L’ECONOMIA DALLA PARTE DEL MANICO da CONIARE RIVOLTA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’ECONOMIA DALLA PARTE DEL MANICO da CONIARE RIVOLTA

Il volto gentile dello sfruttamento

coniarerivolta  06/05/2023

È notizia di questi giorni l’approvazione definitiva del cosiddetto ‘Decreto Cutro’, una manifestazione che più evidente non si può dell’approccio abietto al tema dell’immigrazione adottato dal Governo Meloni. Si tratta di un ulteriore tassello della strategia di strumentalizzazione ideologica dei migranti fatta propria da tutti i Governi degli ultimi decenni e cavalcata con un mix di particolare odio e utilitarismo dal governo Meloni. Ancora una volta, però, per opporsi al razzismo dei cattivi un segmento di borghesia italiana presuntamente progressista ricorre ad argomenti che etichettammo, nell’ormai lontano 2018, come manifestazione del cosiddetto razzismo dei buoni. Come allora, a farsi interprete di questa linea di pensiero è l’indefesso Tito Boeri, già presidente dell’INPS e articolista resosi noto più volte in passato per aver rimarcato con coerente insistenza l’importanza dello sfruttamento della manodopera straniera per la stabilità e prosperità della nostra economia.

Un breve articolo-intervista, nel suo genere davvero magistrale, ne riassume perfettamente lo spirito. Boeri inizia rimarcando la schizofrenia della destra che predica odio verso i migranti ma poi riconosce nel Documento di Economia e Finanza che essi sono fondamentali per abbattere il debito pubblico. Parla di scelte suicide come quella di voler eliminare la protezione speciale fingendo evidentemente di non capire la coerenza di fondo di tali scelte e poi, alla domanda: “invece cosa dovrebbero fare?”, risponde: “Dovrebbero tener conto delle esigenze delle imprese e quindi fare decreti flussi più importanti, superando il livello degli 80mila ingressi perché c’è bisogno di manodopera in moltissimi comparti, dal turismo al commercio fino alla ristorazione e all’agricoltura. E poi le famiglie hanno un drammatico bisogno di lavoratori che si occupino delle persone non autosufficienti”.

Ci risiamo.

L’Italia ha bisogno dei lavoratori immigrati perché serve manodopera cui affidare i lavori più precari e infami, quelli che un lavoratore italiano non è più disposto a svolgere. Questo è il ritornello che risuona, tetro, tra economisti, politici e imprenditori di orientamento liberal-progressista da una trentina d’anni, ovvero da quando il fenomeno dell’immigrazione di massa ha iniziato ad interessare gradualmente il nostro paese. Dietro questa asserzione apparentemente neutra e descrittiva si cela in verità una visione del mondo, dell’economia e del fenomeno migratorio brutale e orribilmente classista, oltre che profondamente alterata nei suoi aspetti oggettivi. Visione che fa da perfetto contraltare, in una logica di speculare identità, con quella apertamente xenofoba delle destre.

Vediamo i due tasselli ideologici fondamentali che sostengono il Boeri-pensiero sul tema.

Tassello numero uno: nel ristretto club dei paesi ricchi (cui l’Italia appartiene) vi sarebbe tutta una serie di lavori umili che i viziati giovani occidentali non vorrebbero più fare: cameriere, commesso, bracciante agricolo, badante etc. A fronte di questa situazione solo gli immigrati, adusi a lavori umili e sfiancanti, ci salverebbero da questa carenza, facendo fronte a buon mercato a bisogni irrinunciabili della nostra collettività. Per Boeri, per Confindustria e per tutti i politici dei Governi vari degli ultimi anni, implicitamente, i milioni di disoccupati del nostro Paese sarebbero evidentemente persone schizzinose non disposte a lavorare al salario corrente che il mercato offre e restii a svolgere lavori faticosi.

Ora, è evidente che esistano lavori più o meno faticosi, più o meno squalificanti e più o meno frustranti nei ritmi, nella ripetitività, nel basso grado di creatività etc. È altrettanto evidente, però, che a fronte di una maggiore fatica e usura sarebbe giusto e sacrosanto avere una maggior compensazione in termini di salario, orari di lavoro meno intensi e in generale migliori condizioni lavorative che attenuino gli svantaggi connessi al tipo di lavoro, sia esso svolto da un lavoratore migrante o da un lavoratore ‘indigeno’.

Sono invece purtroppo più che noti i ritmi di sfruttamento, gli orari di lavoro massacranti e i bassissimi salari che caratterizzano i settori citati da Boeri. Condizioni che solo alcuni lavoratori italiani sono in grado di rifiutare, ma che invece moltissimi altri sono costretti loro malgrado ad accettare.

