“MA PERCHÈ NON FATE LE UOVA”? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“MA PERCHÈ NON FATE LE UOVA”? da IL MANIFESTO

Se guardassimo il mondo con occhi materni

IN UNA PAROLA. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss.

Alberto Leiss  04/10/2022

Ogni tanto, anzi sempre più spesso, penso che i fatti orrendi e catastrofici che accadono nel mondo dipendano in un modo o nell’altro dal fallimento – un fallimento colpevole – di quella grande, radicale ipotesi di cambiamento dello stato delle cose che si è chiamato «comunismo».
Quel che resta della sinistra perde perché, in trent’anni abbondanti, non è riuscita a fare i conti davvero con quel fallimento.

E credo non sia un caso che una guerra ormai giunta al limite inaudito dell’uso delle armi nucleari sia esplosa – annunciata da molto tempo – nel cuore non solo dell’Europa, ma del territorio russo-europeo che è stato teatro tragico di quel fallimento.

Domenica mattina ho potuto assistere, pur trovandomi a qualche migliaio di chilometri di distanza, alla discussione che la Libreria delle donne di Milano ha organizzato “sulla maternità”. Un confronto aperto da Silvia Baratella, Marta Equi e Daniela Santoro e introdotto da questa constatazione: «Oggi la maternità non è più un destino. Grazie alle precedenti generazioni di femminismo, si colloca nell’orizzonte della libertà femminile come un desiderio e una possibilità che una donna può cogliere o no, senza esserne definita. Tuttavia in questione c’è il valore simbolico dell’essere tutte e tutti nati di donna, che non sembra ancora riconosciuto dalla società nel suo insieme».

A un certo punto Lia Cigarini – una donna che ha scelto di non essere madre ma che afferma la «relazione materna» come valore simbolico fondamentale – ha osservato che il principio fondante del comunismo: da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni, si realizza finora in una unica relazione realmente esistente. Quella della madre con i propri figli. Ma i capi del movimento operaio, pur avendo questa realtà ogni giorno sotto i propri occhi, non hanno saputo e forse voluto vederla.

Hanno continuato a pensare e a agire come se spettasse solo a loro maschi di decidere tutto.
Non sarà proprio qui l’origine della sconfitta del comunismo? Ne ha convenuto un’altra femminista «storica», Alessandra Bocchetti: quella «magnifica impresa» è fallita perché dietro il proposito di assicurare a ognuno il proprio bisogno agiva «l’idea della giustizia che è uguale per tutti». Qualcosa di irriducibile «all’attenzione e all’amore» che sa vedere le differenze.

D’altra parte il modo con cui si parla sulla scena pubblica della maternità – questione che ha avuto un certo peso nella campagna elettorale appena conclusa, e non solo per le affermazioni più o meno urlate di Giorgia Meloni – presenta profonde distorsioni.

Ci si allarma per la crisi delle nascite (mentre il mondo intanto cresce ormai a quasi 8 miliardi di individui e individue) e si rivendica il «diritto» all’aborto, minacciato dall’ansia maschile e patriarcale di re-impossessarsi del controllo sul corpo femminile.

Ma – ha osservato Letizia Paolozzi – non si interpellano le giovani donne che scelgono, non solo per motivi materiali, di non fare figli, e il discorso pubblico si ferma all’aborto «che non è nell’orizzonte simbolico della libertà». E sull’aborto, ha aggiunto Giordana Masotto, quando si manifesterà anche una responsabilizzazione degli uomini? Sono forse estranei alle dinamiche riproduttive e ai comportamenti sessuali?

Gli uomini mi pare non ci fossero alla riunione. Io sono rimasto in silenzio.
Ho scritto «sinistra». Avrei dovuto parlare dell’incapacità di auto riflessione prima di tutto dei suoi dirigenti maschi. Non possiamo usare uno sguardo materno, ma finché non vedremo e non sapremo parlare la differenza che attraversa anche noi, temo che nulla cambierà in meglio.

E il futuro padre le disse: «Ma perché non fate le uova?»

