L’ATTACCO AL VENEZUELA PREPARA QUELLO ALL’IRAN da IL FATTO
L’attacco al Venezuela prepara quello all’Iran
Elena Basile 9 Gennaio 2026
L’attacco statunitense al Venezuela è propedeutico a quello all’Iran. In caso di chiusura dello Stretto di Hormuz che inevitabilmente creerà problemi all’economia internazionale e ai flussi di petrolio, Washington si assicura una fonte sicura a Caracas. La violazione evidente del diritto internazionale e della minima convivenza e rispetto tra Stati e le loro leadership viene sdrammatizzata dalla maggioranza dei governi europei e dalla dirigenza dell’Ue.
Il salto logico a cui ormai siamo abituati in materia di analisi delle relazioni con la Russia, si ripresenta in tutta la sua gravità. Maduro come Putin è disprezzato, iscritto nelle liste dei cattivi, quindi il cambiamento di regime, l’ingerenza negli affari interni di Paesi sovrani, nell’ideologia del liberal order, sono leciti e benvenuti. L’ipocrisia liberal appartiene tuttavia ai Democratici Usa e alle classi dirigenti europee. Trump l’ha sconfessata da tempo e ricorre alla logica coloniale più pura, rivelando senza esitazioni che l’operazione criminale delle forze speciali Usa mira ad accaparrarsi le risorse petrolifere. La gestione del Paese spetta a Washington. Il capitalismo finanziario boccheggia, si avvita su se stesso, dilaniato dalla trappola del debito e dall’ascesa del rivale strategico, la Cina, dai cui prestiti dipende. Non c’è più tempo per salvare la forma. In questa fase l’accaparramento di materie prime ed energetiche, di terre rare ha la priorità sui sofismi liberal. In Europa l’opinione pubblica resta cieca e sorda. Gli sprovveduti giustificano l’arresto di Maduro affermando che l’Europa ha pur combattuto il nazismo. Come con Putin, paragoni storici senza fondamento sono ripetuti da gente in buona fede manipolata dai media. Si dimentica che il Venezuela, ma neanche la Russia, costituiscono una minaccia per l’Occidente. Le nostre sono guerre di aggressione e di dominio, in stile imperialista, le accuse di nazismo o di contribuire al narcotraffico sono ridicole mistificazioni. È grave che la presidente del Consiglio Meloni governi nel disprezzo delle norme internazionali e plauda alle azioni criminali di Usa e di Israele. La premier ha giurato sulla Costituzione. Il presidente Mattarella ha come suo compito essenziale la tutela delle norme costituzionali. I cittadini devono chiedere il rispetto a entrambi delle funzioni per le quali sono stati eletti.
In Venezuela lo scenario è ancora incerto. Il chavismo è radicato nel Paese. La vicepresidente Rodriguez si piegherà alla volontà del gangster statunitense attribuendo un diritto di prelazione a prezzi stracciati agli Usa sulle risorse petrolifere a danno della Cina che è oggi il maggiore acquirente. L’opinione pubblica venezuelana potrà rassegnarsi e sostenerla alla prossima tornata elettorale oppure considerarla complice del colpo inferto a Maduro. Nel secondo caso, l’instabilità del Paese potrebbe indurre Washington a nuovi interventi, come Pino Arlacchi ha già osservato.
Le reazioni di Cina e Russia sono state unanimi. Le cosiddette autocrazie sembrano essere dalla parte giusta della Storia. Condannano l’azione contraria al Diritto internazionale, richiamano il principio onusiano di non ingerenza negli Affari interni degli altri Stati, chiedono la liberazione immediata di Maduro e considerano le farsesche accuse di narcotraffico alibi per azioni di pirateria internazionale comparabili alle armi di distruzione di massa invocate per l’invasione dell’Iraq. L’unipolarismo senza freni di Trump può e deve essere temperato da una crescente assertività di Pechino, Mosca e dei Paesi che contano nei Brics. Vi sono armi di deterrenza geopolitica ed economica che devono essere utilizzate per evitare che la hybris di Washington crei danni irreparabili e ci porti al terzo conflitto mondiale. Lo spazio politico mediatico occidentale è purtroppo assuefatto al nuovo dispotismo che emerge. Le deboli critiche, marginali in un panorama sostanzialmente prono a giustificare nella sostanza le azioni criminali occidentali, non sono in grado di far aprire gli occhi alla borghesia benpensante e progressista europea.
