NÉ I LEP, NÉ I LEA LIVELLANO LE DIFFERENZE NELLA SANITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NÉ I LEP, NÉ I LEA LIVELLANO LE DIFFERENZE NELLA SANITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO

Né i Lep, né i Lea livellano le differenze nella sanità

LEGGE CALDEROLI. Nella sanità per avere una eguaglianza sostanziale non basta una eguaglianza formale

Ivan Cavicchi  02/02/2023

Il regionalismo differenziato già esiste (4 Regioni), è previsto dalla Costituzione (riforma 2001 del titolo V) che va applicata; inoltre si tratta di una proposta del centro sinistra, e prima di fare il regionalismo differenziato c’è da garantire l’universalismo delle prestazioni.

Cioè i Lep. Il prof Cassese ha così sintetizzato il suo pensiero sulla proposta presentata dal ministro Calderoli al governo (la 7 Omnibus 31 gennaio 2023). Ho citato il prof Cassese perché per me rappresenta un maitre a penser saggio e equilibrato.

Ma non in questa occasione, perché un vero saggio non dovrebbe limitarsi a seguire il proceduralismo formale delle leggi (le leggi, anche se fatte dal centro sinistra, potrebbero essere sbagliate e se sbagliate dovrebbero essere corrette); dovrebbe conoscere in subjecta materia le vere complessità in gioco; dovrebbe essere attento alle antinomie. Se si vuole differenziare allora è perché si è uniformato e non si vuole uniformare più.

La condizione dalla quale Cassese fa dipendere la fattibilità del regionalismo differenziato, cioè i Lep, è una condizione, per la sanità, del tutto insussistente ma soprattutto è una condizione insufficiente a garantire l’universalismo che lui auspica.
In sanità considerando le irriducibili complessità in gioco, non bastano né i Lea né i Lep per garantire l’universalismo. La ragione è semplice: in sanità per avere una eguaglianza sostanziale non basta una eguaglianza formale.

Per esempio (trascurando del tutto le questioni della singolarità e del contesto) a parità di malattia, per avere una cura adeguata, bisognerebbe che fosse garantita dalle stesse strutture, dagli stessi operatori in qualità e numero, con le stesse risorse, usando le stesse metodologie quindi supponendo prassi analoghe.

Ma siccome nella realtà queste condizioni non esistono, è incongruo, illusorio definire i Lep senza prima ridefinire le condizioni di funzionamento della sanità pubblica quindi le sue organizzazioni adatte. Ma non solo. Essendo la sanità pubblica sempre più privata, il mix pubblico/privato alla fine si rivela decisivo a cambiare le prestazioni da regione a regione.

Nella letteratura nazionale e internazionale abbiamo evidenze che ci dicono che la mortalità è più alta nella sanità privata e più bassa in quella pubblica. E questo anche se sia il pubblico che il privato si riferiscono agli stessi Lea o agli stessi Lep. Le prestazioni descritte nominalmente nei Lep o nei Lea sembrano uguali e definite con lo stesso nome ma quelle del privato sono diverse da quelle del pubblico. A renderle diverse è il loro scopo e i modi che si usano per conseguirlo.

Se l’obiettivo è il rispetto del diritto, le prestazioni saranno di un tipo se invece lo scopo è il profitto le stesse prestazioni saranno di altra specie. Secondo il principio tomista agere sequitur esse cioè “l’agire segue l’essere” quindi la prestazione finisce con il dipendere da chi la fa e da come si fa.

Infine vorrei ricordare al prof Cassese, che in sanità i Lea sono stati introdotti nel 1992 per ragioni di risparmio (all’inizio si parlava di prestazioni, poi di prestazioni minime e infine di prestazioni essenziali), che dopo la loro introduzione le diseguaglianze nel paese sono cresciute e che i Lea non hanno impedito alle regioni del nord di lucrare con la mobilità sanitaria sulle regioni del sud . Se per magia dovessimo fare i Lep garantendo al sud le prestazioni che non ha, si deve sapere che le regioni del nord senza la mobilità sanitaria rischierebbero di chiudere bottega.

Il fondo di perequazione che propone Calderoli è una vera foglia di fico. Non credo che basti rendere il mondo formalmente uguale per dire che le differenze regionali non sono più un problema. Non è così. Al prof Cassese bisognerebbe porre una semplice domanda: ammesso che i Lep non siano una garanzia di universalità, il regionalismo differenziato lo farebbe o no?

