L’UMANITÀ VIOLATA NEL TRAUMA DEL COLONIZZATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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L’UMANITÀ VIOLATA NEL TRAUMA DEL COLONIZZATO da IL MANIFESTO

L’umanità violata nel trauma del colonizzato

 

SCENARI. L’unico antidoto alla spirale di violenza è la fine dell’occupazione: questo solo porterà alla realizzazione di un futuro di pace e di umanità per palestinesi e israeliani

Ruba Salih  11/10/2023

In queste ore in cui si assiste sgomenti all’evolvere della escalation di morti palestinesi e israeliani, è chiara una forte dissonanza nelle reazioni dei due mondi. I milioni di palestinesi dentro e fuori i territori occupati si sono trovati in uno stato di trance, tra un’innegabile iniziale euforia, presto divenuta choc e paura: si chiedono se quello che hanno avuto davanti agli occhi sia stato delirio onirico o realtà. Non si capacitano del ribaltamento della esperienza della violenza, abituati come sono a vedersi vittime sotto le bombe, i mitra e gli apparati di controllo israeliani. Il governo israeliano ha risposto dichiarando «guerra totale», promettendo la polverizzazione di Gaza e chiedendo agli abitanti di lasciare la Striscia, sapendo che non c’è via di fuga.

MA DICHIARARE guerra significa assumere che prima ci fosse la pace. Certamente gli abitanti di Sderot e del sud di Israele vorrebbero continuare a vivere in pace. Per gli abitanti di Gaza, all’opposto, «pace» è un concetto astratto, un vissuto mai sperimentato. Per gli abitanti della Striscia, così come per il diritto internazionale, Gaza è un territorio occupato la cui popolazione – 2,2 milioni, per due terzi rifugiati del 1948 – vive o, per usare le loro parole, muore lentamente in un regime di prigionia. Il controllo di ingressi e uscite di persone, cibo, medicinali, elettricità e telecomunicazioni, frontiere di mare, di terra e di aria, è in mano a Israele.

Il diritto internazionale, correttamente invocato a difesa della popolazione ucraina e per sanzionare l’occupante russo, è carta straccia per Israele che gode di una impunità concessa a nessun altro stato che operi in siffatta violazione delle risoluzioni delle Nazioni unite, degli accordi da loro stessi sottoscritti, e delle convenzioni internazionali.

Ciò che sta accadendo – sconvolgente e terribile per numero di vittime, inclusi bambini e anziani – crea non solo un nuovo scenario politico, ma impone una nuova cornice di senso. Si è infranto l’assunto che da sempre, ma più prepotentemente dagli accordi di Oslo in poi, fa da filtro emotivo e interpretativo al «conflitto», ossia la normalizzazione dell’asimmetria di valore delle vite degli uni e degli altri, che a sua volta poggia su un’aspettativa di acquiescenza e accettazione della propria subalternità dei palestinesi in quanto popolo colonizzato.

Tale impalcatura si è retta sulla certezza che i palestinesi non possano reagire alla loro condizione, non solo a causa dell’evidente inferiorità militare ma nella convinzione che la soggettività palestinese debba e possa accettare di rimanere colonizzata e occupata all’infinito. Come se l’asimmetria di forza sul campo debba trasformarsi in accettazione di inferiorità nella gerarchia della vita umana.

Tutto questo non si può comprendere con gli strumenti di chi vive in pace, ma solo (nella misura in cui questo sia perfino possibile per chi non vive a Gaza o nei territori occupati palestinesi) da dentro agli effetti della violenza e del trauma coloniale di cui gli effetti più devastanti, come ci spiega Franz Fanon, sono le ferite fisiche e psichiche e con queste la frammentazione di canoni di empatia e di sensibilità che sono privilegio e prerogativa primaria di chi vive in pace.

