LE DONNE DELL’UNDERDOG DIVENTATA REGINA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE DONNE DELL’UNDERDOG DIVENTATA REGINA da IL MANIFESTO

Le donne dell’underdog diventata Regina

IL PUNTO DI VISTA. Giorgia, la nuova eroa per antonomasia, può chiamare le altre gloriose per nome, familiarmente, come fossero parenti o ancelle, utili a prepararle il destino

Laura Marchetti  27/10/2022

Beato il popolo che onora gli Eroi, scriveva l’intellettuale di destra Marcello Veneziani, rovesciando il motto brechtiano. Gli Eroi, le loro saghe, i loro simboli, i loro miti, legittimano il Potere nella sua sacralità, rinforzano l’orgoglio nazionale e costruiscono la memoria collettiva. Non c’è atto di fondazione o rifondazione che non si regga sul culto degli Eroi.

Lo sa bene Meloni che, nel discorso inaugurale, ha presentato non un programma ma un’epica reazionaria, nascosta da un espediente retorico che purtroppo è piaciuto anche a molte donne progressiste. A fianco degli Eroi morti per mafia (non c’era Peppino Impastato) o per terrorismo (nessuno di sinistra), ha esaltato le Eroe: 16 donne di “merito”, appartenenti alle “prime” (prima donna medico, prima donna ministro, ecc.), inanellate insieme secondo una scelta sotterranea di propaganda.

Prima fra le prime, c’era infatti lei, Giorgia, Eroa per antonomasia, l’underdog che, come nel pensiero mitico, è diventata improvvisamente Regina e può chiamare le altre gloriose per nome, familiarmente, come se fossero parenti o ancelle utili a prepararle il destino.

Fra le nominate, ovvie due donne di destra: Marta Cartabia, primo presidente della Corte Costituzionale, vicina a Comunione e Liberazione; e Maria Elisabetta Casellati, prima Presidente donna del Senato e fedelissima berlusconiana. Meno ovvie Cristina Trivulzio Di Belgioioso, nobildonna ottocentesca che sostenne la prima guerra d’indipendenza, e Rosalie Montmasson, patriota e moglie di Crispi, che partecipò alla spedizione dei Mille.

Ricordarle è stato un vero colpo di genio, una picconata alla Resistenza come evento simbolico fondatore della Nazione da sostituire – come già annunciato da Benito La Russa – con il Risorgimento. Non è un caso infatti che fra le Eroe non ci siano le 21 “Madri della Repubblica”, le donne elette all’Assemblea Costituente che dettero un contributo enorme ad articoli cruciali della Costituzione. Certo c’è Nilde Iotti, ma come primo Presidente della Camera. E Tina Anselmi, ricordata come prima donna ministro e non come staffetta partigiana.

Geniale anche la citazione di Alfonsina Strada, prima donna a competere in gare ciclistiche maschili negli anni ’30. Tramite lei Meloni riconnette il passato al futuro: l’immaginario fascista che auspicava donne sane, robuste, feconde e adatte al miglioramento della razza con il modello attuale, che vuole fare assumere allo sport un ruolo risanatore, impedendo alla gioventù la decadenza, i vizi morali e la frequentazione dei centri sociali.

Fra le scienziate spicca Maria Montessori. La prima donna medico piace proprio a tutti. Piacque a Mussolini almeno fino all’esilio del ’38, piacque agli antifascisti, piace anche a me, seppure a tratti il suo metodo metta troppo in ordine. C’è poi Fabiola Gianotti, l’attuale direttrice del Cern di Ginevra, l’organizzazione europea per la ricerca nucleare. E Samanta Cristoforetti che, per quanto simpatica, è sempre un pilota militare di cacciabombardieri, prima donna italiana dell’Esa, l’Agenzia impegnata a conquistare lo spazio , dato che la Terra è già tutta conquistata.

Sono però le due scrittrici a rivelare il cuore dell’eroificazione meloniana: Grazia Deledda, prima donna italiana premio Nobel, ricevuto nel 1926 con il plauso di Mussolini, che lei ricambiò omaggiandolo in un romanzo del ’27 (“con Lui finalmente si vive in pace”). E Oriana Fallaci, la giornalista che è “prima” soprattutto per le sue posizioni antislamiche e per quella “Lettera ad un bambino mai nato” che è un j’accuse contro l’aborto. Al suo nome si connette il nuovo Ministero alla natalità, ricordando alle donne che la loro missione è quella di essere madri, fino al sacrificio, come Chiara Corbella Petrillo, proclamata serva di Dio dalla chiesa cattolica nel 2018 perché, pur di far nascere il feto, rinunciò a curarsi dal cancro.