Sanità, ritardi liste d’attesa: “1 su 3 fa la polizza privata”

FUGA DAGLI OSPEDALI – Il 30% degli italiani ricorre alle assicurazioni per dribblare i tempi del pubblico e passare ai convenzionati. Affare per le compagnie: +15%

 NATASCIA RONCHETTI  2 FEBBRAIO 2023

In Calabria nel primo semestre del 2019 le prime visite specialistiche erogate dal servizio sanitario pubblico furono poco più di 332 mila, nello stesso periodo del 2022 erano scese a 211.715 (-36,23%). In fondo si potrebbe pensare a una eccezione, date le condizioni della disastrata (e commissariata) sanità calabrese. Ma non è affatto così. Le lunghe liste d’attesa, aumentate a dismisura con la pandemia, stanno affossando la sanità pubblica italiana. E praticamente nessuna Regione riesce a sottrarsi all’agonia. Al netto della Toscana – cioè l’unica che nei primi sei mesi dello scorso anno è riuscita ad aumentare lievemente le prestazioni di specialistica ambulatoriale, recuperando un po’ di terreno rispetto al 2019, prima dell’ondata pandemica – ovunque si assiste a un crollo (dati Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali).

Un dato al ribasso che è abissale nella provincia di Bolzano (-46,03%), in Valle d’Aosta e Molise (siamo oltre il 27%). Ed è comunque rilevante in regioni che si sono conquistate i galloni di eccellenze sanitarie e che ora, invece, mostrano tragicamente la corda. Parliamo di Lombardia, (-11,12%), Emilia-Romagna (-12,26), Veneto (-13,07). E allora chi può si rifugia nella stipula di una polizza assicurativa sanitaria, per garantirsi la copertura delle spese mediche in una clinica o in un poliambulatorio privati. Non solo per una visita specialistica. Ma anche per un costoso esame diagnostico o per un intervento chirurgico. E infatti, in corsa da alcuni anni nel ramo salute, le compagnie di assicurazioni stanno facendo ottimi affari: la raccolta premi – vale a dire l’ammontare di quanto gli italiani pagano per assicurare la loro salute – è in aumento da anni. Dopo un 2021 nel quale ha raggiunto i 3,3 miliardi (con una crescita media annua dal 2017 del 4,7%, ben superiore alla media totale del settore) nei primi nove mesi del 2022 hanno totalizzato 2,6 miliardi. E questa volta il balzo è stato del 15% rispetto all’analogo periodo del 2021. In pratica, come emerge da una recentissima ricerca dell’Osservatorio sanità di Unisalute (gruppo Unipol) il 30% degli italiani possiede già una polizza sanitaria, sia essa collettiva (cioè prevista dal contratto di lavoro) o individuale. Mentre la stragrande maggioranza di chi la stipula individualmente – il 43% – ripiega su questa forma di tutela, sempre secondo l’Osservatorio di Unisalute, come exit strategy al dramma delle interminabili liste d’attesa nella sanità pubblica. Del resto (la fonte è sempre Agenas) in due grandi aree di intervento – quella cardiovascolare e quella dei tumori maligni – il termine dei 30 giorni per l’erogazione della prestazione non è quasi mai rispettato in nessuna regione. La compagnia del gruppo Unipol in soli tre anni ha portato i propri clienti da 8,6 milioni a 11, per una raccolta pari a 519 milioni. Ed è in crescita un altro colosso delle assicurazioni, Intesa Sanpaolo Assicura Rbm salute, che ormai controlla una quota di mercato pari al 15%, con 400 milioni di raccolta. La domanda si sposta sempre di più verso il rimborso delle spese mediche, che costituiscono il 60,3% dei premi, con un aumento di quasi il 30% proprio tra le polizze individuali. Le prestazioni più richieste? La copertura per gli interventi chirurgici, le visite specialistiche, la prevenzione o la fisioterapia. Va detto però che quanto pagano gli italiani per salvaguardare in una struttura sanitaria privata la loro salute è solo in parte direttamente correlabile ai ritardi e alle inefficienze della sanità pubblica nelle varie aree del Paese.

A fare davvero la differenza sono le condizioni economiche dei vari territori. Si spiega così il grande divario tra Nord e Sud nella spesa sanitaria privata pro capite, che è più alta nelle regioni del Settentrione (più ricche) e si dimezza in quelle del Mezzogiorno (più povere). In Lombardia supera i 700 euro, in Emilia-Romagna arriva a 656, in Veneto a 646. Agli ultimi posti invece troviamo la Sicilia (301), la Campania (298), la Calabria (281) e la Basilicata (274).

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