Ma evidentemente che qualcuno possa rifiutare paghe da fame fa storcere il naso ad economisti, capitalisti ed ex-presidenti dell’INPS. Vengano allora in soccorso i lavoratori immigrati che, versando in condizioni di maggior disperazione, accetterebbero con meno resistenze bassi salari e alti ritmi di lavoro, consentendo così il funzionamento di settori che strutturalmente prosperano su paghe da fame, prezzi competitivi e alti profitti. I lavori di merda, quindi, secondo Boeri e compagnia cantante non vanno estirpati in quanto tali, ma vanno ‘appaltati’ a coloro che, apparentemente, avrebbero una maggiore propensione a tali impieghi.

Ma c’è anche un tassello numero due, con cui Boeri fa un ulteriore salto di qualità. All’osservazione dell’intervistatore: “La premier Meloni sostiene che il governo punta a risolvere i problemi di sostenibilità delle pensioni non con i migranti, ma incentivando il lavoro femminile e la natalità”, Boeri risponde: “è un errore clamoroso. Per incentivare il lavoro femminile oggi è necessario potenziale il numero degli assistenti domiciliari. Più immigrati vuol dire più badanti e più donne che lavorano perché sgravate dai compiti di cura. E lo stesso vale per la natalità”.

In questa frase, in cui Boeri si lascia andare ad una virtuosa professione di classismo, razzismo e sessismo, il tassello numero uno si lega al tassello numero due dell’ideologia del “ci servono più immigrati per poterli sfruttare”.

Ecco il fondamento del ragionamento: gli italiani non fanno più figli e la popolazione invecchia inesorabilmente e ciò renderebbe i sistemi pensionistici insostenibili. Nelle versioni più audaci di questo teorema anche il debito pubblico diventerebbe insostenibile, dal momento che l’invecchiamento della popolazione darebbe luogo ad una crescita stentata insieme a maggiori oneri a debito per lo Stato sociale, e quindi il peso del debito pubblico sul PIL tenderebbe ad aumentare. I flussi migratori, allora, servirebbero per ringiovanire la popolazione, aumentare il flusso dei contributi sociali, la crescita economica e quindi rendere più sostenibile il peso del debito.

Vi sarebbero infinite cose da dire sulla totale inconsistenza di questa logica, ma nell’essenziale ne bastano due.

In primo luogo, la struttura demografica di un paese non è una variabile esogena ma dipende strettamente dalle condizioni economiche in cui versa la popolazione. Povertà, disoccupazione, precariato, riduzione delle prestazioni dello Stato sociale prodotta da decenni di neoliberismo – non ci vuole un ex Presidente dell’INPS per capire che impatto sulle famiglie hanno tagli agli asili nido e ai servizi per l’infanzia – non contribuiscono certamente a sostenere una dinamica demografica salutare e sono tra i principali imputati per quanto riguarda la crisi delle culle. Ignorare le condizioni materiali dando per scontato che la riduzione drastica dei nuovi nati sia un fattore ineliminabile delle società occidentali è, quindi, un’operazione ideologica che denuncia soltanto mala fede.

In secondo luogo, non esiste alcun campanello d’allarme, anche a struttura demografica invariabile, circa l’insostenibilità finanziaria della spesa pensionistica e sociale nel lungo periodo in Italia e in Europa, come abbiamo argomentato più volte. A fronte di politiche di tagli brutali, come quelle che sperimentiamo sulla nostra pelle, l’unica grave preoccupazione, semmai, riguarda la sostenibilità sociale e non certo finanziaria del nostro welfare futuro.

Boeri, nella sua risposta, non soltanto rimarca il fatto che la natalità italiana è un fattore immodificabile e alieno alle determinanti economiche, non soltanto condanna la popolazione femminile ad un destino di lavoro di cura forzato come se ciò non dipendesse da elementi strettamente connessi con la discriminazione sul mercato del lavoro e i diritti di maternità e paternità ancora gravemente differenziati, ma rincara la dose sul pregiudizio culturale per cui gli immigrati sarebbero destinati a svolgere lavori ingrati, liberando così gli italiani e le italiane da questo fardello. Tre brutti scivoloni in poche parole che rivelano quanto razzismo, sessismo e quanti pregiudizi si celino dietro i maître à penser dell’intellighenzia liberal-progressista.

Posizioni che si rivelano perfettamente speculari a quelle più schiettamente e apertamente razziste delle varie destre, oggi al governo, che da un lato rinfocolano esplicitamente l’ostilità del popolo contro gli stranieri, dall’altro convergono pienamente con il Boeri-pensiero nel vedere l’immigrato come strumento al servizio degli interessi economici dei capitalisti e della nazione e mentre cianciano di misure a favore della natalità e della donna lavoratrice devastano lo Stato sociale con tagli alla sanità, eliminazione del reddito di cittadinanza e precarizzazione del lavoro.

Boeri e Meloni, insomma, sono le due varianti di costume di uno stesso identico fenomeno: l’attacco al mondo del lavoro in tutte le sue forme e l’accentuazione della politica di divide et impera, cui si accompagna e che si sostiene sulla mostruosa reificazione del migrante, ridotto a strumento e variabile di aggiustamento di un sistema economico fondato sull’austerità e i tagli allo stato sociale.

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