“NON È IL MIO PRESIDENTE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
15190
post-template-default,single,single-post,postid-15190,single-format-standard,stockholm-core-2.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.6,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.13.0,vc_responsive

“NON È IL MIO PRESIDENTE” da IL FATTO

“Non è il mio presidente”. Il problema non è il carabinierino: è molto più grave

Nando dalla Chiesa 12 FEBBRAIO 2024

Ci voleva la Franca Caffa. Ci voleva lei per squadernarci il senso dello Stato di questo Paese. Franca Caffa è l’ultranovantenne attivista, ex consigliere comunale milanese di Rifondazione comunista, che andando in manifestazione per Gaza si è messa a discutere con un carabiniere in ordine pubblico. E gli ha ricordato l’invito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a costruire la pace in Palestina. Sentendosi rispondere dall’uomo con gli alamari “Mattarella non è il mio presidente”. Una frase raggelante che più di qualsiasi altra spiega in che condizioni siamo oggi, in un tornante delicatissimo per il Paese e per il mondo. Il senso dello Stato: l’Arma è una delle poche cose certe e affidabili che ci siano in Italia. “Nei secoli fedele” non è solo un motto. È anche una orgogliosa rivendicazione. Che fa i conti con momenti di sbandamento che la storia ha pur presentato, ogni volta sconfitti da una lealtà di massa indiscutibile. Nemmeno il fascismo piegò a sé l’Arma, che ripudiò Salò per dare un importante contributo, solo da poco valorizzato, alla storia della Resistenza.

Se dunque un carabiniere arriva a rispondere così a una anziana cittadina, significa che sta succedendo qualcosa, direi nel Paese prima ancora che nell’Arma. Il giovane e timido carabinierino di Pane amore e fantasia non aveva studiato molto, ma era con certezza un cittadino rispettoso delle istituzioni e dei suoi superiori. Ai quali non per caso si rivolgeva con il classico “comandi”. Se ripasso anzi i ricordi personali non solo lui ma anche qualche suo ufficiale si alzava in piedi quando riceveva la telefonata di un superiore, figurarsi il presidente della Repubblica. Si studiava di meno, allora, ma c’era più senso dello Stato. Ossia più cultura vera. Oggi una cattiva scolarizzazione mostra i suoi frutti avvelenati: tra cui arroganza e atteggiamenti eversivi, come quelli del genitore che contesta e picchia il maestro.

Un nuovo analfabetismo civile (una “povertà educativa”) sbotta ovunque, non solo nella risposta del carabiniere di Milano. È un meccanismo che coinvolge anche i redditi alti. Ma l’ultimo luogo in cui possono passare queste dinamiche è esattamente l’Arma. Che molti e meritori sforzi dedica nelle proprie scuole alla formazione civica (che in questo caso sarebbe anche “militare”), ma che è evidentemente impegnata in una lotta quasi impari con quanto le succede intorno. Occorre davvero una risposta corale. E il senso dello Stato, risorsa fondamentale di una democrazia, che purtroppo la politica per prima strapazza a fini elettorali, si costruisce e difende in molti modi: con la severità come con l’inclusione. Severità verso chi, nello Stato, pensa di potere anteporre le proprie passioni (se ne ha) ai simboli più alti della Repubblica. Severità verso chi pensa di potersi impunemente scagliare contro chi fisicamente rappresenta lo Stato, e benissimo fa a mio avviso il ministro dell’Istruzione a prendere (finalmente!) le misure minime per difendere anche legalmente gli e le insegnanti dalle violenze di familiari fuori controllo. Ma anche offerta di uno Stato amico, oggi più che mai necessaria a partire dai pubblici uffici. E in questo senso, sempre a mio avviso, bene non fa il ministro a plaudire a punizioni draconiane contro le occupazioni studentesche (salvi vandalismi e violenze personali, si intende). Lo Stato “siamo noi” se c’è posto per tutti. E se un’occupazione per discutere dei grandi problemi del mondo (il femminicidio, la guerra) viene punita in massa, come al Tasso di Roma, non con i richiami o i tipici sette in condotta, ma con pene più severe di quelle previste per il bullismo reiterato si dà la sensazione che la legalità sia una variabile politica. E questo non aiuta. Paradossalmente è la stessa logica da cui nasce anche il “non è il mio presidente”. Il senso dello Stato: discutiamone, è urgente.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.