L’ALBUM DI FAMIGLIA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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L’ALBUM DI FAMIGLIA da IL FATTO

L’album di famiglia

Marco Travaglio  18 GENNAIO 2023

Fanno molto ribrezzo e un po’ di tenerezza i giornali di destra che spacciano una coincidenza – l’arresto di Messina Denaro sotto un governo di destra – per la prova che questa destra è antimafia. Saviano sbaglia a dire il governo Meloni è il meno antimafia della storia repubblicana: siamo stati sgovernati per tre volte e dieci anni da B., che Cosa Nostra la ospitò in casa sua, la finanziò per vent’anni, la mise a capo di Forza Italia, la candidò al Parlamento e alla Regione Siciliana. Ma Giorgia Meloni, la cui fede antimafia pare sincera, sa bene chi ha come alleati: infatti evita le appropriazioni indebite. Una destra che nel suo Gotha vanta Dell’Utri e D’Alì (condannati per mafia), Cuffaro (favoreggiamento al boss Guttadauro, fedelissimo di Messina Denaro), Matacena (’ndrangheta) e Cosentino (camorra) può solo tacere. E ringraziare i media che sorvolano sul suo album di famiglia per dedicarsi all’orologio, al viagra, ai preservativi e alle mise di Messina Denaro. Il 25 settembre scorso, Noi Moderati di Maurizio Lupi (alleato di FdI, Lega e FI) ha candidato al secondo posto in Sicilia per il Senato la moglie di D’Alì, uomo di Messina Denaro e per 26 anni senatore FI: Antonia Postorivo, avvocatessa dello studio Previti e ora dello studio Volo. Poi la lista lupesca ha mancato il quorum e non ha eletto nessuno. Ora si scopre che il medico mazarese Alfonso Tumbarello che curava il vero Andrea Bonafede e quello falso, cioè Messina Denaro, era in politica col centrodestra: consigliere provinciale Udc, poi (2006) candidato a consigliere regionale con Cuffaro, infine (2011) aspirante sindaco del Pdl a Campobello.

Al di là dei casi singoli, vale il detto di Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Qui gli indizi sono legione. E sollevano una gigantesca questione politica di selezione delle candidature, finora nascosta dai gargarismi finto-garantisti. Ancora ieri FdI ha tentato di piazzare al Csm (e per la vicepresidenza!) l’ex sottosegretario di An Giuseppe Valentino, indagato in Calabria in un fascicolo collegato al processo Gotha, dunque presunto innocente, ma in sicuri rapporti col neofascista Paolo Romeo, ex Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, favoreggiatore della latitanza di Freda, condannato in primo grado a 25 anni per ’ndrangheta. Solo il no fermo dei 5Stelle l’ha indotto a ritirarsi. Giorgia Meloni, di ritorno da Palermo, farebbe bene a riascoltarsi il discorso del senatore ed ex Pg di Palermo Roberto Scarpinato per la fiducia al governo, a proposito dei fili neri che la destra deve recidere: non quelli (inesistenti) del fascismo, ma quelli (sempre vivi) del neofascismo che, nella stagione delle stragi, andava a braccetto con le mafie.

Ma il bello viene ora

Marco Travaglio  17 GENNAIO 2023

La cattura di Matteo Messina Denaro è un’ottima notizia, anche se ce ne ricorda una pessima: i 30 anni di latitanza, con le complicità istituzionali che possiamo immaginare. E che inevitabilmente, visti i precedenti, suscitano domande sul suo arresto: l’hanno davvero colto di sorpresa, o si è (o l’hanno) consegnato, o semplicemente aveva abbassato la guardia? Lo capiremo nelle prossime ore, quando si saprà di più del covo dove verosimilmente teneva la “roba”: le sue armi di ricatto, ereditate da Riina, Bagarella e Provenzano (il papello e le altre carte del covo di Riina, non perquisito né sorvegliato dal Ros). E nei prossimi mesi, quando, dalle sue risposte ai pm e dalle politiche del governo su 41-bis ed ergastolo ostativo, si capirà se la sua cattura è stata preceduta da trattative con chi ha più interesse al suo silenzio: i referenti istituzionali. La profezia di Baiardo, legatissimo ai Graviano, nell’intervista a Giletti di due mesi fa somiglia a un avviso ai naviganti, interno ed esterno a Cosa Nostra. Del tipo: “Non pensate di farvi belli con l’ennesimo arresto eccellente e dimenticare in galera chi, come i Graviano, è lì sepolto da 30 anni”. Fa riflettere anche l’uscita di Piantedosi che una settimana fa auspicava (o annunciava?) la cattura del superlatitante. Vaticinio che ricorda quello del predecessore Mancino su Riina quattro giorni prima del suo arresto.

Ora il rischio peggiore è il relax perché, preso “l’ultimo boss”, “la mafia è sconfitta” e “la guerra è finita”. In realtà l’ultimo boss è sempre il penultimo: a quell’età e in quelle condizioni (con un arresto sempre più probabile), ogni capomafia si premunisce per tempo nominando il successore e passando tutte le consegne per garantire continuità all’organizzazione. Ma quel clima di irresponsabile rilassamento lo sta già alimentando il cosiddetto ministro della Giustizia Nordio, dichiarando guerra alle intercettazioni perché “costano troppo” (160 milioni l’anno: un quinto del costo dell’ultimo condono fiscale) e perché “un mafioso vero non parla al telefono, né al cellulare perché sa che dentro c’è un trojan, non parla neanche in aperta campagna perché sa che ci sono i direzionali”, e “il trojan va tolto, è una porcheria”. Ma non ha fatto in tempo: ieri gli inquirenti hanno spiegato che Messina Denaro è stato preso grazie alle intercettazioni di una miriade di parenti e fiancheggiatori del boss. Evidentemente i “mafiosi veri” non danno ascolto a Nordio e continuano a telefonarsi e a parlarsi. O magari non sono “mafiosi veri”. In un paese civile Nordio si scuserebbe per quegli sproloqui da incompetente e non parlerebbe più di intercettazioni per il resto dei suoi giorni. Ma è pur vero che, in un paese civile, Nordio non farebbe il ministro della Giustizia.

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