HABEMUS CORPUS. Un conto è quell’aura poetica e sognante che riveste la gravidanza vista da fuori, un altro sono i cambiamenti vissuti in prima persona

Mariangela Mianiti  04/10/2022

Il giovane uomo da tempo desiderava diventare padre. La sua compagna procrastinava. Lui le diceva: «Hai 33 anni. Se aspetti troppo, poi diventa tardi. Hai sempre una scusa per rimandare, prima la laurea, poi la specializzazione, poi il lavoro, poi la casa, poi questo, poi quello…».

Insisti oggi, insisti domani, lei è rimasta incinta e fra pochi mesi i due diventeranno genitori, ma in questo arco di tempo che è la gestazione si sono aperti mondi ai due sconosciuti, mondi che, anche se erano loro noti nella teoria, vissuti nella pratica sono tutta un’altra cosa, perché un conto è quell’aura poetica e sognante che riveste la gravidanza vista da fuori, un altro sono i cambiamenti vissuti in prima persona.

Il primo terremoto, perché di questo si tratta, lo vive la donna nel proprio corpo, che muta ogni giorno, con tutta una serie di novità e sorprese, che cambiano da persona a persona, perché ci sono quelle che hanno le nausee e quelle che non le hanno per nulla, quelle che dormirebbero sempre e quelle che lavorano fino all’ultimo minuto, quelle che riescono a fare solo piccoli pasti perché si saziano subito e quelle che devono fare pipì ogni dieci minuti, quelle che bevevano sei caffè al giorno e all’improvviso non lo sopportano più, per dire.

Il secondo terremoto, che riguarda sempre le donne, perché finora, e fino a prova contraria, i figli continuano a farli loro, tocca la trasformazione del corpo.

Ho un’amica che, incinta del primo figlio, mi disse: «Non avevo messo in conto una cosa. Conoscevo il mio corpo, sapevo cosa mi faceva ingrassare e cosa dimagrire. Ora mi accorgo che non ne ho più il controllo».

La gravidanza ti fa capire che sei un potentato, ma a sovranità limitata, ci sei tu e c’è l’altro o l’altra che fa di testa sua, c’è la tua pancia che lievita e tu non ti riconosci più e ti chiedi se mai tornerai come prima, c’è la consapevolezza che il parto sarà uno sconquasso, e un po’ ne hai paura, ma insomma, se lo hanno già fatto le altre, ne uscirai anche tu.

L’uomo vive e vede tutto questo da fuori, il massimo che può fare è esserne partecipe, ma l’esperienza ce l’ha solo lei, solo lei ha diritto di parola e giudizio su come si sente e che cosa prova.

Questo gigantesco divario del sensibile potrebbe sembrare colmabile con i sempre più sofisticati esami che riescono a dirti il Dna del nascituro, a mostrare con tecniche in 3D ogni dettaglio, di modo che i due genitori non avranno quasi più sorprese, ma è sempre e solo la donna che sa e sente cosa le succede.

Tornando ai due protagonisti della nostra storia, lui ha vissuto ogni esame con ansia, lei si è affidata e fidata del suo corpo. Mentre lui non dormiva la notte prima di un’ecografia, lei le viveva con calma olimpica.

E così, riflettendo su tutto ciò e sulle precauzioni che lei deve prendere, tipo evitare verdure crude, mangiare solo frutta pelabile, non bere alcolici né affettati, limitare al massimo dolci e caffè, lui un giorno se ne è venuto fuori con la seguente domanda: «Ma perché, invece di tutto questo sbatti, non fate anche voi l’uovo? L’uovo è più pratico. Lo depositi, lo tieni al caldo e quando è pronto si apre».

La cosa, vista con gli occhi di un ingegnere, quale lui è, non fa una grinza, ma il mondo e la vita non si risolvono solo con la razionalità e dei calcoli.

Personalmente non avevo mai preso in considerazione questo scenario, per il semplice fatto che siamo mammifere e non possiamo farci niente. E comunque, non mi piacerebbe per nulla essere una gallina.

Un’aquila forse sì, ma anche loro, ne sono convinta, hanno il loro sbatti a star dietro alle uova.

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