LA NUOVA ILIADE DI GAZA E LA MEMORIA NEGATA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA NUOVA ILIADE DI GAZA E LA MEMORIA NEGATA da IL FATTO

La nuova Iliade di Gaza e la memoria negata

DIETRO LA BARBARIE DI HAMAS – La pulizia etnica e l’esodo palestinese di 75 anni: 800 mila deportati. E poi le altre “operazioni” come “Piombo fuso”. Lì dove le civiltà convivevano ora la storia è ridotta a diario d’armi

 FILIPPOMARIA PONTANI  15 OTTOBRE 2023

“Questo assedio si prolungherà finché / non poteremo i nostri alberi / con mani di medici e sacerdoti”. Quando nel marzo 2002 la Ramallah di Arafat fu cinta dagli Israeliani (“Scudo difensivo”, per arginare l’ondata di attentati suicidi nel Paese), il palestinese Mahmoud Darwish visse gli eventi con lo sguardo lungo del più grande poeta del Novecento. “Qui nulla riecheggia Omero. / I miti bussano alla porta quando vogliamo / e nulla riecheggia Omero. / Qui un comandante scava alla ricerca di uno Stato assopito / sotto le rovine della Troia che verrà” (Stato d’assedio).

Ora sotto le rovine di Gaza, sotto le foto dell’inaudita barbarie di Hamas, si vorrà assopire ogni genere di storia, anzitutto quella di un popolo che quest’anno ha ricordato nel silenzio generale l’inizio della sua disgregazione violenta: perché fanno, certo, 50 anni dalla guerra del Kippur, ma ne fanno anche 75 dai massacri e dagli sradicamenti perpetrati dalle milizie ebraiche nel neonato (e subito aggredito) Stato di Israele – 800mila persone deportate nei campi di Gaza, Cis e Transgiordania, Siria, Libano, Egitto. Molti ancora lì, in galere a cielo aperto; altri arrivati in seguito con i muri, i nuovi insediamenti, anche quelli propiziati fino a ieri con assurda ostinazione dai governanti accolti festosamente nelle cancellerie occidentali. Un dramma sottaciuto, una pulizia etnica oscenamente negata e coperta con altre memorie, come ha mostrato – in suo periclo – lo storico israeliano Ilan Pappé.

“I vecchi moriranno, i giovani dimenticheranno” preconizzò all’epoca Ben Gurion: le cose sono andate altrimenti. Non è bastato cambiare i nomi ai villaggi da spopolare e dare in pasto ai cactus: quei nomi che vedo affiorare, qui sul pavimento veneziano di Palazzo Mora (From Palestine: our Past, our Future, fino al 26 novembre), nell’enorme mappa della Palestina certosinamente ricostruita sui documenti da Salman Abu Sitta, mentre alla parete le foto del 1957 mostrano i bimbi spauriti già raccolti nelle scuole dell’Unrwa, le stesse dove oggi ci si stipa per sfuggire alle bombe di Tsahal. Sul muro opposto, tra le gambe spezzate della gioventù palestinese (Assedio di Samira Badran) e i profughi zombi in marcia verso l’ignoto (Privati dell’identità di John Halakah), un video ripercorre alla moviola i momenti della Nakba del ‘48-’49: un secondo – un punto luminoso – un villaggio sparito; e accanto un numero di morti. Un mese fa, qui alla Mostra del Cinema, nel documentario Bye bye Tiberias Lina Soualem ritraeva la madre, la grande attrice palestinese Hiam Abbas (protagonista di tanti capolavori israeliani) e la storia lacerante della sua famiglia sradicata e dispersa. Era il film più urgente, ma non se n’è parlato.

La mappa sotto i miei piedi ha un antecedente illustre. A Madaba, in Giordania, si conserva un mosaico del VI secolo che raffigura una carta geografica della Palestina: Gerusalemme è la città più grande, se ne distinguono perfino le strade e i monumenti; ma la seconda è proprio Gaza: “città santa, inviolabile, libera, leale, pia, illustre, grande” (così la definisce un’epigrafe di Ostia), città mercantile dove passano le spezie orientali e un vino dolcissimo, scuola di retorica più importante del Mediterraneo, dove uno stesso autore cristiano la mattina commenta il Pentateuco, il pomeriggio parafrasa Omero, la sera discorre con un monaco di Platone e di Plotino, e la notte compone encomi alla rosa di Afrodite. Tutto mentre al porto, a Maiuma, vicino alla casa di Vittorio Arrigoni, gli Ebrei di sinagoga trovano sul mosaico del pavimento Re David con la cetra, vestito alla maniera di Orfeo. Un mondo di convivenza, di sincretismo, sospeso tra Giustiniano e l’arrivo degli Arabi. Un mondo inimmaginabile, proprio ora, proprio lì.

“O io o lui” / così comincia la guerra. Ma / finisce con un incontro imbarazzante: / “io e lui”. Mahmoud Darwish aveva letto il canto XXIV dell’Iliade, dove gli arcinemici Priamo e Achille (orbi l’uno del figlio e l’altro dell’amico del cuore) si guardano l’un l’altro con occhi avvolti di bellezza, e piangono assieme sulla condizione umana. Fu il passo scelto da Michael Longley per propiziare con una poesia (Cessate-il-fuoco) la tregua del Venerdì Santo tra gli odi apparentemente inestinguibili dell’Irlanda del Nord – la barbarie, allora, si placò. Ma ora, qui, non ci si guarda più. “Animali umani” – proprio come l’altroieri – definì i Palestinesi Netanyahu alla vigilia dell’assalto a Gaza del luglio-agosto 2014: duemila morti, 10 mila case distrutte, centinaia di migliaia di Palestinesi cacciati: “Vincere si può – tagliare luce, gas e cibo a Gaza – sì, è morale” recitavano certi striscioni in Israele, come recitano i ministri di oggi (che, allora come oggi, davano la caccia a Mohammed Deif, e cianciavano di “risolvere il problema”). Ce ne siamo scordati, come ci siamo scordati di “Piombo Fuso”, altra operazione speciale su Gaza che tra fine 2008 e inizio 2009 produsse 1400 morti e 20 mila case distrutte in tre settimane: “non un animale, non una pietra, non un ulivo ci hanno lasciato in piedi, non sono esseri umani” disse una vittima a Vik, quella volta, mentre – altro déjà vu – l’Ue farfugliava di tagliare i fondi alla Striscia.

Il sequestro del ricordo, la dis-umanizzazione del nemico si è infine ritorta contro chi l’aveva promossa, e promette ulteriori avvitamenti verso il peggio – “possiamo perdonare loro di uccidere i nostri bambini, ma non di obbligarci a uccidere i loro”, ebbe a dire un giorno la premier Golda Meir, colei che negava tout court l’esistenza di un popolo palestinese. “Esistono tragedie più grandi delle lacrime”, scrisse quel retore cristiano del VI secolo, forse memore di quando un secolo prima il vescovo aveva ordinato di radere al suolo i templi pagani di Gaza andando a bruciare gli idoli (e i loro detentori) casa per casa. La memoria, soprattutto la memoria dell’altro, ha passi lenti, e chiede spazi e tempi per il reciproco guardarsi; la memoria ci vincola, e ci chiede il coraggio – “io e lui” – su cui si smorza l’Iliade (“Del padre tuo ricòrdati, Achille simile ai numi…”). Chi, da ambedue le parti (con diseguale potenza di fuoco), lavora per negarla, non compie un errore politico: trasforma la storia in un diario d’armi.

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