LE GUERRE OGGI DISTRUGGONO OGNI PENSIERO DELLA POLITICA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE GUERRE OGGI DISTRUGGONO OGNI PENSIERO DELLA POLITICA da IL FATTO

Le guerre oggi distruggono ogni pensiero della politica

L’ANTROPOLOGA CATHERINE HASS – Medio Oriente “Hamas ha compiuto il simulacro di offensiva militare consegnando la vita di 2 milioni di persone all’Idf”

JOSPEH CONFAVREUX  25 MARZO 2024

Catherine Hass è antropologa, scrittrice, ricercatrice all’Ehess, l’École des Hautes études en sciences sociales, e specialista del pensiero politico sulla guerra. Nel 2019 ha pubblicato Aujourd’hui la guerre. Penser la guerre: Clausewitz, Mao, Schmitt, Adm. Bush (Fayard), in cui indaga sulla teoria della “guerra contro il terrorismo” dell’amministrazione Bush dopo gli attentati dell’11 settembre e che ha reso obsolete le nozioni di “pace” e la distinzione tra civili e militari e gli “obiettivi di guerra”.

Gli eventi in Ucraina e a Gaza hanno cambiato il suo modo di “pensare la guerra”?

No, poiché dal mio punto di vista, non esiste un solo modo di pensare la guerra, ma molteplici modi. Che cioè la politica pensa la guerra in termini diversi a seconda del periodo, che sia nella Prussia del XIX secolo, nella Cina del 1932 o negli Stati Uniti del 2002. La mia ipotesi è che le guerre oggi stanno distruggendo ogni pensiero politico, la possibilità stessa di sviluppare un pensiero politico. Questo spiega le impasse attuali. Più di 30 mila persone sono morte dal 7 ottobre a Gaza, Rafah è minacciata, la Striscia di Gaza è in rovina. Ma Netanyahu rifiuta di pensare qualsiasi politica che non sia la guerra. E se la guerra non ha un obiettivo, è senza fine. In altre parole, è senza pace. È l’antitesi stessa di ciò che Carl von Clausewitz scrisse nel suo trattato Della guerra, intorno al 1830: che l’obiettivo della guerra deve sempre essere “il raggiungimento della pace, perché è solo attraverso la pace che il conflitto si risolve e si conclude con un risultato comune”. A cinque mesi dalla strage dei kibbutz, visto l’andamento che ha preso la guerra, Hamas, a mio parere, è solo un pretesto. Siamo di fronte alla guerra di uno Stato contro un popolo e il suo Paese, la Palestina. L’obiettivo è di annientare il suo passato – i siti storici, gli archivi, i cimiteri, i musei – ma anche il suo presente e il suo futuro: i porti, le infrastrutture, le università. L’obiettivo è di creare qualcosa di irreparabile, nei corpi e nelle menti e di produrre una generazione di analfabeti, in una società in cui si sa che l’istruzione e la cultura sono molto importanti.

Cosa pensa dell’uso del termine “terrorismo” per definire l’attacco di Hamas del 7 ottobre?

È una parola che in Francia viene utilizzata in modo sempre più ampio e vago per descrivere tanto un crimine di massa che un tweet o una protesta ecologista. È diventato impossibile utilizzarla in modo rigoroso. Per quanto riguarda il 7 ottobre, ritengo che il termine sia debole perché non tiene conto del fatto che Hamas, conducendo un massacro-manifesto, ha dichiarato la guerra. Una dichiarazione di guerra senza guerra, un’offensiva suicida, dal momento che i 2.000 uomini non combattono ma essenzialmente uccidono prima di essere uccisi a loro volta. L’ala militare di Hamas non ha innescato nessun rapporto di forza, malgrado le apparenze. Questa simulacro di offensiva militare ha permesso a Hamas di affermare il suo status di nemico politico e logicamente ha scatenato la risposta israeliana. Hamas è apparsa allora come la minaccia esistenziale che non è e ha consegnato su un piatto d’argento la vita di oltre 2 milioni di persone all’esercito israeliano, che non aspettava altro.

La reazione di Netanyahu al 7 ottobre rappresenta il trionfo definitivo del paradigma della “guerra contro il terrorismo”, che ha analizzato nel suo libro? Oppure la guerra in Ucraina ricorda che forme di guerra più tradizionali possono coesistere?

