LA TERZA REPUBBLICA TRA AUTOCRAZIA E TROVATE VINTAGE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA TERZA REPUBBLICA TRA AUTOCRAZIA E TROVATE VINTAGE da IL MANIFESTO

La terza Repubblica tra autocrazia e trovate vintage

GOVERNO. Perché, poi, rafforzare il governo? È già largamente dominus dell’agenda parlamentare per i tempi e i contenuti

Massimo Villone

La «madre di tutte le riforme» ha finalmente visto la luce. Ma porterebbe una notte fonda sulla Repubblica. È una riforma pensata male e scritta peggio. Sostanziale azzeramento dei poteri del capo dello stato per quanto riguarda la vita del governo e lo scioglimento anticipato.

Rapporto fiduciario, ridotto a vuoto simulacro in cui si realizza una presa d’atto automatica e coatta dell’esito elettorale. I fan affermano che la riforma restituisce potere agli elettori. Ma paradossalmente li riconosce come cittadini il solo giorno del voto, e li rende sudditi e subalterni per i successivi cinque anni.

Uno sfascio. Per fortuna concede qualche momento di ilarità. Meloni celebra la terza Repubblica del futuro tornando a meccanismi vintage. Si prevede infatti (art. 4) che il premier eletto possa essere sostituito da altro «parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto, per attuare le dichiarazioni relative all’indirizzo politico e agli impegni programmatici su cui il Governo del Presidente eletto ha ottenuto la fiducia».

È una costituzionalizzazione del «patto della staffetta». Correva l’anno 1986. Craxi si dimise il 27 giugno e fu nuovamente nominato con l’impegno a dimettersi per cedere Palazzo Chigi a un democristiano nel marzo 1987. Avrebbe dovuto essere Andreotti. Non funzionò, e fu mare grosso nella politica italiana, fino alla mancata fiducia al VI governo Fanfani e allo scioglimento del 1987.

Il patto della staffetta non fu una best practice della politica italiana. Tuttavia, è probabile che con la riforma proposta diventi clausola di stile, esplicita o implicita, negli accordi, quanto meno nel caso – assai probabile – di governi di coalizione. L’azionabilità della clausola sarebbe data dallo scioglimento anticipato sostanzialmente nelle mani di ciascuno dei partner. Se la riforma fosse oggi vigente, vedremmo o no un match Salvini vs Meloni? Si dissolvono gli obiettivi di stabilità, governabilità, efficienza. Ancor peggio considerando che il «tutti a casa» sarebbe consentito anche a piccoli manipoli di guastatori parlamentari per un personale tornaconto, o per equilibri interni di partito.

Perché, poi, rafforzare il governo? È già largamente dominus dell’agenda parlamentare per i tempi e i contenuti. Il profluvio di decreti-legge è ininterrotto, il superamento della navetta con l’approvazione in una camera con presa d’atto senza emendamenti nell’altra è consolidata, la tempistica dei lavori è decisa secondo le esigenze della maggioranza. All’opposizione può essere impedito l’ostruzionismo, a partire dagli emendamenti.

Non c’è da rafforzare alcunché. Quanto all’efficienza della decisione, lentezze e ritardi derivano da contorsioni e turbolenze interni alla maggioranza, come ad esempio è accaduto per la legge di bilancio. O quando accade che il Consiglio dei ministri approvi «salvo intese», deliberando quindi su una scatola almeno in parte vuota. Essendo questa la vera causa di fragilità e ingovernabilità, niente della riforma proposta pone rimedio.

Il segno qualificante della radicale e stravolgente innovazione che si vuole introdurre può essere ricondotto allo scivolamento verso forme di autocrazia di cui si discute negli studi sulla crisi delle democrazie nell’attuale momento storico. Una direzione che nella riforma proposta trova il suggello ultimo nella costituzionalizzazione di un sistema elettorale maggioritario con premio addirittura definito numericamente.

La maggioranza ha investito molto su questa riforma, che dovrebbe secondo Meloni andare «di pari passo» con l’autonomia differenziata. Non ci sarà un ravvedimento operoso. È allora essenziale rendere chiaro fin d’ora che si punta a un referendum proposto da un quinto dei parlamentari ai sensi dell’art. 138 della Costituzione. La coalizione di governo non ha i due terzi dei voti che impedirebbero il pronunciamento popolare. E la prevedibile accusa di essere responsabili di avere tolto la parola al popolo può essere un deterrente per i pellegrini che volessero prestare qualche voto alla maggioranza.

Cambiare si può e si deve, ma tenendo ben fermo l’obiettivo di attuare pienamente la Costituzione che la destra vorrebbe rottamare e consegnare alla storia. Già due volte il popolo italiano l’ha difesa con successo, e siamo orgogliosi di aver fatto allora la nostra parte. Siamo di nuovo pronti. Il messaggio alla destra è: chi tocca la Costituzione può solo farsi male.

