

Sarebbe stata poi nel 2004 la controversa legge Gasparri, rinviata alle Camere dal presidente Ciampi, ad ampliare artificialmente il Sic (Sistema integrato delle comunicazioni), per aumentare la base di calcolo del 20 per cento e consentire a Retequattro di continuare a trasmettere. “Lo strapotere mediatico di Berlusconi – conclude Cerniglia – è da addebitare in buona parte al centrosinistra che approvò la legge Maccanico, ma anche alla sua mancata opposizione alle leggi di Berlusconi”. Sic!

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