Netanyahu e Trump si propongono con dichiarazioni pubbliche di attaccare l’Iran appena possibile, utilizzando le manifestazioni di scontento popolare contro l’inflazione al 45/50% dovuta alle illecite sanzioni occidentali. Il criminale di guerra Netanyahu aizza alla rivolta la popolazione iraniana, riconoscendo pubblicamente la presenza di agenti del Mossad in Iran che addestrano e armano i militanti. L’ex direttore della Cia, Pompeo, fa altrettanto su X. I giornali di destra e progressisti, il nuovo fascismo internazionale non batte ciglio. Accorrono in coro i cani da guardia con articoli che stigmatizzano la teocrazia islamica. Ancora una volta si accetta la barbarie fingendo di sostenere l’esportazione della democrazia.
Imperialismi: Russia, Cina e Usa sono tre casi diversi tra loro
Francesco Sylos Labini 9 Gennaio 2026
Una narrazione diffusa tende ad accomunare Trump, Putin e Xi Jinping come leader animati da un comune impulso imperialista. Di conseguenza, i conflitti che li coinvolgono vengono considerati analoghi così che i tre leader alla fine sarebbero ugualmente “imperialisti”. Si tratta di una semplificazione fuorviante che invece di fare chiarezza rende più confusa la comprensione delle cause reali dei conflitti.
La guerra in Ucraina riguarda l’architettura di sicurezza della Russia e, di riflesso, dell’Europa. Non si tratta di un’operazione imperialista, ma di una risposta a una guerra civile in Donbass iniziata nel 2014 e all’espansione della Nato verso Est. La richiesta centrale di Mosca era la neutralità dell’Ucraina. L’intervento russo è stato giustificato con il principio della Responsibility to Protect (R2P), secondo cui la comunità internazionale può intervenire se uno Stato non protegge la propria popolazione da crimini gravi. Tuttavia, tale principio richiede l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non c’è stata: per questo l’intervento è illegale secondo il diritto internazionale. Mosca ha tuttavia richiamato il precedente del Kosovo: anche in quel caso, nel 1999, la Nato intervenne militarmente contro la Serbia senza autorizzazione Onu, giustificandosi con presunte violazioni dei diritti umani.
Anche per la Cina, evocare l’imperialismo è fuori luogo. La questione di Taiwan si colloca nel quadro della “One China Policy”, secondo cui esiste una sola Cina e Taiwan ne fa parte. La Risoluzione Onu 2758 ha assegnato il seggio cinese alla Repubblica Popolare Cinese (Rpc), espellendo Taiwan dalle Nazioni Unite. La maggior parte dei Paesi, inclusi gli Usa e l’Italia, riconosce la Rpc come unico governo della Cina, rinunciando a relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan, pur mantenendo contatti economici e militari informali. Diverso è il caso del Venezuela che, a differenza del caso russo e cinese, rientra nella lunga lista di interventi occidentali in paesi lontani dai propri confini in assenza di un mandato Onu. In Venezuela, sembra evidente che l’obiettivo strategico sia il controllo diretto di una delle maggiori riserve petrolifere al mondo che potrebbe portare Washington a dominare oltre la metà delle riserve globali aumentando la pressione energetica su Russia e Cina. Lo spettacolo offerto da molti leader europei, intenti a giustificare l’ennesima ingerenza Usa in America Latina, rivela una difficoltà strutturale nel comprendere la transizione verso un mondo multipolare. Cinque secoli di dominio occidentale e tre decenni di egemonia unipolare hanno eroso gli strumenti culturali e diplomatici necessari per affrontare l’attuale crisi sistemica e l’Occidente non ha sentito il bisogno di imporsi alcun vincolo. In questo modo il diritto internazionale si è sgretolato. Oggi il periodo egemonico è finito per lo spostamento di potere economico verso Oriente e il diritto internazionale si trova indebolito.
Per questo gli attuali governi europei trovano difficile condannare il raid americano in Venezuela, come non riescono a trovare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina. Ma questa linea si scontra con due ostacoli. Il primo è l’economia: sanzioni, autosufficienza forzata e deindustrializzazione stanno erodendo le basi produttive europee col risultato che si tenta di combattere una guerra con soldati che non ci sono, armati con armi non ancora prodotte e pagate con denaro che non esiste.
Il secondo è l’opinione pubblica che non sembra disposta ad aspettare. Ciò che serve è un nuovo approccio alle relazioni internazionali: fondato sul rispetto del diritto, sulla sovranità degli Stati e sul riconoscimento di un mondo realmente multipolare.
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