Rimane poco chiara la citazione delle due giornaliste: Ilaria Alpi, uccisa a Mogadisco nel ’94 e Maria Grazia Cutuli, uccisa a Kabul nel 2001. A meno che la loro storia non sia un monito che Meloni vuol dare a tutti “noi occidentali”: attenti , non andate in quei Paesi sottosviluppati, dove si muore per mano di beduini feroci.

Contro il governo dalla parte dell’emancipazione

FEMMINISMI. Il nodo è sempre lo stesso, dominio o emancipazione, la storia come «lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx, Engels), fra oppressori ed oppressi

Alessandra Algostino  27/10/2022

Non è essere una donna (Giorgia Meloni), non sono gli avi immigrati (Rishi Sunak): è essere parte, ed essere dalla parte, di una storia di dominio o di emancipazione. Il discorso è chiaro, direi quasi banale, ma il ricorrente richiamo – da ultimo nelle dichiarazioni programmatiche del Governo Meloni alle Camere – ai soffitti di cristallo che si infrangono mostrano come non lo sia.

Quello di Meloni è il racconto di un successo personale, non di una storia di liberazione collettiva delle donne; nel vocabolario della destra, l’uguaglianza, quando è contemplata, trasfigura in identità, si traveste di artificiale parità e si connota in senso formale (un caso che nel discorso programmatico l’enfasi sia sulla democrazia liberale?). Non è un passo in avanti per le donne. Non si tratta di sedersi tra gli oppressori, ma di scardinare i meccanismi di dominio; non di raggiungere una parità di accesso ai privilegi di una società disuguale, ma di trasformare la società.

Quando si ragiona di parità di «condizioni competitive» (Draghi), si assiste ad una «mercificazione del pensiero femminista» (Bell Hooks), che viene rovesciato in un femminismo neoliberista, antitetico a un percorso di liberazione e trasformazione sociale. Il femminismo, invece, condivide la lotta contro uno stato di subalternità, lo stesso delle condizioni servili dei lavoratori della logistica e dei braccianti agricoli, o della vulnerabilità dei migranti. La liberazione delle donne è segnata dalla consapevolezza della trasversalità dei processi di emancipazione (l’intersezionalità) e, nell’originalità e indipendenza propria di ciascuna lotta, è naturalmente parte di un “blocco storico”, ovvero di una classe accomunata dall’essere contro l’oppressione.

Il nodo è sempre lo stesso, dominio o emancipazione, la storia come «lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx, Engels) fra oppressori ed oppressi, subalterni e classe dominante. Non è una semplificazione, ma una demistificazione.
Troppe maschere si aggirano oggi sulla scena: guerra per la democrazia (guerra fra imperialismi); imprese come soggetto e oggetto delle politiche (liquidazione dei diritti sociali e dei lavoratori); autonomia differenziata (istituzionalizzazione della diseguaglianza e del suo incremento); (semi)-presidenzialismo nel nome della stabilità dell’esecutivo e della sovranità popolare (concentrazione del potere e populismo); “democrazia decidente” (togliere voce alle opposizioni, minoranze e dissenso è svuotare la democrazia); semplificazione e deregolamentazione (via libera alla legge del più forte); hotspot nei paesi africani per tutelare i migranti (delocalizzazione della tortura e negazione del diritto di asilo). Non aggiungiamo il femminismo alla lista.

E a proposito di dominio, emancipazione e negazione del conflitto, con la destra (estrema, non centrodestra) si afferma con prepotenza un nazionalismo che veicola una visione identitaria funzionale alla cancellazione definitiva del conflitto sociale (già negato e anestetizzato da anni), fermamente neoliberista nel sancire la centralità e la libertà dell’impresa e tutt’altro che innocuo nel richiamo al pathos elementare della triade “Dio, patria, famiglia”.

Del côté neoliberista, il nuovo governo erge a emblema il merito, sussunto nella prospettiva della meritocrazia, con la sua legittimazione e riproduzione delle diseguaglianze; con la correlata lettura della povertà come colpa, del disagio sociale come devianza e con la redistribuzione della ricchezza neutralizzata nelle forme di una caritatevole elargizione, “da meritare”. Infine la sicurezza, mantra della destra evocato come «dato distintivo»; non è un pronostico che a farne le spese saranno i diritti e gli spazi di dissenso e di protesta: nel giorno in cui il Governo si presenta alla Camera per la fiducia, la polizia interviene alla Sapienza contro gli studenti e il ministro dell’Interno minaccia il blocco delle navi che hanno salvato vite.

La libertà, citata più volte nel discorso di Giorgia Meloni, chiude il quadro, è una libertà individualista e autoreferenziale. La libertà senza uguaglianza sostanziale, è un privilegio per pochi. Dominio, non liberazione ed emancipazione. Come questo governo: neoliberista, autoritario, patriarcale, nazionalista. Occorre dire no, costruire forze dalla parte dell’emancipazione, della democrazia conflittuale e sociale della Costituzione – antifascista – nata dalla Resistenza.

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