LAVORO: il PD e gli INDUSTRIALOTTI da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LAVORO: il PD e gli INDUSTRIALOTTI da IL MANIFESTO e IL FATTO

Una fallimentare, vecchia classe imprenditoriale

LAVORO. Siamo l’unico paese ad avere registrato, nel lungo periodo, una diminuzione del potere d’acquisto dei salari, eppure gli imprenditori continuano a stare sul piede di guerra

Aldo Carra  02/06/2022

Il rito si ripete. Servono lavoratori ma non si trovano, la colpa è del reddito di cittadinanza che disincentiva il lavoro e genera poltronismo e così via… . Naturalmente le occasioni sono sempre le stesse: i momenti in cui per fattori stagionali (turismo, raccolte agricole…) la domanda di lavori miseri, spezzettati e brevi, ma con orari lunghi, cresce.

E così gli stessi che avevano chiesto lo sblocco dei licenziamenti come strumento indispensabile per rilanciare l’occupazione, visto l’ennesimo fallimento, ritornano al vecchio armamentario: abolire il reddito o limitarlo alle estreme povertà oppure, infine, se proprio non si riesce ad ottenere di più, ridurre il peso del fisco, quindi scaricare i costi ancora sullo Stato riducendo le risorse destinate alla previdenza. Domani, si sa, è un altro giorno.

Ma che tristezza questa classe imprenditoriale! Siamo l’unico paese ad avere registrato, nel lungo periodo, addirittura una diminuzione del potere d’acquisto ed ancora insistono a ricorrere all’armamentario della rivincita: quando dopo la stagione
dei diritti del lavoro e sociali, i ricchi sono passati al contrattacco ed hanno vinto sui poveri.

Ma adesso potrebbe anche bastare, potrebbero godersi la vittoria e fermare questa orgia infinita di dominio e di potere.  Adesso ci sono addirittura lavoratori che si rifiutano, che lasciano il lavoro, che se ne vanno fuori, che, pensate un po’, vogliono loro scegliere il lavoro, le condizioni, e qualche volta anche l’imprenditore per cui lavorare. Insomma non c’è più morale contessa!

In realtà confesso che stento a credere che la classe imprenditoriale italiana sia solo questa rappresentata da industrialotti del nulla. So che ci sono imprese coraggiose e innovative e che anche in questo campo, come nella politica, esiste un serio problema di rappresentanza, di scarto qualitativo tra rappresentanti e rappresentati. E che, anche qui, esiste un problema di ridefinizione di questo mondo.

Cosa è oggi la classe imprenditoriale di fronte alla mutazione straordinaria della produzione, alla finanziarizzazione, alla smaterializzazione, alla frammentazione e alla globalizzazione?  Di fronte alle nuove forme di impegno professionale – imprenditoriale, alla commistione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo ed alle tante forme di imprenditorialità di sé stessi? E al nuovo mondo del lavoro collegato ad impegno sociale, volontariato, associativo? Ed alle forme nuove in sedi collettive, in smart working?

La mia non è una condanna sommaria, ma quasi un appello-speranza, parallelo, se posso permettermelo, a quello che cerco di esprimere nella politica e per la sinistra: non sarebbe giunto il momento anche nel campo delle imprese, degli economisti e studiosi, degli istituti e dei ricercatori di aprire una fase di radicale autoriflessione sulla classe dirigente di questo paese? Sulla sua composizione e visione del mondo e del futuro anche dell’economia e della produzione? Possibile che, anche qui, le cose più belle e lungimiranti, più profonde e più visionarie, le si debba cercare solo e sempre nelle parole e negli atti di Papa Francesco?

Ma a questo punto nascono altre domande: è giusto che in questa politica ridotta a squallida cronaca, alla scarsa qualità del dibattito sulla e nella classe imprenditoriale, si risponda, da sinistra, mettendoci in difesa? Del reddito di cittadinanza, dei diritti e del salario minimo, della redistribuzione del lavoro…..?

