NON AIUTARE LE GUERRE NON È BOICOTTARE da IL MANIFESTO e TRT-E
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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NON AIUTARE LE GUERRE NON È BOICOTTARE da IL MANIFESTO e TRT-E

Non aiutare le guerre non è boicottare

ATENEI IN LOTTA. Con Gaza negli occhi, gli studenti di molte università nel mondo hanno messo in questione le collaborazioni scientifiche, tecnologiche e industriali con Israele. E oggi manifestano in molte città, a […]

  Giovanna Cifoletti 09/04/2024

Con Gaza negli occhi, gli studenti di molte università nel mondo hanno messo in questione le collaborazioni scientifiche, tecnologiche e industriali con Israele. E oggi manifestano in molte città, a Roma un corteo raggiungerà il ministero degli esteri.

L’università di Torino ha, per prima, rinunciato a partecipare al bando del ministero degli esteri, motivando la decisione con il possibile uso bellico delle ricerche comuni e con l’educidio in corso a Gaza. La reazione a tale decisione ha ricordato che «le università sono ovunque luoghi e cenacoli di pensiero critico». L’analoga decisione a Pisa ha suscitato la reazione negativa dell’Associazione amici della Normale, secondo cui «istituzioni universitarie come la Normale devono preoccuparsi di valorizzare sempre la scienza, la cultura e l’arte come elementi di dialogo e di raccordo universale».

Giusto. Un luogo di dialogo e di pensiero critico va conservato e difeso, a maggior ragione in guerra, quando è rimasto l’unico luogo. Quindi gli scambi scientifici con Israele vanno conservati e difesi. Ma quella terra ha due popoli. Se ad esempio si hanno scambi con Haifa o Tel Aviv bisogna conservare o attivare anche gli scambi con Bir Zeit o Al Quds, cioè con una delle quindici università in Cisgiordania o una delle undici università di Gaza, attualmente bombardate. È difficile? Eppure, la forza non deve determinare le condizioni del dialogo, che esiste in quanto dialogo binazionale. Questa è l’espressione usata dagli attivisti sul posto, la parte migliore del popolo israeliano e palestinese che con ostinazione da anni coltiva un dialogo binazionale – del «noi e loro» anziché «o noi o loro» – al di là dei torti e lutti subiti o delle sofferenze vissute.

Donne e uomini si concentrano sulla democrazia e sui diritti da realizzare ora, anche e soprattutto in Cisgiordania e Gaza. Le università statali italiane dovrebbero verificare la legalità degli accordi già esistenti con Israele. Gli accordi con università israeliane costruite negli insediamenti in Cisgiordania sono illegali quanto gli insediamenti stessi, è il caso dell’università Ariel. Tornando al bando Maeci, la Normale di Pisa ha motivato la sua decisione sugli scambi con il rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, il ripudio della guerra come soluzione dei conflitti. Si tratta allora di evitare accordi che possano avere un uso militare. Niente sembra più conforme al «dialogo e al raccordo universale» invocati dall’associazione pisana. Eppure, c’è chi ha contestato questo argomento, dicendo che allora si dovrebbero mettere in discussione anche le ricerche del celebre alunno Enrico Fermi. Il fisico peraltro non mancò di applicare il suo spirito critico anche alla bomba, in particolare a quella all’idrogeno.

Soprattutto, l’attuale crisi climatica impone con urgenza altre priorità: innovare per ridurre le emissioni, anziché investire nella distruzione che le moltiplicano. Il 3 aprile è emersa la notizia dell’uso del programma Lavender, l’intelligenza artificiale per individuare i membri di Hamas nel popolo di Gaza, gli obiettivi da uccidere. L’inchiesta, tradotta dal manifesto, mostra quanto sia pericoloso avere a disposizione una macchina di calcolo come garanzia d’imparzialità per strutturare la propaganda militare, mentre la macchina non è fatta per emettere giudizi singoli. È un esempio di ciò che l’università dovrebbe discutere, prima di impegnarsi a svilupparla. Dopo la normale di Pisa, in questi giorni il Cnr ha elaborato delle linee guida che vanno nel senso della moratoria sulle collaborazioni militari, pur mantenendo il principio della contrarietà al boicottaggio. Non collaborare sul piano bellico non significa essere nemici o non amici di Israele, ma semplicemente non partecipare alle sue guerre, né alle guerre di altri, proprio in coerenza con l’intento di preservare le università e la ricerca come spazi di dialogo. Tra i due opposti della cosiddetta neutralità degli scambi scientifici e il boicottaggio c’è quindi una soluzione più impegnativa ma importante per la funzione dell’università: il dialogo, il pensiero critico in azione.

