L’AUTONOMIA ARRIVA IN AULA. SENZA GIUSTO REDDITO NON C’È DIGNITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’AUTONOMIA ARRIVA IN AULA. SENZA GIUSTO REDDITO NON C’È DIGNITÀ da IL MANIFESTO e IL FATTO

L’autonomia arriva in Aula. Decine di piazze protestano

CONTRORIFORME. Oggi in senato, giallorossi pronti alle «barricate». Mobilitazioni da Trieste e Trapani. 100 sindaci del sud ai senatori: «Non votatela». Boccia (Pd): «Faremo di tutto per fermarli». Lo scrittore De Giovanni: «Per il sud sarà una Brexit»

Andrea Carugati  16/01/2024

Le opposizioni di centrosinistra annunciano «barricate», decine di sit-in sono stati organizzati in tutta Italia dal comitato No autonomia, da Trieste e a Trapani passando per Roma (dalle 16 a piazza del Pantheon). Oggi pomeriggio arriva nell’aula del Senato il contestato disegno di legge sull’autonomia differenziata, ultimo cavallo di battaglia di una Lega sempre più in difficoltà.

PD, M5S E ROSSOVERDI hanno pronte le pregiudiziali di costituzionalità che saranno votate per prime. Poi toccherà agli emendamenti: 336 in totale di cui 153 del Pd, 121 del M5S, 50 del gruppo Misto (che comprende rossoverdi e Azione), 8 di Italia viva e uno dal gruppo delle Autonomie. L’obiettivo della maggioranza è chiudere l’esame del Senato entro questa settimana, ma non è scontato. Conterà anche il vertice del centrodestra con Calderoli previsto per oggi alle 14: l’obiettivo è serrare le fila a poche ore dall’inizio delle votazioni.

Lega e Fi non hanno presentato emendamenti, Fdi una manciata: uno di questi chiede di «estendere le risorse volte ad assicurare i medesimi livelli essenziali delle prestazioni sull’intero territorio nazionale al fine di scongiurare disparità di trattamento tra Regioni». Di fatto, la richiesta è che siano previste più risorse per l’attuazione dei Lep (livelli essenziali delle prestazioni) anche per le regioni che non chiederanno l’autonomia.

SULLO SFONDO IL TIMORE, fondato, che alla fine siano le regioni del sud a essere penalizzate dalla riforma leghista. Non a caso il governatore Zaia del Veneto (una delle due regioni, insieme alla Lombardia, dove nel 2017 ci furono i referendum per l’autonomia) definisce quella di oggi una «giornata storica» e sottolinea la «perfetta coerenza del progetto con la Carta costituzionale». Tema assai controverso, in realtà.

Nel testo di pregiudiziale di Sinistra e Verdi si legge che l’autonomia contrasta con gli articoli 1 e 3 della Carta, laddove si parla di una repubblica «una e indivisibile» e si affida allo Stato il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona». Anche Pd e M5S non hanno dubbi sul fatto che al riforma «consentirà alle regioni più ricche di trattenere più poteri e risorse per garantire i loro cittadini», a scapito delle aree più deboli.

«Vengono previsti dei livelli essenziali di prestazioni, ma non c’è un soldo per garantire quei diritti», spiega il responsabile sud del Pd Marco Sarracino. «Questa riforma è l’ultimo tassello di un disegno delle destre per colpire il sud: prima l’abolizione del reddito di cittadinanza, poi il no al salario minimo, il taglio del fondo perequativo per le infrastrutture e dei fondi del Pnrr», attacca ancora Sarracino. «Si legittima l’idea che in Italia ci siano cittadini di serie a e B, si punta ad aumentare le diseguaglianze».