Visto che non esiste più nemmeno un partito del lavoro, non esiste anche per noi l’esigenza di ricostruire una mappa dei lavori, delle componenti oggettive, soggettive, generazionali, sessuali, territoriali che li attraversano? Anche qui il papa qualcosa ci ha detto ci dice. Ma noi?

 

Il Pd e il lavoro. Gli “strateghi” adesso ammettono gli errori, ma senza nomi

    Alessandro Robecchi  1 GIUGNO 2022

Segnatevi queste parole: “Il nostro Paese sconta una perdita di competitività cui si è pensato di far fronte con una flessibilizzazione del costo del lavoro, ma questa strategia non ha funzionato”. Siccome non sta parlando Bakunin, e nemmeno qualche economista neo-marxista, o il compagno Landini, ma il ministro del Lavoro in persona (Andrea Orlando, ieri su La Stampa), il salto sulla sedia è legittimo. Molto nasce da un grafico (fonte: Osce) che gira da tempo, rilanciato negli ultimi giorni, che rappresenta in modo limpido e feroce la situazione italiana. In tutta Europa negli ultimi trent’anni i salari sono aumentati, adeguandosi al costo della vita. Naturalmente è improprio il raffronto con i Paesi dell’Est (Estonia, Lettonia, Lituania, tutte sopra il duecento per cento di aumento), ma è praticabile quello con gli europei a noi più vicini e dalle economie simili alla nostra: Germania (più 33,70 per cento), Francia (più 31,10), per dirne soltanto due, anche se cogliere fior da fiore sarebbe facile e un po’ umiliante per noi.

Ma facciamola breve: Italia, meno 2,90 per cento. Cioè negli ultimi trent’anni siamo l’unico Paese in cui i salari sono calati invece di crescere. Insomma, prima che lo dicesse Orlando, lo dicono (da anni) i numeri, e il ministro ci mette il timbro: “Questa strategia non ha funzionato”. Una pietra tombale.

Ora si sa che la famosa “questione salariale”, su cui per trent’anni ha regnato il silenzio, farà parte integrante della campagna elettorale, e ce lo ha ricordato tra gli altri Tommaso Nannicini (senatore Pd, già consulente economico del governo Renzi) con un tweet di quelli a ditino alzato. “Tra meno di un anno si vota. Possiamo decidere se occuparci di discussioni sterili, piantare bandierine, oppure occuparci della carne viva del Paese. Come della questione salariale” (anche lui allega il famoso grafico). Insomma si vota, e “la carne viva del Paese” (wow!) ridiventa di moda. Bene, c’è da rallegrarsi.

Le cose si complicano un po’ se, dopo aver parlato di salari, tuonando così landinianamente, si passa a parlare di politica. Perché è giusto sottolineare che la strategia di flessibilizzare sempre più lavoratori non ha funzionato, ma sarebbe anche gradita una ricostruzione dei fatti. Chi ha sbagliato strategia? Chi da decenni sostiene con fatti, parole e opere quella flessibilizzazione, i millemila contrattini, l’erosione dei diritti, le narrazioni tossiche sul lavoro? Negli ultimi dieci anni (quasi dodici, a guardar bene) il Pd ha fatto parte di tutti i governi, con la breve eccezione del Conte-1, con fattivo sostegno a Monti e a Draghi, esprimendo il presidente del Consiglio per tre volte (Letta, Renzi, Gentiloni), e insomma non stiamo parlando di gente che stava all’opposizione, o in prima fila nelle battaglie per il reddito dei lavoratori, ma di quelli che hanno fatto e votato il Jobs Act, discendenti in qualche modo di quelli che avevano fatto e votato il “pacchetto Treu”.

Insomma, fa piacere quel “la strategia non ha funzionato”, ma forse bisognerebbe aggiungere nomi e cognomi di chi l’ha propugnata e condotta a diventare leggi dello Stato. In poche parole il dibattito sui salari (che avrà un suo peso in campagna elettorale) è abbastanza monco, manca la parte sui responsabili. È come se i passeggeri del Titanic, chiamati a votare, confermassero il vecchio capitano, anche se la sua strategia non ha funzionato. Sennò (lo sentirete dire milioni di volte) arriva un capitano di destra che magari ci fa affondare.

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