***L’autrice è docente all’Ecole des hautes études en sciences sociales, Parigi.

Dalla Federico II al San Carlo, botte e proteste a Napoli. E oggi sciopero nazionale degli universitari

LA GIORNATA . Manganellate su chi manifestava contro le celebrazioni della Nato al San Carlo, feriti e contusi. In mattinata era stata occupato il rettorato dell’ateneo napoletano. Gli studenti dicono alla complicità della ricerca con il massacro in corso a Gaza. Oggi iniziative in 25 università italiane

Fabrizio Geremicca, NAPOLI  09/04/2024


Botte e proteste ieri pomeriggio a Napoli, nella centrale via Toledo. Era in programma la manifestazione al Teatro San Carlo per celebrare i 75 anni dalla fondazione della Nato. L’area intorno al Massimo era stata blindata dalle forze dell’ordine. Un centinaio di ragazze e ragazzi dei collettivi universitari e di Potere al Popolo hanno provato ad andare oltre e sono stati respinti a manganellate. Tre manifestanti sono stati feriti alla testa. Diversi i contusi.

L’iniziativa era in programma a conclusione di una giornata di mobilitazione cominciata con l’occupazione del rettorato dell’ateneo Federico II alla vigilia dello sciopero nazionale degli universitari contro il bando Maeci, che scade il 10 aprile. È quello promosso dal ministero per gli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per avviare iniziative di collaborazione industriale, scientifica e tecnologica tra Italia e Israele. Gli attivisti chiedono che gli atenei non presentino la propria camdidatura e che il Maeci sia ritirato.

ALCUNE DECINE DI RAGAZZE e ragazzi sono entrati nel rettorato, hanno calato sulla facciata principale lo striscione «Stop accordi con Israele» e hanno affisso una bandiera palestinese nella sala dove si svolgono il Consiglio di Amministrazione e il Senato Accademico. «Siamo stanchi – hanno poi scritto in un comunicato – di attraversare i nostri atenei mentre vengono raccontate bugie su bugie e mentre i luoghi del sapere vengono militarizzati».

Quel bando, ha detto Davide Dioguardi, uno degli attivisti, durante l’assemblea che si è svolta dopo l’irruzione nel rettorato, «è il punto di non ritorno della complicità dell’accademia con il criminale progetto di Nethanyau di cancellazione del popolo paestinese». Il motivo? «Prevede – ha detto Matteo Giardiello, esponente di Potere al Popolo – linee di finanziamento concentrate sullo sviluppo di tecnologie idriche e di gestione della distribuzione dell’acqua, tecniche e tecnologie agricole e sullo sviluppo di tecnologie ottiche che potrebbero rientrare nella categoria dual use».

In sostanza, dietro la cooperazione scientifica si nascondono, secondo i manifestanti, intese di collaborazione utilizzabili da Israele a scopi bellici e militari, anche nell’offensiva in corso ormai da diversi mesi nella striscia di Gaza.

«Questa intesa – hanno denunciato gli studenti – trasmette un messaggio: la morte di migliaia di palestinesi. Tali linee di finanziamento sono in contraddizione con le recenti misure adottate per analoghe, gravi violazioni da parte di altre potenze occupanti». Chiaro il riferimento alle vicende russo-ucraine. Gli occupanti avevano chiesto un incontro con il rettore Lorito, che non c’è stato.

SEMPRE IERI ALLA FEDERICO II, ma questa volta nella sede di Lettere e Filosofia, era previsto un incontro che aveva già suscitato la dura reazione della comunità ebraica napoletana.«Talking abouto a genocide» il titolo della iniziativa. Per bloccarla la presidente ed il consiglio della comunità ebraica di Napoli avevano indirizzato il 5 aprile una lettera al rettore Lorito. Sostenendoch ci sarebbe stato «un utilizzo tendenzioso del termine genocidio».

Protestavano, inoltre, per il manifesto che pubblicizzava l’evento mostrando un unico territorio della Palestina, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Il che, argomentava nella lettera la presidente della comunità ebraica, sarebbe una implicita negazione del diritto di esistere dello stato di Israeale. Gli attivisti pro Palestina ieri hanno risposto in questi termini: «Il tentativo di bloccare il dibattito ben testimonia il progetto sionista di occultare e cancellare il diritto ad esistere di un intero popolo che da più di 75 anni vive in condizioni di apartheid».