Un meccanismo diabolico che invita al regicidio

PREMIERATO. In caso di sfiducia al premier eletto, il premier subentrante non potrà a sua volta essere sostituito. Quindi avrà lui il potere di chiedere e/o ottenere lo scioglimento delle Camere

Kaspar Hauser

Ascoltando l’illustrazione della riforma costituzionale che introdurrebbe l’elezione diretta del presidente del consiglio, effettuata dalla premier Giorgia Meloni e dalla ministra Maria Elisabetta Casellati venerdì scorso, era inevitabile pensare alle trame di Massimo D’Alema e Franco Marini per sostituire Prodi a Palazzo Chigi nel 1998 o a quelle di Matteo Renzi, Dario Franceschini e lo stesso D’Alema per scalzare Enrico Letta nel 2014. Il meccanismo messo in piedi dalla riforma predisposta dal governo sembra paradossalmente pensato infatti per favorire la defenestrazione da Palazzo Chigi del «premier eletto dal popolo».

Innanzi tutto la riforma contempla la possibilità di un cambio di maggioranza addirittura dopo pochi giorni dal voto. Il nuovo articolo 94 della Costituzione suonerebbe così: «Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia. Nel caso in cui non venga approvata la mozione di fiducia al Governo presieduto dal Presidente eletto, il Presidente della Repubblica rinnova l’incarico al Presidente eletto di formare il Governo». Si inserisce nel dettato costituzionale, che introduce nella Carta il principio maggioritario – in base al quale c’è una connessione rigida tra il mandato degli elettori e la maggioranza parlamentare ed il governo – un principio tipico dei sistemi proporzionali e parlamentari, quella dell’allentamento del vincolo tra il voto degli elettori e i margini di iniziativa dei singoli partiti.

IL COMMA SUCCESSIVO riguarda invece i casi di sfiducia nel corso della legislatura: nel caso di sfiducia al «premier eletto», «il Presidente delle Repubblica può conferire l’incarico di formare il Governo al Presidente del Consiglio dimissionario o a un altro parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto». Quindi anche in questo caso il presidente del consiglio eletto può tentare un nuovo governo con una nuova maggioranza, tentando la via dei gruppi «responsabili» (cit Berlusconi) o dello «scouting» (cit Bersani) in Parlamento, con una incoerenza con i principi del maggioritario.

Ma questo è il minimo: nel caso di fallimento del presidente del consiglio eletto, l’incarico viene conferito a «un parlamentare che è stato candidato in collegamento al Presidente eletto». Non c’è dunque il vincolo che la maggioranza debba essere quella voluta dagli elettori, bensì che il presidente incaricato sia un parlamentare di quella maggioranza; ma il suo governo può benissimo essere di larghe intese, o magari semplicemente sostenuto da gruppi parlamentari diversi da quelli iniziali (come il D’Alema I nel 1998).

Ma a rendere davvero invitante il regicidio del premier eletto da parte dei Richelieu di turno, c’è il meccanismo che il nuovo «premier non eletto» non può a sua volta essere sostituito come è accaduto invece per quello eletto. Infatti in caso di sfiducia al «Presidente del Consiglio subentrante, il Presidente della Repubblica procede allo scioglimento delle Camere». Quindi il «premier non eletto» (D’Alema) e non il «premier eletto» (Prodi) avrà quel potere che assicura stabilità, quello di chiedere e/o ottenere lo scioglimento delle Camere, vero deterrente contro gli agguati. Un potere previsto in tutti i regimi parlamentari (Germania, Spagna, Gran Bretagna, Svezia, ecc) in cui non esiste l’elezione diretta del presidente del consiglio.

La domanda è: come è possibile aver messo in piedi questo meccanismo diabolico in nome della lotta «al trasformismo, ai ribaltoni, ai governi tecnici, e alle maggioranze arcobaleno» (cit Meloni)?. È difficile credere che Meloni e Casellati abbiano scientemente voluto un sistema che favorisca l’instabilità, la fibrillazione sin dal primo giorno di legislatura. La risposta alla domanda è una sola: si è scelta la via di un premier eletto perché nella destra c’è il totem dell’elezione diretta.

IL 17 MAGGIO SCORSO Casellati e il sottosegretario Alfredo Mantovano incontrarono al Cnel 110 costituzionalisti in una sorta di brain storming sulle riforme: la stragrande maggioranza di essi sottolineò come fosse molto più semplice rinunciare all’elezione diretta prediligendo il rafforzamento dei poteri del presidente del consiglio, come in tutti i regimi parlamentari (fiducia al solo presidente del consiglio, potere di nomina e revoca dei ministri, potere di richiesta di scioglimento della Camera, ecc). Semmai si poteva pensare ad una indicazione del nome del candidato premier collegato con le liste di partito che si presentano per le elezioni delle Camere. Ma alla razionalità ha prevalso l’ideologia, il totem dell’elezione diretta, del Capo. Ed eccoci qui.

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