LA POLITICA ESTERA A SINISTRA: IL PROBLEMA È IL PD, NON CONTE da IL FATTO
la Politica estera a sinistra: il problema è il Pd, non Conte
Piero Bevilacqua 23 Gennaio 2026
Una delle più insistite critiche mosse a Giuseppe Conte e ai 5Stelle dal fronte interno dell’area sedicente “liberale”, oltre che da una parte dei grandi (un tempo) giornali è di discostarsi dalle posizioni del Pd, di cercare elementi di distinzione nella propria collocazione, insomma di sabotare l’alleanza del centrosinistra. Quali siano le ragioni di tali recriminazioni ci è noto. È soprattutto la politica estera autonoma di Conte che disturba la fede atlantista. È perciò utile ricordare la fallacia della loro recriminazione. Una diversità di posizioni di partiti potenzialmente alleati giova al risultato finale.
Un pieno allineamento dei 5Stelle alle scelte del Pd e degli altri satelliti, perché è questo che si chiede, non solo restringerebbe l’area del consenso, portando alla sconfitta, ma avrebbe conseguenze nefaste per tutto il quadro politico nazionale. I 5S intruppati in questo coacervo di cordate elettorali, questa spenta meteorite di Democrazia Cristiana tenuta insieme dalla colla di Elly Schlein, subirebbero probabilmente un colpo mortale. E questo spegnerebbe nel nostro paese, per un tempo imprevedibile, ogni speranza di alternativa alla miseria presente. Si critica la posizione di Conte in politica estera come una colpa, e gli si chiede di metterla da parte per favorire “l’unità dell’opposizione”. Ma è proprio la politica estera del Pd, come quella della maggioranza di governo, che ci lega al processo di grandioso disfacimento del cosiddetto Occidente, ci coinvolge nel disonore e nel disordine in cui sta trascinando il mondo.
Che cosa significa continuare a inviare armi a Kiev, come fa ancora il Pd, se non prolungare la guerra e le sue morti, legarsi alla politica della Nato che in questi 4 anni si è sostituita all’Unione europea, favorire l’insensata politica del riarmo di cui i vassalli d’Europa hanno prontamente fatto vangelo? In realtà nella politica estera del Pd si compendia la sua superficiale, erronea visione del quadro mondiale. I suoi dirigenti sono appagati dallo schema infantile aggressore-aggredito, imputando alla Russia la responsabilità della guerra e hanno lungamente, al pari del governo di Netanyahu , coperto il genocidio dei palestinesi. Tutta la lunga, complessa e cruenta storia che precede viene cancellata.
Ma la prova ulteriore dell’inadeguatezza culturale ancor prima che politica dei Dem, è lo stupore e lo sgomento con il quale osservano il fenomeno Trump. Il magnate non fa che realizzare a carte scoperte e certo con modi da guascone, la politica estera segreta degli Usa dal 1945. Trump è, per usare l’espressione di Croce sul fascismo in Italia, “la rivelazione d’America”, l’emersione alla luce dei caratteri profondi delle sue classi dirigenti. Trump esaspera le pulsioni aggressive non tanto perché è uno psicopatico, ma perché conosce lo stato reale dell’economia Usa, vede avanzare potenti comprimari, non riesce più a mantenere le casematte militari sparse per il pianeta, è disperato. Ma la grettezza dell’analisi del Pd, che è la stessa dei gruppi dirigenti europei, porta a un grave errore di prospettiva: la speranza che, dopo Trump, un nuovo presidente ristabilirà con l’Europa i consueti rapporti d’amicizia. Non sarà così. Se non un avversario aperto come Trump, chi siederà alla Casa Bianca sarà uno spietato competitore delle economie europee. Questo è il futuro che attende l’Ue, se sopravvivrà.
La posizione autonoma di Conte è la carta della salvezza del nostro futuro politico. Egli non ha partecipato alla guerra contro la Russia, non ha chinato il capo al primo Trump sul Venezuela, non ha rotto i rapporti con la Cina, anzi li ha allacciati e dunque è il più legittimato a guidare una nuova fase della politica estera, aperta a una prospettiva di pace e multilateralismo con tutti i Paesi del mondo.
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