La giornata napoletana di proteste si è svolta alla vigilia dello sciopero nazionale degli universitari contro il bando Maeci, per il quale oggi sono in programma diverse iniziative in almeno 25 atenei sparsi in tutta Italia.

Genocidio, educazione, ecocidio e le varie forme di distruzione nella Striscia di Gaza

La situazione a Gaza ha spinto accademici e attivisti a usare termini familiari, così come nuovi, per descrivere l’enorme danno che sta causando alla cultura, all’ambiente, alle infrastrutture e all’istruzione della società palestinese.

TRT-E   08/04/2024

In seguito all’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza , migliaia di vite sono andate perse e interi quartieri sono stati ridotti in macerie. Questo segna uno dei momenti più mortali e oscuri della storia della regione.

Vaste zone dell’enclave sono state ridotte in macerie dal 7 ottobre a causa degli attacchi aerei e dei bombardamenti israeliani.

Morte e disperazione regnano: quasi 28.000 persone sono state uccise dalle forze israeliane, mentre l’85% dei 2,2 milioni di abitanti sono sfollati.

Le persone sono state costrette a sopravvivere nutrendosi di mangimi animali e acqua contaminata poiché Israele ha quasi completamente sospeso le forniture all’enclave assediata dall’inizio del conflitto che è ormai entrato nel suo quinto mese.

Esperti e organizzazioni per i diritti umani affermano che nella regione si stanno sviluppando molteplici forme di distruzione, equivalenti a crimini contro l’umanità e crimini di guerra .

L’offensiva mortale di Israele contro Gaza è stata definita un genocidio da esperti, accademici, attivisti e politici delle Nazioni Unite. Il mese scorso, la Corte internazionale di giustizia ha emesso una sentenza provvisoria nel caso del Sudafrica contro Tel Aviv, rilevando che esiste il rischio plausibile che a Gaza si stia verificando un genocidio.

Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948, questo crimine si riferisce ad atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, compreso l’omicidio, che causano gravi danni fisici o mentali, infliggono deliberatamente condizioni di vita destinati a provocarne la distruzione fisica totale o parziale, imponendo misure intese a impedire le nascite all’interno del gruppo o trasferendo forzatamente i propri figli in un altro gruppo.

La situazione devastante a Gaza ha spinto studiosi e attivisti a usare termini familiari, così come nuovi, per descriverla, così come il danno massiccio ed esteso che sta causando alla cultura, all’ambiente, alle infrastrutture e all’istruzione della società palestinese.

“Sembra che ci sia una distruzione intenzionale di case. C’è una distruzione di luoghi di culto, soprattutto di moschee. C’è una distruzione di università e scuole, che sembra essere intenzionale. Certamente può essere inclusa nei crimini di guerra, può essere inclusa nei crimini contro l’umanità e può essere incluso nel genocidio”, secondo Omer Bartov, professore di studi sull’Olocausto e sul genocidio alla Brown University.

Parte del genocidio e della sua definizione è la distruzione di un gruppo insieme alla sua cultura, ha spiegato. Anche se questi termini “non hanno alcun valore in termini di diritto internazionale”, Bartov ha detto all’agenzia Anadolu che ciò che conta in termini di definizioni legali internazionali sono i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio.

L’Agenzia Anadolu ha analizzato le varie forme di distruzione che hanno luogo a Gaza.

Educidio: Distruzione dell’Istruzione

L’attacco mortale di Israele ha causato ingenti danni alle istituzioni educative della società palestinese.

Rula Alousi, accademica del Regno Unito, nella sua ricerca definisce l'”educidio” come un genocidio dell’educazione. La parola educidio è stata usata per la prima volta da Pluto Press nel novembre 2009, sulla base dell’indagine di Alousi sull'”omicidio sistematico di accademici e élite intellettuali iracheni” dall’invasione americana del paese nel 2003 e se questo potesse costituire un caso di educidio.

Dell’enorme bilancio delle vittime a Gaza, così come delle altre centinaia nella Cisgiordania occupata, circa 4.895 sono studenti. Almeno altri 8.514 studenti sono stati feriti dalle forze israeliane dal 7 ottobre, secondo quanto riferito dai media che citano il Ministero dell’Istruzione palestinese.

Dall’inizio del conflitto sono stati arrestati circa 89 studenti, secondo il Ministero, che ha anche indicato che più di 230 insegnanti sono stati uccisi e più di 830 sono rimasti feriti.

