MANOVRA, ECCO L’ITALIA CHE SI ARRANGIA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MANOVRA, ECCO L’ITALIA CHE SI ARRANGIA da IL FATTO

Manovra, ecco l’Italia che si arrangia da sola

ELENA GRANAGLIA  5 DICEMBRE 2023

Secondo le stime presentate dalla Banca d’Italia nella recente audizione, la legge di Bilancio per il 2024 produrrebbe una lieve riduzione della disuguaglianza dei redditi disponibili (equivalenti) con un beneficio più accentuato per le famiglie nella parte medio-bassa della distribuzione dei redditi. L’indice di Gini, la misura di disuguaglianza tipicamente usata, diminuirebbe di 0,3 punti percentuali.

Sembrerebbe un risultato positivo. Non è così. Non perché si voglia sempre altro e di più, senza badare ai vincoli delle risorse. La ragione è che la lieve riduzione nella disuguaglianza dei redditi, peraltro transitoria, dato il carattere temporaneo della maggior parte delle misure, si associa a molti altri costi, che rischiano di mandare in fumo anche questo beneficio. Detto in altri termini, la questione non è che la manovra fa poco. Fa male.

Innanzitutto, continua la svalutazione del welfare pubblico. Certo, la Sanità ha 3 miliardi in più, ma i soldi sono destinati essenzialmente al rinnovo dei contratti e agli acquisti di prestazioni dai privati, quando abbiamo il retaggio del Covid da colmare, la sanità territoriale da sviluppare e partiamo da un livello di spesa pubblica del tutto inadeguato (nel 2022 la spesa pubblica pro-capite in Italia era 2.208 euro, mentre era 5.086 euro in Germania e 3.916 euro in Francia). Non un euro è messo sulla non auto-sufficienza, mentre sono diminuite le risorse per gli Enti locali, attori centrali per fronteggiare i bisogni di assistenza. Al contempo, sono confermati gli sgravi per il welfare fiscale. E questi sono solo alcuni esempi.

Due sono gli effetti principali. Da un lato, le carenze dei servizi riducono il potere d’acquisto delle risorse in più lasciate nelle tasche delle persone. Dall’altro lato, è furtivamente favorita la delegittimazione del welfare pubblico. Di fronte ai tempi di attesa per una visita urgente nel pubblico, la rapidità del privato non può che essere attraente. Peccato che l’attrattività valga solo per alcune prestazioni e per chi ha i soldi per pagarsele. Certo, i vincoli delle risorse sono indiscutibili. Ma l’ossessione nei confronti del “pizzo” di Stato ne crea essa stessa altri, scegliendo deliberatamente di aumentarli: abbiamo meno risorse perché circa 15 miliardi vanno in decontribuzione e riduzione dell’Irpef, nella totale indifferenza (o di fatto legittimazione) dei circa 100 miliardi annuali di imposte evase (seppure una parte andasse alla riduzione delle imposte per chi le paga, ne rimarrebbe una parte da spendere).

Continua, inoltre, l’incentivazione al lavoro povero. Il sussidio pubblico a favore del lavoro notturno e festivo è un segnale ulteriore del disinteresse a migliorare delle retribuzioni di mercato (in barba all’art. 36) così proseguendo nel sentiero segnato dal decreto lavoro e dalla legge di Stabilità dell’anno precedente (detassazione mance, reintroduzione buoni lavoro).

Proliferano, infine, le iniquità orizzontali: a parità di bisogno si favoriscono alcuni, ma non altri. Differenziare, mettere gli uni contro gli altri, come è già avvenuto con l’abolizione del Reddito di cittadinanza e la distinzione fra poveri meritevoli e non meritevoli, oltre a essere ingiusta in sé, favorisce ulteriormente la delegittimazione del welfare. Si considerino gli interventi di decontribuzione per le donne. Certo, l’equità di genere richiede interventi ad hoc. Gli interventi differenziati vanno, però, costruiti dentro una visione universalistica di uguaglianza di opportunità. Nella legge di Bilancio, le donne ricevono un po’ di più solo se lavoratrici e mamme di almeno tre figli (in via sperimentale due), solo se con contratto di lavoro a tempo indeterminato (a esclusione lavoro domestico). Il tipo di contratto rende bisognoso?

Inoltre, qual è la ratio? Certamente non sostenere nuova occupazione (data la transitorietà della misura) e neppure sostenere il costo dei figli (semmai si dovrebbe aumentare l’assegno unico e universale). Contrastare l’uscita dal mercato del lavoro? (già al primo figlio le donne in Italia lasciano il lavoro). E, ultimo punto, fare fuoriuscire dall’Isee la ricchezza detenuta in titoli di Stato, buoni postali e libretti postali, significa che, a parità di Isee, le situazioni economiche potrebbero essere molto diverse.

In conclusione, passo dopo passo, prosegue la strada verso l’idea di una società che si arrangia da sola, limitandosi a qualche contentino per alcuni, peraltro transitorio e risicato. Peccato che arrangiarsi consolidi le disuguaglianze economiche, di opportunità e di potere ereditate, e nulla faccia per attivare un sentiero di sviluppo atto ad affrontare le grandi sfide demografiche, ambientali e tecnologiche di fronte a noi.

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