OGGI A GAZA chi non ha ancora vent’anni, circa la metà della popolazione, è già sopravvissuta ad almeno quattro bombardamenti, nel 2008-9, nel 2012, nel 2014 e ancora nel 2022. È a Gaza che si è perfezionata la tattica israeliana di sparare sui manifestanti durante le proteste pacifiche, come quelle del 2018, per menomare i corpi, in un cinico calcolo necropolitico di distribuzione delle casualità tra mutilati e morti. In tale stato di menomazione fisica e psichica la resistenza è l’unica possibilità di riparazione del soggetto colonizzato. Lo è stato storicamente in tutti i contesti di liberazione dal dominio coloniale, in cui la lotta palestinese si inserisce.

È in questa chiave che va letta la lunga durata della resistenza palestinese degli ultimi 70 anni di cui negli ultimi giorni abbiamo visto una svolta senza precedenti, risultato – come hanno notato molti osservatori anche israeliani – del fallimento delle molteplici forme di resistenza pacifica che i palestinesi hanno saputo portare avanti nonostante l’occupazione e che continuano a mettere in campo: gli scioperi della fame dei prigionieri in detenzione amministrativa, la resistenza civile degli abitanti di villaggi come Bi’lin o Sheikh Jarrah, schiacciati tra il muro di separazione e l’espropriazione delle terre e soffocati dalla sempre più aggressiva e inarrestabile espansione degli insediamenti, la protezione dell’ambiente naturale e della cultura indigena palestinese, degli alberi di ulivo secolari, bruciati e vandalizzati dai coloni, la resistenza delle organizzazioni della società civile palestinese che mappano le violazioni dei diritti umani – fatto che le rende, per Israele, organizzazioni terroristiche.

La lotta per la memoria culturale e politica, quella dei rifugiati nei campi profughi che attendono riparazione e riconoscimento dei loro diritti umani, supportati dalle risoluzioni dell’Onu, e la resistenza delle pietre della prima Intifada, quando giovani con fionde lanciavano quelle stesse pietre con cui i soldati israeliani spezzavano loro le ossa e la vita.

SCRIVEVA Mahmoud Darwish in un suo saggio sulla «follia» della palestinità scritto dopo il massacro di Sabra e Shatila del 1982, che il palestinese «è ingombrato dall’incedere incessante della morte e impegnato nella difesa di ciò che rimane della sua carne e del suo sogno…Non riesce più a urlare, può solo fare una cosa, diventare ancora più palestinese, perché non ha altra scelta».
L’unico antidoto alla spirale di violenza è la fine dell’occupazione e dell’assedio, questo solo porterà alla realizzazione di un futuro di pace e di umanità per palestinesi e israeliani.

Il corpo delle donne nella narrazione dei carnefici

SANGUE SU SANGUE. Le immagini della ventenne che implora, la ragazza con i vestiti insanguinati, la giovane riversa su un pickup

Francesco Strazzari  11/10/2023

Un ribaltamento fra vittima e carnefice. La regia mediatica ordita da Hamas punta a rovesciare la narrazione: mostra l’agire cadenzato e sincronizzato dei propri miliziani, professionali e impassibili nell’azionare batterie di artiglieria e droni  Ci consegnano l’iper-realtà delle videocamere montate sui parapendii, mentre gli incursori, inarrestabili, si fanno largo con le mitragliatrici. Una soggettiva da videogame, le cui riprese sono un’arma e il cui obiettivo è la costruzione della legittimità politica. Non l’immagine della vittima, ma quella di un esercito all’offensiva, vittorioso. Fotogrammi puliti, che allontanano dal cliché del linciaggio, dell’esaltazione per i corpi trascinati nella polvere.

LO SHOCK prende forma dalle immagini del terrore che dilaga, uccidendo indiscriminatamente. Vive nel dubbio angoscioso che la deterrenza fosse una chimera, e che tutto potrà ripetersi. Fra gli scopi dell’offensiva, la caccia agli ostaggi: catturarne un numero tale da frenare la risposta, obbligando a negoziare. Ed eccoli in video, gli ostaggi, esposti da Hamas stesso: signore anziane frastornate, il tremore delle soldate, i corpi-trofeo delle sopravvissute alla maledetta festa nel deserto (260 morti), frequentata da attivisti contrari all’Occupazione. Le abbiamo viste tutti: la ventenne che implora, trascinata via; la ragazza ammanettata, spintonata dentro un veicolo, i vestiti insanguinati fin sulle parti intime; e poi la giovane tedesca esanime, riversa su un pickup, fra miliziani festanti che gridano Allah akbar. E il video-supplica della madre, che la riconosce grazie ai tatuaggi e ai capelli rasta. Ma non ci sono solo le riprese di Hamas: ci sono le videochiamate disperate, le bambine paralizzate dal terrore, le esecuzioni filmate dalle auto nel parcheggio del rave.