IERI FRANCESCO BOCCIA ha riunito i senatori dem per spronarli alla battaglia: «Faremo di tutto per fermarli e sosterremo anche le mobilitazioni nel paese. Non c’è un centesimo per finanziare questa riforma che colpirà le aree più deboli in settori come sanità, trasporto locale, scuola, assistenza alle persone». Sulla stessa linea anche Alessandra Maiorino del M5S: «L’autonomia trasformerà le differenze che oggi ci sono in un baratro definitivo, col nuovo patto di stabilità e i tagli che produrrà sarà impossibile ogni perequazione, i Lep sono solo specchietti per le allodole».

NEL SUD SI MOBILITANO oltre 100 sindaci, quasi tutti di partiti progressisti, dalla Puglia alla Calabria alla Basilicata (dove sono in campo 60 sindaci su un totale di 131): manifesteranno davanti alle prefetture. «Con il regionalismo spinto – scrivono – ci sarà un peggioramento delle condizioni dei municipi del Sud. Per questo chiediamo a tutti i senatori eletti nei nostri collegi di far sentire forte la loro voce di dissenso, in difesa della loro terra».

In campo anche i sindacati. Nicola Ricci della Cgil Campania svela il bluff: «Se passa l’Autonomia, il gettito fiscale rimarrà per il 90-95% nelle regioni dove è stato prodotto. La Lombardia si terrà 60 miliardi su 70.», Lo scrittore Maurizio De Giovanni accusa: «Sarà come una Brexit del sud Italia». Maiorino e De Cristofaro di Si non vedono grandi margini in Parlamento. «Non vedo fessure per spaccare la maggioranza», dice lei. E lui ricorda: «L’unica consolazione è che oggi le opposizioni sono unite: non siamo più soli come nel 2001, quando passò la riforma del titolo V (con i voti del centrosinistra, ndr) che fu il primo passo verso l’autonomia». Ora i giallorossi guardano insieme al referendum contro la «spacca-Italia».

Senza giusto reddito non c’è dignità

STATO RIPARATORE – La Costituzione difende la retribuzione decorosa del lavoratore (e della sua famiglia). La Meloni, rappresentante della Repubblica, s’è rifiutata di legiferare sul salario minimo e ha abolito il Rdc

 LUCA SOMMI  16 GENNAIO 2024

Il combinato disposto del governo Meloni di togliere il Reddito di cittadinanza a chi è senza lavoro – senza predisporre un ammortizzatore sociale sostitutivo degno di questo nome – e non garantire ai lavoratori poveri un reddito minimo provoca due conseguenze molto gravi: la perdita del sostentamento e, insieme, la perdita di quella dignità tutelata dalla Costituzione.

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, inizia così infatti l’art. 3 della nostra Costituzione. Dunque già dall’inizio la nostra Carta usa questo sostantivo: “dignità”. Parola che sottende tante cose, ora le vedremo, ma soprattutto rimarca un principio fondamentale del grande progetto di convivenza sociale che essa è: ci dice che tutti i cittadini e le cittadine della Repubblica – oltre a poter vivere, appunto, in modo dignitoso – hanno il diritto di iniziare la loro esistenza dallo stesso punto di partenza: poveri, ricchi, sfortunati, fortunati, per la Costituzione siamo tutti uguali e tutti, belli e brutti, dobbiamo poter seguire le nostre ambizioni dallo stesso trampolino sociale. Come dire che il valore della dignità umana possa addirittura trascendere la dimensione giuridica per rincorrere, invece, la più nobile vocazione universale dei diritti dell’uomo. Nella Costituzione italiana, infatti, il concetto di dignità è stato ancorato a una dimensione sociale attraverso principi innovativi e fra loro complementari.

Due esempi: l’uguaglianza sostanziale, in connessione con il principio di solidarietà, o il diritto al lavoro, posto a fondamento della stessa democrazia repubblicana nel suo primo articolo. L’art. 3 poi prosegue rafforzando questo concetto estendendolo ad altri ambiti della vita, ad altre (per così dire) “dignità”: tutti i cittadini “sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Pensate a come è moderna la nostra Costituzione, non fa distinzione tra i suoi cittadini e le sue cittadine per nessun aspetto del nostro vivere sociale. Poi è vero che i princìpi vanno applicati, ma questo è un altro discorso.