Le modalità con cui è stata decisa la guerra dalla Russia ricordano molto l’amministrazione Bush nel 2003, quando fu decisa l’invasione dell’Iraq. Gli Stati Uniti non hanno mai detto di essere in guerra con l’Iraq, ma lo erano. La loro guerra era per molti versi una classica guerra di conquista, distruzione e occupazione. La guerra a Gaza prolunga la logica della “guerra contro il terrorismo”. Una delle sue caratteristiche è di identificare il nemico con la figura del male, di privarlo quindi di un qualsiasi status politico. Non c’è alternativa alla sua eliminazione. Sebbene la logica rimanga più o meno la stessa, assistiamo ad una sua radicalizzazione: alle guerre per distruggere gli Stati – Iraq, Afghanistan – si sono aggiunte le guerre per distruggere i popoli. Ma sono iniziate prima dell’8 ottobre 2023. È il caso della guerra condotta da Assad in Siria dal 2011, con oltre 600 mila morti. I civili vengono trasformati in nemici e diventano bersagli espliciti. L’anno scorso, l’assedio del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian ha spinto più di 100 mila persone affamate a lasciare il territorio per l’Armenia.

Perché ritiene che, dal 7 ottobre, ci sia un “blocco” del pensiero politico?

Diciamo che la sfida a pensare lanciata dai fatti del 7 ottobre non è stata raccolta. Capisco che ci sia emozione, ma è compito degli intellettuali prendere le distanze. Al contrario, nell’ottobre 2001, Jacques Derrida rilasciò un’intervista a New York, quasi un documento, in cui sviluppava un’analisi politica e filosofica visionaria del dopo 11 settembre e affrontava in modo diretto le emozioni. Dopo il 7 ottobre, in Francia, alcuni, compresa me, si sono ritrovati in uno stato a metà tra rabbia e stordimento politico. La pressione del governo e dei media hanno giocato un ruolo fondamentale, poiché chiunque si allontanasse dall’etichetta di “terrorismo” correva il rischio di essere sospettato di antisemitismo o di apologia del terrorismo. Come se il pensiero stesso fosse caduto nella trappola di Hamas.

A novembre, in uno testo sul 7 ottobre, ha scritto: “È politico strappare all’odio la sua eternità”. A che che condizioni è possibile?

È una frase di Plutarco citata da Barbara Cassin in un libro sulla Commissione sudafricana per la verità e la riconciliazione e che assume una grande forza nel contesto attuale di odio. È una frase ragionevole, non utopistica, perché dice che è possibile togliere all’odio non il suo presente o il suo futuro, ma la sua eternità, a patto di farne una questione politica. Nulla sembrava poter mettere fine all’ordine biologico-razziale dell’apartheid. Il momento in cui l’emissario del presidente Botha è andato per la prima volta a incontrare Mandela in carcere è stato il momento in cui il potere bianco ha dimostrato di aver cominciato a prendere coscienza dell’impasse. Era il gennaio 1985. Come per il Sudafrica, anche in Israele-Palestina ci sono due popoli per un solo Paese, nessuno ha un Paese alternativo. Come si sa, solo la riformulazione della questione nazionale permetterebbe di uscire dalla logica della guerra. Il processo sudafricano non ha avuto conseguenze politiche reali. Ciò è stato forse dovuto alla scelta di una transizione piuttosto che di una lotta di liberazione il cui fine ultimo sarebbe stato l’allontanamento degli africani bianchi, di un processo intranazionale piuttosto che internazionale, necessariamente imperfetto, che ha risparmiato al Sudafrica la guerra civile. Con due amici antropologi, Hamza Esmili e Montassir Sakhi, dopo il 7 ottobre, abbiamo realizzato delle interviste in Palestina e Israele per sapere cosa pensava la gente della situazione. Abbiamo imparato molte cose, alcune non udibili in Francia, come, ad esempio, che “ebreo” non è una parola, se non, per i palestinesi, per designare gli amici di Tel Aviv o di Berlino. Che il nemico è lo Stato, la colonizzazione, i coloni. Che la questione della legittimità di Israele non esiste, perché la lotta è altrove: la natura arbitraria dell’occupazione, il suo controllo sui corpi, sulle coltivazioni, sulle forniture d’acqua e sugli spostamenti. Abbiamo capito che in questa società estremamente politica, molte persone stanno pensando a come strappare all’odio la sua eternità. Quindi possiamo continuare a girare in tondo alla questione in modo sterile, ma possiamo anche decidere di ascoltare. Vent’anni fa, Michel Warschawski scriveva a proposito della politica israeliana: “È un atto di responsabilità – qualcuno direbbe d’amore – far uscire dai binari questa società che corre verso la propria distruzione”.

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