“NOI, GIORNALISTI D’INCHIESTA CURIAMO QUEST’ERA MALATA” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“NOI, GIORNALISTI D’INCHIESTA CURIAMO QUEST’ERA MALATA” da IL FATTO

“Noi, giornalisti d’inchiesta curiamo quest’era malata”

ALBERTO NERAZZINI – Cronista “ostinato”, è presidente anche di DIG, il Festival della stampa investigativa

SABRINA PROVENZANI  23 SETTEMBRE 2023

È uno dei migliori giornalisti d’inchiesta italiani, forse il più ostinatamente indipendente. Alberto Nerazzini è il presidente di DIG, il Festival italiano di giornalismo investigativo giunto all’ottavo anno, in corso a Modena fino a domani.

Partiamo dal titolo dell’edizione Don’t give up: “Perché se l’indifferenza è un male incurabile, la rassegnazione è ‘solo’ una delle grandi patologie di questo tempo storto e sporco. E per noi la cura c’è”. Quale?

Il giornalismo investigativo è la cura per eccellenza, perché senza le società si ammalano. Ma la rassegnazione verso un panorama giornalistico italiano deludente è legittima. Don’t give up, non mollare, è quindi un incoraggiamento a non accettare la rassegnazione, rivolto sia ai “giornalisti giornalisti”, che malgrado la fatica non si accontentano delle redazioni garantite ma non libere, sia ai tanti che esplorano altri territori di racconto, non tradizionalmente in mano ai giornalisti. Da Forensic Architecture che ha ricostruito la verità sul bombardamento del teatro di Mariupol all’artista ucraina Inga Levi, che dal terzo giorno di guerra disegna la banalità del male. Il giornalismo d’inchiesta, cioè lo scavo nella complessità e nella realtà, è un linguaggio universale che davvero non ha frontiere.

DIG è nato nel 2015. In questi anni come è cambiato il giornalismo investigativo in Italia?

Luciana Alpi chiese pubblicamente di chiudere l’esperienza ventennale del Premio Ilaria Alpi, che era nato per trovare la verità sulla morte di sua figlia, ma era diventato terribilmente autoreferenziale, una piacevolissima sagra di giornalisti perlopiù italiani e legati alla Rai. Abbiamo creato DIG, acronimo che in inglese significa scavare, determinati a proporre un festival diverso, aperto ad altri Paesi e ad altre forme di inchiesta e determinato a essere utile. Allora il giornalismo investigativo italiano non se la passava bene e non mi sembra ora vada molto meglio, ma da allora siamo sempre riusciti a mettere 15 mila euro a disposizione di un progetto d’inchiesta.

Da cosa dipende l’anomalia italiana, un Paese pieno di storie e senza un reale tessuto produttivo per le inchieste, malgrado il pubblico che esiste?

Da noi non c’è un servizio pubblico con investimenti e credibilità. Penso alla Svezia, dove un programma come Mission Investigate, il cui direttore Axel Björklund è qui in giuria, investe centinaia di migliaia di euro per denunciare una tangente da 50 mila euro. Noi siamo il Paese di piazza Fontana, Aldo Moro e Berlusconi, su cui ancora non sappiamo la verità…

Il programma è ricchissimo, 100 incontri in quattro giorni. Come avete scelto?

La selezione è un lavoro enorme, ma abbiamo individuato tre temi: il cambiamento climatico, l’impatto dell’algoritmo sull’informazione e il lavoro. Cerchiamo di fare chiarezza nella spessa coltre di propaganda: mi perdoni la retorica, cerchiamo sempre l’uomo, il racconto della vita dell’uomo.

Algoritmo e Ai: il modello di business e il potere dei social sta emarginando le fonti affidabili di news.

Torno all’uomo. Mi fa pensare lo sciopero di autori e attori di Hollywood che rischiano di essere sostituiti dall’Ai. Non potrebbero essere più lontani dall’inferno del lavoro precario, ma subiscono le stesse dinamiche. La creatività dell’esperienza umana non può essere riprodotta dall’Intelligenza artificiale, ma bisogna tornare a praticarla anche nel racconto della realtà, che non è quello dei social o delle emozioni calcolate al minuto delle piattaforme di streaming.

Uno dei fronti della guerra in Ucraina è la propaganda. Un lettore come fa a districarsi?

Sempre con l’inchiesta, che è l’unica forma giornalistica che non si è adagiata nella gabbia dei social. Sull’Ucraina, come sul racconto delle migrazioni, il giornalismo ha dato una pessima prova; ma io sono convinto che anche nelle condizioni più proibitive il modo per fare inchiesta si trova sempre.

Forse commettete l’eresia contemporanea di umanizzare la Russia con Inside Russia: Traitors and Heroes della Bbc e La Libertà di Paolo Nori…

Diciamo che è una risposta alla censura anti russa che è uno dei frutti della propaganda su questa guerra, che ha colpito anche Nori. La sua pièce La Libertà è un grande inno all’anarchia. In linea con un altro ospite, il magistrato Nicola Gratteri, uno sempre fuori dal sistema.

Lei sta per partire con 100 minuti, un programma di inchieste per La7 ideato con Corrado Formigli.

Sono otto puntate, otto documentari su otto grandi temi. Continuerò il lavoro già iniziato per Piazza Pulita sulle infiltrazioni della mafia nel litorale romano. E poi la distruzione della sanità pubblica, il lavoro, gli estremismi. Inchieste in prima serata col linguaggio quasi scomparso del documentario.

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