Andiamo avanti, il secondo comma dell’art. 3 è uno dei più belli dell’intera Carta, scritto con la grazia di una poesia e il contenuto fa venire i brividi ogni volta che lo si legge. Recita così: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Cominciamo dall’inizio dicendo che la Costituzione è una norma dispositiva, ossia che non contiene prescrizioni né obblighi ma, semplicemente, disegna la “carta topografica” morale e istituzionale del nostro Paese.

Tuttavia questo secondo comma esorta, quasi obbliga, qualcuno a fare qualcosa: e non esorta i cittadini bensì la stessa Repubblica, figlia dei suoi articoli, a rimuovere gli ostacoli sociali che impediscono a una persona di ambire ai propri sogni, di rincorrere, come detto, le proprie ambizioni. Se c’è qualcosa che impedisce a un cittadino o a una cittadina di sviluppare la proprie potenzialità – la propria persona – bene, questo deve essere rimosso dagli organi costituzionali, legislativo ed esecutivo in primis. Quindi la promozione della dignità della persona umana permette di cogliere lo spirito e l’essenza dell’intera Costituzione.

La dignità sociale evocata dall’art. 3 trova piena corrispondenza nel primo comma dell’art. 36 della stessa Costituzione. Eccolo: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Torna la dignità sotto forma di aggettivo, “dignitosa”, riferito alla vita del lavoratore ma non solo, anche a quella della sua famiglia. In sostanza la Carta stabilisce che la retribuzione, qualunque essa sia, deve garantire dignità al nucleo familiare del lavoratore.

Fa riflettere molto questo comma sul fato che questo principio sia totalmente, a oggi, disatteso. E perché? Perché in Italia esistono dei contratti pattuiti tra le parti sociali, ossia non quei contratti cosiddetti “pirata”, che stabiliscono una retribuzione oraria di 5 o 6 euro lordi all’ora. Sono i contratti “fiduciari”: guardiania, sorveglianza, guardaroba, etc. E una paga oraria di 5 euro lordi all’ora per otto ore fanno 40 euro lordi: cifra che non garantisce una vita dignitosa a nessuno in questo momento storico abbracciato mortalmente da inflazione e carovita a livelli che non si vedevano da tempo.

Anzi, in un momento storico di stagflazione (stagnazione+inflazione) 40 euro lordi al giorno contraddicono il dettato costituzionale, dunque questi contratti sarebbero anticostituzionali – il condizionale è d’obbligo visto che nessuno solleva la cosa davanti alla Corte. E un governo come questo di Giorgia Meloni ha rifiutato la proposta delle opposizioni di fare una legge sul salario minimo a 9 euro (in Germania attualmente è a 12 euro) adducendo come giustificazione il fatto che spetta alla contrattazione collettiva questo compito.

No, non è cosi, perché la Costituzione, come detto, esorta la Repubblica a rimuovere gli ostacoli anche di carattere economico che impediscono il pieno sviluppo della persona e garantisce una retribuzione che permetta una vita dignitosa, ergo spetta alla Repubblica, non ai corpi intermedi rappresentanti di questa o quella categoria.

Anzi, proprio dove non arriva la contrattazione collettiva deve arrivare lo Stato, ce lo dice la Costituzione stessa! Se a questo aggiungiamo che il governo Meloni ha tolto un ammortizzatore sociale come il Reddito di cittadinanza – temporaneo come ogni strumento di questo tipo – senza trovare un’alternativa efficace, ecco che milioni di famiglie si trovano sulla soglia della povertà, che tradotto vuol dire non avere la possibilità di riempire i piatti di pranzo e cena per l’intero mese, per tutta la famiglia.

Ed è forse anche per questo che la nostra Costituzione è così bella, perché sembra rivolgersi direttamente a noi e dirci: “Non abbiate paura, ci sono qui io a proteggervi”.

O a riempirvi il piatto della cena. A patto che il governo la ascolti.

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