SONO FOTOGRAMMI che sfuggono al tentativo di ribaltamento d’immagine, lo contraddicono. Eppure, a guardar meglio, ne sono un tratto costitutivo. Sfuggono, perché nella realtà l’offensiva vittoriosa, che espugna il comando militare israeliano, si trasforma in un cieca carneficina; eppure ne sono parte, perché da sempre – strutturalmente – il racconto di guerra è storia del combattimento sul corpo delle donne, la difesa delle “nostre donne” e lo sfregio delle “loro donne”. Non vedremo Hamas punire i colpevoli delle violenza sulle donne-bottino di guerra, mentre – riflettendo sull’inevitabilità della violenza nel tumulto della Storia – molti, a diverse latitudini, sono pronti a soppesare la gravità di questi crimini con quella dei crimini – sempre più efferati – perpetrati dall’Occupazione.

IMPERVERSA in Italia una lettura di questo orrore che si può definire essenzialista e razzializzata: come già per la violenza jihadista, essa tende a rappresentare le atrocità sul corpo delle donne come prodotto dell’Islam, della supposta cultura tribale degli arabi e dei nomadi del deserto. Abbiamo dimenticato gli stupri di massa sulle donne musulmane durante in Bosnia e quelli, recentissimi, nel Tigray etiope. Cerchiamo di distogliere lo sguardo da quanto succede ad Haiti, governata da gang e milizie. L’Occidente democratico ha tollerato e tollera, nel Levante, lo sfregio dei corpi delle militanti curde da parte degli alleati turchi, così come quello delle combattenti armene da parte degli azeri. Dal Ratto delle Sabine, che ancora ricordiamo come atto fondativo, l’umiliazione violenta del corpo femminile reca con sé il codice invariabile del discorso militarista, patriarcale e disumanizzante: il nemico non è abbastanza virile per proteggere le sue donne, non merita riproduzione.

Dopo aver simulato accondiscendenza, Hamas capitalizza la propria popolarità con una narrazione violenta contraddittoria, che riduce la liberazione palestinese a sé stesso e alle proprie capacità. Il prezzo di questa riduzione viene in larga parte scaricato sulle donne. Non è questa la sede per discutere del ruolo che esse hanno nella società, nelle istituzioni e nelle mobilitazioni del campo israeliano o di quello palestinese. Ma non può sfuggire la centralità delle immagini delle ragazze-ostaggio rispetto alla giustificazione della violenza che ci attende: il ministro della Difesa, Gallant (ex commando) parla di «regole della guerra che sono cambiate», cercando una discontinuità nella risposta violenta che si abbatte sulla popolazione di Gaza.

DALLA SUA CELLA in Iran, l’attivista-Nobel per la Pace, Narges Mohammadi, denuncia il crimine di apartheid femminile. Alle Nazioni unite s’impantana l’agenda “Donne, Pace, Sicurezza”, che la risoluzione 1235, adottata all’unanimità nel 2000, propone come cardine delle politiche del XXI secolo. In Italia nemmeno si discute di politica estera femminista, mentre riecheggia quel «non vi lasceremo sole» indirizzato alle donne iraniane, alle sudanesi, alle afghane. Il Pakistan annuncia l’espulsione di quasi due milioni di afghani: chiediamoci quanta «dimensione di genere» c’è fra i rifugiati che rifiuteranno di tornare sotto i Talebani – e probabilmente cercheranno, a rischio della vita, di superare la deterrenza delle barriere che li separano dall’Occidente.

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