NO! NO! IL PATERNALISMO PROIBIZIONISTA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
7596
post-template-default,single,single-post,postid-7596,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

NO! NO! IL PATERNALISMO PROIBIZIONISTA da IL MANIFESTO

Il paternalismo proibizionista del «Dottor Sottile»

 

Leonardo Fiorentini, Marco Perduca  17.02.2022

La conferenza stampa del presidente della Corte costituzionale con cui sono stati comunicati i giudizi di ammissibilità degli ultimi referendum ci ha fatto fare un salto indietro nel tempo.  Una voce centrale della politica italiana dei primi anni Novanta, quando per l’appunto veniva adottato il Testo unico sugli stupefacenti. Dopo esser entrato irritualmente nel merito dell’inammissibilità del referendum sull’eutanasia, ha presentato le motivazioni contro l’ammissibilità di quello sulla cannabis.

Col più classico dei paternalismi proibizionisti, Giuliano Amato ha anticipato le motivazioni del no della Consulta: il contrasto con le convenzioni internazionali, il mancato riferimento dei ritagli alla cannabis.

Il quesito mirava a depotenziare gli effetti penali della 309 del 1990 depenalizzando la coltivazione a uso personale. Come spiegato per mesi e ribadito in Corte il 15 febbraio scorso, il testo referendario non violava alcuna convenzione dell’Onu, anche perché, come ricordato dalla Sessione Speciale dell’Assemblea Generale del 2016, le Convenzioni sono da ritenere tanto flessibili quanto interpretabili. A riprova di ciò la decriminalizzazione, se non legalizzazione, di Uruguay, Canada e Malta e 19 Stati USA, senza la loro uscita dalle tre Convenzioni.

A differenza di quanto accade con la cannabis, per ottenere cocaina ed eroina dalle rispettive piante non è sufficiente coltivare, ma occorrono altre condotte come depurazione, sintetizzazione, trasformazione, produzione, fabbricazione che il quesito non interveniva. Così come la detenzione illecita di piante e foglie (che sono elencate nelle tabelle) a fini di spaccio non era toccata dal ritaglio previsto, continuando così a essere adeguatamente punita. La stessa Convenzione del 1961 non obbliga gli Stati a proibire tout court la coltivazione lasciando quindi quella gradualità necessaria affinché il quesito rimanesse nell’ambito degli impegni internazionali dell’Italia.

Il riferimento di Amato alle tabelle delle legge 309/90 ha omesso di ricordare che dall’anno della bocciatura della Legge Fini-Giovanardi (2014) il comma 4 dell’articolo 73 – che definisce le pene per le cosiddette “droghe leggere” contenute nella tabelle II (cannabis) e IV (Benzodiazepine) – è tornato a riferirsi alle condotte contenute nel comma 1. Come motivato nella memoria depositata dal comitato promotore, l’unico effetto dell’intervento abrogativo sarebbe stato rendere penalmente irrilevante la coltivazione a uso personale grazie al già citato permanere delle altre condotte rivolte allo spaccio, in primis la detenzione.

Oltre a confondere “sostanze” con “piante”, Amato ha parlato di «inidoneità» del testo piuttosto che inammissibilità – sviste, o leggerezze, che dal «Dottor Sottile» non ci si sarebbero aspettate. Il fatto che invece siano arrivate all’ultimo minuto ci deve far parlare di “boccone avvelenato”, di decisioni politiche prese sui due referendum che avevano a che fare con scelte individuali senza ripercussioni su salute o ordine pubblico, proposte sottoscritte da quasi due milioni di persone in un’estate di partecipazione popolare diretta come mai se n’erano viste nella storia repubblicana. E dire che era stato Amato stesso ad aver invitato a «cercare di vedere se ci sono ragionevoli argomenti per dichiarare ammissibili referendum che pure hanno qualche difetto».

Leggeremo con attenzione le motivazioni ma, a oggi, in virtù di questa e delle precedenti decisioni della Corte sui referendum sulle droghe, in Italia la legge sugli stupefacenti non può essere modificata per via referendaria né viene degnata di alcuna attenzione politica dalle forze parlamentari. Neanche da quelle che a parole sarebbero a favore di riforme.

La Consulta di questi ultimi due giorni pareva una torre d’avorio dove il popolo sovrano è stato guardato dall’alto senza alcuna attenzione al mutato sentire della società. La naturale ed evidente evoluzione del diritto vivente – si pensi alla decisione della Corte di Cassazione sulla coltivazione ad uso personale del 2019 – o le diverse condizioni internazionali sono stati ritenuti elementi di contorno. Un contorno che con crescente disincanto e disinteresse guarda ai bocconi avvelenati che gli vengono propinati, convinto di non meritarseli.

Referendum cannabis, il no della Corte: «Tabelle errate»

Colpo in cannabis. La Consulta boccia anche il quesito per depenalizzare la coltivazione di piante psicotrope. Il «dottor Sottile» torna sull’eutanasia: «Problema di parole fuorvianti: è omicidio del consenziente»

Eleonora Martini  17.02.2022

Bis della Consulta. «Inammissibile», dopo quello sull’eutanasia legale, anche il referendum sulla cannabis. Anzi, «sulle sostanze stupefacenti», tiene a sottolineare il presidente della Corte costituzionale Giuliano Amato nella conferenza stampa – un’assoluta novità, per la Consulta – tenuta ieri sera per comunicare la decisione maturata in giornata sui sei quesiti referendari riguardanti la giustizia (promossi da Lega e Partito radicale) e su quello per depenalizzare la coltivazione della marijuana sottoscritto da 600 mila firme digitali. E per tornare sulla decisione del giorno prima.