L’agenzia di stampa palestinese WAFA riferisce che circa 620.000 studenti rimangono “privi di iscrizione” alle loro scuole dal 7 ottobre.

Secondo la WAFA, almeno 286 scuole pubbliche sono state distrutte e 65 scuole dell’UNRWA sono state danneggiate o bombardate da Israele.

I rapporti riferiscono che 12 istituti di istruzione superiore (tutte le università di Gaza) sono stati danneggiati o distrutti.

L’ONU accusa Israele di aver commesso un genocidio usando la fame come arma a Gaza

Ecocidio: distruzione dell’ambiente

La guerra di Israele contro Gaza ha causato gravi danni all’ambiente a causa delle munizioni utilizzate.

“Ecocidio” si riferisce alla “devastazione e distruzione dell’ambiente a scapito della vita”, afferma l’Istituto di diritto europeo.

Secondo l’organizzazione no-profit con sede a Vienna, il concetto è stato coniato durante la guerra del Vietnam negli anni ’70 dal professore di biologia americano Arthur Galston, mentre protestava contro l’uso da parte dell’esercito americano della sostanza chimica “erbicida e defoliante” Agent Orange per distruggere la copertura vegetale e i raccolti dei nemici. truppe.”

Secondo un rapporto condiviso in esclusiva dal quotidiano britannico The Guardian, durante i primi due mesi di guerra, le emissioni totali del conflitto ammontavano a 281.315 tonnellate di anidride carbonica.

Zeinab Shuker, assistente professore di sociologia alla Sam Houston State University in Texas, osserva in un articolo per The Century Foundation che l’attacco israeliano a Gaza ha avvelenato la sua terra e l’acqua.

Si afferma che i bombardamenti hanno reso tutte le “principali aree urbane… inabitabili”.

Secondo Shuker, le risorse ambientali di Gaza vengono “avvelenate, esaurite o distrutte” e il loro recupero richiederà probabilmente generazioni.

Vedi anche:  La carestia generata dagli attacchi israeliani colpisce anche gli animali nella Striscia di Gaza

Circa il 97% dell’acqua di Gaza è diventata inadatta al consumo umano, afferma.

“Gli impianti di trattamento dell’acqua e delle acque reflue di Gaza necessitano anche di elettricità e carburante, le acque reflue sfociano nel Mar Mediterraneo”, aggiunge.

L’articolo cita anche il Consiglio norvegese per i rifugiati, il quale indica che più di 130.000 metri cubi di liquami non trattati provenienti da Gaza sono stati scaricati nel Mar Mediterraneo in ottobre, con “conseguenze disastrose per l’ambiente”.

Lo studioso sottolinea inoltre che le sostanze contenute nelle bombe e in altre munizioni, compreso il fosforo bianco incendiario, possono avere impatto su fiumi e falde acquifere.

Domicilio: la distruzione di

Israele ha sganciato 40.000 tonnellate di esplosivi sulla Striscia di Gaza dal 7 ottobre.

“Circa 69.700 case sono state completamente distrutte e 187.300 hanno subito danni parziali”, nota Euro-Med Monitor.

“Le strutture prese di mira da Israele durante i suoi continui attacchi includono 320 scuole; 1.671 strutture industriali; 183 strutture sanitarie, inclusi 23 ospedali, 59 cliniche e 92 ambulanze; 239 moschee; tre chiese; e 170 uffici stampa”, si legge. gruppo per i diritti umani in un articolo di metà gennaio.

Il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’abitazione, Balakrishnan Rajagopal, ha affermato in un recente editoriale sul New York Times che durante i primi tre mesi della repressione, “uno scioccante 60-70% delle strutture a Gaza, e fino all’84% delle strutture in alcune parti del nord di Gaza sono state danneggiate o distrutte”.

Bartov, professore alla Brown University, dice all’Agenzia Anadolu che un altro termine correlato utilizzato è urbicidio, “cioè distruggere i centri urbani”.

Culturicidi: distruzione della cultura

“La distruzione del patrimonio culturale a Gaza impoverisce l’identità collettiva del popolo palestinese, nega irrevocabilmente la sua storia e viola la sua sovranità”, afferma un rapporto sui danni degli attacchi israeliani contro “archivi, biblioteche e musei in Gaza” della Rete dei Bibliotecari e degli Archivisti di Gaza.

Secondo Al Jazeera, quasi 200 siti di importanza storica sono stati “distrutti o danneggiati dagli attacchi aerei israeliani contro l’enclave palestinese negli ultimi 100 giorni”, tra cui biblioteche, musei, moschee e chiese.

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