QUELLO che proprio non funziona, secondo Amato, nel quesito referendario sulla cannabis, è soprattutto il primo dei tre ritagli proposti al T.U. sulle droghe, il 309/90: «Il quesito è articolato in tre sotto quesiti – spiega il presidente della Consulta – ed il primo, relativo all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga, prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Mentre la cannabis è nella tabella 2. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali plurimi che abbiamo e che sono un limite indiscutibile dei referendum». In più, «ci portano a constatare la inidoneità rispetto allo scopo perseguito perché il quesito non tocca altre disposizioni che rimangono in piedi e che prevedono la responsabilità penale delle stesse condotte». Se il quesito non avesse riportato questo «errore», sostiene Amato rispondendo alla domanda di un giornalista, avrebbe potuto anche essere ammesso. «Ma non sono io che scrivo i quesiti», aggiunge.

L’art. 73 comma 1 prevede però, secondo l’ultima versione della legge che viene aggiornata ogni anno, 17 condotte penali «di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14». Da queste condotte, il quesito prevedeva di abrogare la parola «coltiva». In breve, si sarebbe potuto coltivare qualsiasi pianta psicotropa ma non si sarebbe potuto né trattarla, né raffinarla, come nel caso del papavero per ottenere l’oppio, per esempio. Sulla questione riguardante l’«errore» delle tabelle, c’è giudizio discordante, perché effettivamente – come ha ipotizzato lo stesso Amato immaginando una possibile «confusione» da parte dei promotori del referendum – dopo la bocciatura da parte della stessa Consulta, nel 2014, della legge Fini-Giovanardi che metteva tutte le sostanze nella stessa tabella, compresa la cannabis, il testo sulle droghe è stato rivisto. Più volte, però. Per Amato, i promotori del referendum «si sono rifatti erroneamente alle tabelle della Fini-Giovanardi».

IL COMITATO promotore composto da decine di associazioni che lavorano sugli stupefacenti da decenni, invece, ritiene la lettura di Amato sbagliata: dopo il 2014, scrivono, «il comma 4 è tornato a riferirsi alle condotte del comma 1, comprendendo così la cannabis. La scelta è quindi tecnicamente ignorante e esposta con tipico linguaggio da convegno proibizionista». Ma la sentenza è inappellabile.

Gli altri due ritagli proposti dal quesito riguardavano l’articolo 73, comma 4, «limitatamente alle parole “la reclusione da due a 6 anni e”», e l’articolo 75 riguardo alla sospensione della patente di guida e il divieto di conseguirla per un periodo fino a tre anni.

IL «DOTTOR SOTTILE» però si è intrattenuto ieri con i giornalisti anche per motivare meglio la bocciatura, arrivata martedì sera, del referendum «Eutanasia legale»: anche qui, secondo Amato, non si tratta di «eutanasia» ma di «omicidio del consenziente». «È una questione di termini, di parole fuorvianti, ed è il motivo che mi ha indotto ad essere qui oggi», ha spiegato ieri sera dal Palazzo della Consulta. «Definirlo referendum sull’eutanasia genera legittime aspettative nelle persone che stanno soffrendo e che si aspettano di non essere discriminate nella loro richiesta di morire con dignità. Peccato però che il quesito riguardava l’omicidio del consenziente, e avrebbe finito per legittimare casi al di fuori del mondo eutanasico». Per colmare quello che il presidente dei giudici costituzionalisti definisce la «legittima aspettativa» dei malati che chiedono l’eutanasia, «ci vuole una legge».

Se gli estensori del quesito, afferma ancora Giuliano Amato, «avessero sollevato la legittimità costituzionale dell’articolo 579 c.p.» anziché chiederne l’abrogazione parziale, «avrebbe potuto essere trattato come è stato fatto con il suicidio assistito», dice riferendosi alla sentenza della Corte del 2019 (a quel tempo molto diversa nella composizione, però) “Cappato/Dj Fabo” che ha depenalizzato l’aiuto al suicidio in determinate condizioni del richiedente. «Ciò che ha affermato Amato – risponde l’avvocato Filomena Gallo che ha illustrato il quesito davanti alla Consulta – è quello che hanno riportato alcuni giornali nei mesi passati e di cui puntualmente veniva dimostrata la fallacia giuridica e applicativa. L’art. 579 c.p. è la norma che oggi in Italia punisce condotte di tipo eutanasico, dunque una sua parziale abrogazione, ferma restando la tutela delle persone vulnerabili, avrebbe reso l’eutanasia legale. Tutti gli esempi fatti che non rientrano in circostanze di malattia, sono oggi trattati dalla giurisprudenza facendo ricorso ad altri reati, primo fra tutti l’omicidio doloso. Da un punto di vista giurisprudenziale ed applicativo l’art. 579 c.p. ad oggi ha la mera funzione di impedire l’eutanasia legale nel nostro Paese».

SECONDO Amato la trattazione giurisprudenziale non è materia della Corte costituzionale. E a Marco Cappato, che ha accusato i giudici di «sentenza politica», il presidente risponde: «Io sono assai meno politico di lui». Su questo punto il commento del leader dell’Associazione Coscioni è il silenzio. Ed è giusto così.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.